Così la tirannia del «desiderio unilaterale» uccide la democrazia

Indizi da una indagine sulle cause di una crisi antropologica e culturale che comincia nella famiglia e travolge tutto. Fino alla politica

Pubblichiamo ampi stralci della relazione tenuta da Rocco Buttiglione il 25 novembre scorso al convegno dell’Università Lateranense su “Bene comune, dignità e libertà tra ragioni e regole”, organizzato dall’area di ricerca “Caritas in Veritate” e dalla cattedra Giovanni Paolo II istituita dalla Fondazione Fede e Scienza.

Le donne e gli uomini della mia generazione sono cresciuti nel mito del progresso lineare. La storia progredisce sempre verso il bene e, naturalmente, l’Europa (e gli Stati Uniti) marcia alla testa del cammino della storia. Il movimento della storia culmina con le democrazie occidentali. Per una fase si è pensato che una nuova tappa ulteriore del progresso storico si delineasse all’orizzonte: il comunismo. Poi il comunismo è fallito e si è affacciata la convinzione che la storia fosse finita.

Oggi questo mito si è molto indebolito ed è difficile trovare qualcuno che ci creda davvero fra gli storici e i filosofi. Esso tuttavia persiste come una specie di substrato inconfessato nelle valutazioni dei giornali e della cultura di massa. Il motivo di questa permanenza è probabilmente il fatto che ancora non abbiamo trovato un principio ordinatore alternativo che ci serva da criterio per comprendere il mondo e per orientarci in esso. In questo contributo voglio proporre alcune tesi sulla cultura della crisi per cercare di ritrovare alcuni punti di riferimento.

1. Dobbiamo cercare di comprendere il mondo a partire dal primato non dell’economia, ma dell’autocoscienza umana. L’uomo è guidato nell’azione dalla idea che ha di se stesso e della propria dignità. Nel definire cosa è un bene economico noi siamo naturalmente condizionati dalla nostra struttura biologica (sistema dei bisogni) ma la struttura biologica è assunta dal soggetto sulla base di una visione ideale di sé che egli si sforza di realizzare (sistema dei desideri). Nelle nostre società avanzate la gran parte del tempo e dello sforzo lavorativo sono orientati dal sistema dei desideri piuttosto che dal sistema dei bisogni.

2. Il sistema dei desideri ha una struttura oggettiva (come il sistema dei bisogni). Desideriamo comprendere la realtà (desiderio di verità), desideriamo essere riconosciuti e amati (desiderio del bene), desideriamo godere della bellezza. Il sistema dei desideri, tuttavia, è in larga misura plasmato storicamente. Perfino il riconoscimento di ciò che è alimento adeguato per saziare la fame può variare da una cultura all’altra. La maggior parte delle culture pone un tabù alimentare sulla carne umana, alcune invece no. Gli occidentali non mangiano la carne dei cani, i cinesi sì.

3. Il sistema dei desideri di ciascuno si forma fondamentalmente nei primi anni di vita all’interno della famiglia. Ogni generazione consegna a quella successiva la propria esperienza non solo delle tecniche del lavoro e quindi del modo di assoggettare la natura, ma anche di ciò che vale la pena di desiderare e quindi del modo di ordinare e soddisfare i propri desideri.

4. Le forme storiche di organizzazione della famiglia costituiscono dunque le strutture fondamentali della personalità.

5. La personalità si costituisce attraverso una gerarchizzazione dei desideri e viene unificata da un principio di responsabilità. Dio chiama Abramo e Abramo gli risponde. Il desiderio di rispondere alla chiamata e di essere fedele all’alleanza con Dio diventa il principio organizzatore della vita di Abramo. Ogni avvenimento e ogni desiderio verranno giudicati dal punto di vista della conformità o difformità con questo desiderio fondamentale. Responsabilità deriva dal latino respondeo, rispondo. La responsabilità è una risposta a una chiamata. Più esattamente il verbo re/spondeo è un iterativo del verbo spondeo che significa prometto. La responsabilità è una promessa che risponde a una promessa, cioè un’alleanza.

