Contro il “gaio sindaco” Ignazio Marino

Vita Nuova ha intervistato Olimpia Tarzia che a Roma sta organizzando una opposizione al sindaco Marino che registra a scopo propagandistico le nozze gay contratte all’estero. Serve un nuovo family day romano.

Anche a Roma si è aperta la disputa sulla «trascrizione» nei registri comunali delle “nozze gay”. Il sindaco Ignazio Marino, infatti, il 18 ottobre ha sancito civilmente 16 matrimoni di omosessuali contratti all’estero. Il Vicariato di Roma e la Conferenza episcopale italiana hanno subito protestato contro l’annunciato gesto, precisando che la Chiesa non si oppone alla tutela dei diritti degli omosessuali, ma chiede che ciò avvenga senza alcun tipo di equiparazione delle loro “unioni” al matrimonio.
Le “nozze gay” celebrate all’estero, secondo il Codice civile, la legge sul divorzio, quella sullo stato civile e di riforma del diritto internazionale privato, non possono nel nostro ordinamento ricevere nessun riconoscimento, perché i matrimoni unicamente legittimi sono quelli basati sulla diversità di sesso delle persone che si vogliono sposare. Ne parliamo con Olimpia Tarzia, consigliera regionale e vicepresidente della Commissione cultura del Lazio, fondatrice del movimento Per (Politica Etica Responsabilità).

Ora ci si mette anche la giunta Marino a spalancare definitivamente le porte del Comune di Roma alle lobby abortiste e gay…
La decisione del sindaco di Roma Ignazio Marino di provvedere alla trascrizione nei registri comunali di atti matrimoniali contratti all’estero tra persone dello stesso sesso è una notizia grave e inaccettabile. La Costituzione italiana non riconosce nessun tipo di matrimonio all’infuori di quello che fonda la famiglia sul patto pubblico tra un uomo e una donna. Occorrerebbe che il governo nazionale intervenisse a sancire l’illegittimità di questi atti.
Con tutti i problemi sociali che Roma e il Lazio presentano oggi, come si fa ad occuparsi delle pretese di queste lobby?
Il compito della politica dovrebbe appunto essere quello di discernere i veri dai falsi bisogni, le reali emergenze sociali da quelle derivanti solo dalla demagogia, dalla “dittatura dell’io” o del pensiero unico di alcune marginali élite mediatico-culturali. Potremmo fare molti esempi di come gli amministratori del Lazio stanno depauperando la Regione, dal punto di vista non solo economico, ma anche umano e sociale. Se leggiamo l’ultima relazione annuale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78, emerge chiaramente come il numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere risulti congruo rispetto agli aborti effettuati. Su base regionale non emergono criticità nei “servizi di aborto” che vengono effettuati nel 64% delle strutture disponibili. Eppure il presidente Zingaretti non trova di meglio che vietare con decreto l’obiezione di coscienza nei consultori del Lazio. Mi auguro che, alla luce dei dati ufficiali forniti dal Ministero, Zingaretti voglia ripensare all’assurdità del suo decreto, ritirandolo. Alla mia interrogazione in merito, presentata il 25 giugno scorso, non c’è però stata finora alcuna risposta.
In effetti, la novità dell’ultimo rapporto sulla 194 del ministero della Salute è proprio quella della pubblicazione dei dati ufficiali sull’obiezione di coscienza all’aborto. Ne risulta che, ogni ginecologo non obiettore, lungi dall’essere sottoposto a ritmi di lavoro intollerabili, come vorrebbe il presidente del Lazio Zingaretti, pratica mediamente 1,4 aborti ogni settimana. Anche l’attacco all’obiezione rappresenta una conferma del passaggio dei sinistri al “partito radicale di massa”?
Direi di sì. Dalla relazione annuale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194/78, emerge chiaramente come il numero dei non obiettori nelle strutture ospedaliere risulti più che congruo rispetto agli aborti effettuati. Oggi che la “relazione Lorenzin” ne mette in luce la valenza puramente ideologica, gli operatori medico-sanitari più responsabili, le famiglie e tutto il mondo cattolico dovrebbero alimentare il livello d’attenzione e la mobilitazione contro l’anti-democratico tentativo di eliminare il diritto-dovere all’obiezione di coscienza all’aborto. San Giovanni Paolo II ci ha insegnato che, nel caso di una legge intrinsecamente ingiusta come è quella che ammette l’aborto o l’eutanasia, «non è mai lecito conformarsi ad essa, né partecipare ad una campagna di opinione in favore di una legge siffatta, né dare ad essa il suffragio del proprio voto […] Rifiutarsi di partecipare a commettere un’ingiustizia è non solo un dovere morale, ma è anche un diritto umano basilare […]. In tal senso, la possibilità di rifiutarsi di partecipare alla fase consultiva, preparatoria ed esecutiva di simili atti contro la vita dovrebbe essere assicurata ai medici, agli operatori sanitari e ai responsabili delle istituzioni ospedaliere, delle cliniche e delle case di cura. Chi ricorre all’obiezione di coscienza deve essere salvaguardato non solo da sanzioni penali, ma anche da qualsiasi danno sul piano legale, disciplinare, economico e professionale» (Evangelium vitae, n. 73-74).
Ci sono altre pericolose sfide all’orizzonte?
Purtroppo sì. Penso al divorzio “fai-da-te” in discussione in questi giorni, al disegno di legge sull’omofobia che se resta tale di fatto cancellerà la libertà di pensiero e di espressione, all’ideologica accelerazione delle regioni sull’eterologa, alle aperture sulla pratica dell’utero in affitto. E non può non tornarmi alla mente un altro stupendo passo dell’“Evangelium vitae” (n.95): sulla «generale mobilitazione» che urge «delle coscienze» e del «comune sforzo etico». Papa Wojtyla ci ha infatti chiesto di mettere in atto una «grande strategia a favore della vita. Tutti insieme dobbiamo costruire una nuova cultura della vita: nuova, perché in grado di affrontare e risolvere gli inediti problemi di oggi circa la vita dell’uomo; nuova, perché fatta propria con più salda e operosa convinzione da parte di tutti i cristiani; nuova, perché capace di suscitare un serio e coraggioso confronto culturale con tutti».
Ritornando alle trascrizioni effettuate dal “gaio sindaco” Marino delle 16 “nozze omosessuali” celebrate all’estero, con tutti i problemi che ha la città di Roma non è arrivato il momento di convocare una grande manifestazione per la rinascita socio-religiosa della nostra città?
Direi proprio di sì ma, il problema rimane sempre lo stesso, soprattutto nel mondo cattolico. Il primo interesse di molti politici e leader cittadini è quello “di bottega”. Ed ognuno continua a guardare sempre al proprio orticello, mentre tutto intorno a noi frana. Il sindaco di Roma, dopo anni che opportunisticamente sfila e si fa’ fotografare accanto al Papa ed ai vescovi, ora ha preso nel modo più clamoroso una posizione politica definitiva. Ha deciso di appoggiare una minoranza infinitesima contro le aspettative e le speranze della stragrande maggioranza dei romani. È giunta quindi l’ora di un nuovo Family Day, diretto a provocare le dimissioni della giunta ed a convocare nuove elezioni amministrative.
(a cura di Giuseppe Brienza)



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