6. La religione è la forma dell’autocoscienza umana. La religione è insieme l’appello dell’assoluto e la risposta della creatura attraverso cui si costituisce l’autocoscienza. Essa unifica la persona e, insieme, la società.

7. L’idealismo ha pensato il soggetto come se esso fosse una realtà originaria, assoluta, indipendente. Per fare questo ha oscurato il processo di formazione del soggetto, la sua genesi storica e psicologica.

8. Marx, Nietzsche e Freud hanno invece messo in luce il carattere derivato della soggettività umana. Essi vedono che il soggetto è una realtà mobile, precaria, che si forma storicamente sotto la pressione della società, della necessità di soddisfare gli istinti, del desiderio del riconoscimento. Il decostruzionismo moderno denuncerà il soggetto come un inganno e uno strumento del potere; identificherà la verità dell’uomo non con il soggetto ma con il magma degli istinti che il soggetto soggioga per affermare sé. Esso non vede però che la repressione dell’istinto e la formazione dell’io sono necessarie per permettere la sopravvivenza dell’individuo. Solo attraverso il compimento del dovere (lavoro) l’uomo può dominare l’ambiente e trarre da esso il necessario per la vita.

9. Freud ha espresso meglio di altri l’antinomia della soggettività: solo attraverso la repressione dell’istinto è possibile assicurare la sopravvivenza dell’individuo. L’energia degli istinti deve essere distolta dal piacere e canalizzata verso il dovere. Se il processo va troppo oltre, però, il soggetto perde la voglia di vivere o si trova a dover fronteggiare la ribellione dell’inconscio. Per esistere è necessario agire secondo la legge ma l’azione secondo la legge comprime il desiderio, lo condanna e lo spegne. È interessante osservare che ciò che Freud dice sulla legge incrocia ciò che sulla legge ci dice un altro grande ebreo, Paolo di Tarso.

10. All’interno del post-strutturalismo contemporaneo Julia Kristeva è forse quella che nel modo più deciso ha riscoperto la funzione dello spazio religioso. Non possiamo comprendere la costituzione dell’io come un semplice effetto della pressione di conformità dell’ambiente e dell’istinto di autoconservazione o della domanda di riconoscimento. Tutti questi elementi entrano nella costituzione dell’io. Il principio formale della costituzione dell’io è però l’appello dell’assoluto e la risposta a tale appello. La repressione del desiderio trova la sua giustificazione adeguata in un desiderio più grande e nella speranza del compimento di un desiderio più grande. Un teologo direbbe: la giustificazione ultima della legge è nella speranza della redenzione.

11. Le diverse culture organizzano in modo diverso la struttura dei desideri e quindi anche quella della soddisfazione dei bisogni. Il modo in cui esse lo fanno dipende ultimamente dalla concezione che hanno dell’assoluto, dell’appello ultimo davanti al quale, per rispondergli, si costituisce il soggetto. Ci ricordiamo infatti di esistere quando qualcuno ci chiama per nome. Chi chiama per nome ultimamente è Dio. La chiamata di Dio, però, è filtrata esistenzialmente attraverso molte voci umane. La voce umana davanti alla quale la mia soggettività scopre se stessa è quella di un altro soggetto umano già costituito. Dice esattissimamente san Tommaso: «Nihil potest de potentia deduci in actum nisi per aliquod ens in actum». Qualunque sia il giudizio che vogliamo dare di questa tesi metafisica in altri ambiti (per esempio in cosmologia), essa è esattamente verificata nel processo costitutivo dell’autocoscienza umana.

12. La prima voce che ci chiama per nome è quella della madre. La famiglia si costituisce attorno alla relazione madre/bambino per contenerla e proteggerla. La donna lega a sé l’uomo per condividere l’impegno di nutrire ed educare il figlio. Educare significa prima di tutto comunicare le ragioni per le quali il bambino è stato accolto e fatto vivere. In queste ragioni è contenuta sia la vocazione del bambino sia il principio genetico della cultura di un gruppo umano.

13. Religione e famiglia sono connesse strettamente nella genesi dell’autocoscienza umana. La ragione adeguata per allevare un bambino invece di lasciarlo morire è la percezione in lui dell’appello dell’Assoluto. È la storia di Isacco. Naturalmente è possibile accogliere e allevare un bambino per altre ragioni, come strumento per un fine umano, anche nobile. Abramo voleva offrire il figlio in sacrificio a Dio. Dio rifiuta perché il bambino non è un mezzo per la realizzazione del desiderio del padre ma un fine in se stesso. La gloria di Dio è che l’uomo viva, il desiderio giusto del padre è che il figlio viva per il suo destino.

14. Nell’ordine simbolico del cristianesimo, che ha influenzato potentemente anche la civilizzazione occidentale, una forma della religione e una forma della famiglia sono connesse strettamente fra loro. Il monoteismo e il matrimonio monogamico convergono verso la formazione di una personalità dotata di una forza particolare. Nelle religioni politeiste l’uomo tende ad essere posseduto in momenti diversi dalla presenza di divinità diverse. Ogni passione dell’anima ha il suo dio e l’unità della persona è magmatica e provvisoria. Il Dio di Abramo e di Mosè è uno e non ne esiste alcuno simile a Lui, non esiste alcuna istanza che possa esonerare l’uomo dalla responsabilità verso di Lui. Nel rapporto con il padre e la madre il bambino interiorizza la legge della vita, il dovere di rendere conto delle proprie azioni, l’esperienza fondamentale di essere membro di una comunità insieme con i suoi fratelli, eccetera. Nella famiglia “tradizionale” si forma l’io che unisce in sé l’universale e il particolare, la cura per se stesso con la responsabilità verso il bene di tutti. Si forma cioè la persona che è contemporaneamente individuo e comunità.

15. Le strutture della rappresentanza politica democratica sono dipendenti anche esse dalla costellazione di fattori che abbiamo brevemente descritto. La rappresentanza democratica presuppone l’esistenza di comunità i cui membri si sentono parte gli uni degli altri, sono vitalmente interessati gli uni al destino degli altri e proprio per questo partecipano del medesimo bene comune.

16. Il bene comune non è la somma delle utilità individuali. Oggi spesso il bene comune viene confuso con la somma delle utilità individuali o è fatto coincidere con il Pil. I redditi prodotti possono essere sommati fra loro, ma nel concetto di bene comune non entra solo la produzione del reddito. Esso ha piuttosto a che fare con la vita buona, con la possibilità per ciascuno dei membri della comunità di camminare verso la realizzazione della propria piena verità e maturità umana. Non solo una grande ricchezza concentrata nelle mani di pochi mentre i più soffrono il freddo e la fame non costituisce il bene comune, ma nemmeno il buon successo economico della maggioranza basta a rendere giusto un ordine politico in cui alcuni (al limite uno solo) fossero violati nella loro dignità umana.

17. La crisi della rappresentanza democratica che noi oggi viviamo è legata strettamente con la crisi dei meccanismi che producono la personalità comunionale.

18. Hegel vede con grande realismo il processo attraverso cui si costituisce storicamente questo tipo di personalità e il ruolo che hanno in questo processo la famiglia e la religione. Una volta formatosi il soggetto si rende però indipendente dai suoi presupposti. Essi vengono “superati” (aufgehoben). Cosa questo significhi esattamente non è chiaro e sul significato esatto della Aufhebung la scuola hegeliana si è spaccata fra destra e sinistra. Di fatto è prevalsa l’interpretazione secondo la quale famiglia e religione appartengono alla storia dell’umanità ma il soggetto moderno, una volta costituitosi, non ne ha più bisogno.

19. La mentalità dominante si è dunque rivolta contro la famiglia e contro la religione, ha ritenuto di non averne bisogno. Le ha criticate perché non democratiche, perché strutturate attorno a un principio di differenza e non di eguaglianza, con ruoli precisamente determinati e non interscambiabili. Le è sfuggito che il soggetto responsabile e libero, per costituirsi, ha bisogno di uno spazio e un insieme di relazioni che non sono governate da una astratta regola di eguaglianza.

20. Il risultato è che si sono bloccati i meccanismi di formazione della soggettività responsabile e libera e della comunità solidale, oltre che della rappresentanza democratica. La crisi della famiglia ci consegna un numero crescente di soggetti in cui le due polarità dell’esistenza (l’essere per se stesso e l’essere con gli altri) non si integrano più armoniosamente. Si oscilla fra una solitudine assoluta e lo smarrimento di sé in una massa indifferenziata. La crisi della religione fa in modo che non si ascolti l’appello ad essere se stessi. Non lo si ascolta nella forma radicale della voce di Dio e non lo si ascolta nelle forme mediate con cui la voce di Dio entra nella quotidianità. Si ha paura di innamorarsi e soprattutto di scommettere sulla possibilità che un innamoramento si consolidi in un amore che dura e costituisce una base solida per generare ed educare dei figli.

21. L’uomo che non è educato a padroneggiare il proprio desiderio non è in grado di riconoscere e accettare il desiderio dell’altro e il diritto dell’altro a desiderare. Ancora meno è in grado di accettare l’eguaglianza fra il proprio desiderio e il desiderio dell’altro. Uomini che non si riconoscono come membra gli uni degli altri non possono essere rappresentati politicamente. La rappresentanza politica suppone sempre la mediazione fra desideri e domande che si riconoscono di pari dignità. Se i soggetti sono estranei totalmente l’uno all’altro nessuna mediazione è possibile. Il desiderio unilaterale si afferma come diritto. Esso tenta di imporsi e, se non vi riesce, si rivolta contro la comunità, afferma la propria non appartenenza. Di qui la crisi delle democrazie occidentali che non riescono più a trovare una definizione di bene comune. Il bene comune presuppone una personalità comunionale. Se essa viene meno il bene comune non può essere definito. Il bene comune è infatti il bene di una comunità.

22. Per un certo tempo storico la fine del bene comune è stata mascherata dalla crescita economica. La politica comprava il consenso distribuendo fra diversi ceti sociali e gruppi di pressione i benefici dello sviluppo. Sommando le diverse richieste dei diversi gruppi si costruiva un simulacro di bene comune. Quando è arrivata la crisi economica, e invece di distribuire benefici ci si è trovati a ripartire sacrifici, ci si è resi conto di quanto la base solidaristica delle nostre società si fosse indebolita.

23. Adesso ci sforziamo di fare riforme costituzionali che mimino la democrazia e consentano di governare con meno consenso privilegiando il momento della decisione su quello della rappresentanza. Per aggirare la fatica di rappresentare il popolo si inventano strumenti istituzionali sempre più complessi per ottenere che il potere di decidere sia delegato a un gruppo di “saggi”. Altra alternativa sembra non esserci perché il popolo non c’è più e la massa non può essere rappresentata.

24. Se un’alternativa c’è, essa non nasce dall’interno della politica, anche se certo la politica ha un ruolo importante per permetterle di crescere e di generalizzarsi. Se la crisi della cultura nasce dalla religione e dalla famiglia, la ripresa può ricominciare solo lì da dove è iniziata la crisi. Ogni qual volta due giovani si innamorano, si sposano e fondano una nuova famiglia, insieme con loro rinasce la speranza dell’uomo. Ogni qual volta un uomo sente la voce di Dio che chiama e si mette in gioco per seguirla, lì la salvezza diventa di nuovo possibile. La salvezza è possibile quando l’uomo riconosce la grazia e si affida alla grazia.

Nel tempo della crisi dell’uomo, nel tempo della crisi antropologica, è bene ripetere le parole del Re Davide:

«Io volgo il mio sguardo ai monti

Da dove può venire l’aiuto?

L’aiuto ci viene dal Signore

Creatore del cielo e della terra».

Dall’invocazione dell’aiuto di Dio ricomincia il cammino della speranza.

di Rocco Buttiglione

Fonte: http://www.tempi.it



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