Continua la partita a scacchi tra Barcellona e Madrid

Il governo spagnolo ha messo a segno una mossa strategica con l’indizione di nuove elezioni. I catalani si trovano così di fronte ad una scelta che li penalizzerà in ogni caso.

Dopo essere caduto nella trappola degli indipendentisti, che lo hanno costretto ad usare la forza per chiarire l’illegittimità del “referendum” catalano, il governo spagnolo ha messo a segno una mossa strategica con l’indizione di nuove elezioni. I catalani si trovano così di fronte ad una scelta che li penalizzerà in ogni caso: se rifiutano di accettare l’azzeramento dei giochi non potranno presentarsi alle elezioni e dunque lasceranno ogni speranza di conservare il potere. Se invece scelgono di candidarsi, riconosceranno palesemente la sovranità di Madrid, rinnegando il loro intero operato. Di fronte ad un’Europa in grave imbarazzo, Madrid ha poi dato prova di rispettare il principio democratico, affidandosi al voto dei catalani, senza rinunciare alla propria posizione di principio.

E’ altresì vero che l’ala estrema degli indipendentisti – quella Candidatura di Unione Popolare (CUP) che costituiva l’ago della bilancia nel governo Puidgemont – sogna una rivoluzione dal basso, a partire dai municipi, che dovrebbero gestire il potere (ed i soldi delle tasse) bypassando un governo regionale che li veda in minoranza. Dei veri democratici, come si può apprezzare. Si vaneggia di un'”assemblea degli eletti”, i 4.200 consiglieri comunali quale nuovo organo deliberante. Politicamente siamo tra i 5 Stelle e Zapatero, se non addirittura a Che Guevara. Con Puidgemont, attento agli interessi dei “padroni del vapore”, l’unico punto di contatto è l’indipendenza. L’attuale groviglio ispanico è il risultato di questa duplice strumentalizzazione, che ha provvisoriamente miscelato acqua e olio contro il nemico comune.

Nel mondo politico questi insani connubi si ripetono fin troppo spesso. In Belgio, della coalizione di governo fa parte il partito indipendentista fiammingo (NVA): liberista, anti-migranti, spostato sempre più a destra, sembra oggi l’unica sponda aperta per gli ex governanti catalani, che dopo aver ostentato per mesi una sicurezza irragionevole hanno deciso di rifugiarsi a Bruxelles. Anche a questi “eroi” del nostro tempo la prigione fa paura e ne hanno ben d’onde. La procura generale ha chiesto l’incriminazione dell’intero governo catalano per ribellione e sedizione: pena prevista, tra i 15 e i 30 anni. Quanto all’assemblea locale, i sostenitori del governo se la vedranno col Tribunale superiore.

All’atto pratico, la sensazione è che siamo all’ “ognun per sé e Dio per tutti”. Tra gli ex ministri, il solo Josep Rull si è fatto pateticamente fotografare al suo tavolo di lavoro, ma a quanto pare la polizia locale (che irresponsabilmente si era cercato di equipaggiare con armi da guerra) non sembra incline a sostenere i perdenti. I due funzionari al vertice hanno accettato la rimozione e non sono i soli: con il governo locale, Madrid ha licenziato circa 150 collaboratori da questo nominati. Sono stati inoltre sequestrati 6,2 milioni di euro relativi ai costi di un referendum illegale, che probabilmente verranno addebitati a quanti l’hanno promosso. Ed è solo l’inizio.

Privati della scorta, Puidgemont e 5 dei suoi ex ministri sono scappati in Belgio, contando sul fatto che in questo Paese si può appellarsi alla magistratura contro il diniego dell’asilo politico ed il mandato di cattura europeo. Un processo davanti ai giudici belgi si tradurrebbe poi in un processo pubblico alla Spagna, E per giunta nella “capitale” della UE, dove gli indipendentisti possono contare su numerosi e robusti alleati.

In prima battuta le cose non sono andate benissimo. Puidgemont sperava di installare il suo “governo in esilio” nella sede della Rappresentanza permanente creata nel 2014, dalla quale l’ex portavoce della Commissione Europea, Altafoj, ha sinora cercato in tutti i modi di guadagnare l’appoggio dei Paesi europei o quanto meno della loro opinione pubblica. Non ha avuto successo, e Puidgemont si è anzi trovato le porte sbarrate, avendo Madrid avocato a sé tutte le rappresentanze all’estero della regione.

A Barcellona, la portavoce del PeDeCat ha annunciato che parteciperà alle elezioni indette per il 21 dicembre, “con l’impegno a rispettare ciò che dirà la società catalana”. Rifiutando la proposta di Madrid di sciogliere l’assemblea regionale, Puidgemont ha perso l’occasione di gestire le elezioni, nelle quali dovrebbe ora farsi sentire la parte dell’elettorato decisa a rimanere nel regno di Spagna. Tutti i sondaggi continuano a darla come maggioritaria, nonostante la brutta figuraa fatta fare a Madrid.

E’ importante comprendere come la coalizione capeggiata da Puidgemont sia arrivata al potere. In parte rilevante è il risultato di una legge elettorale che avvantaggia le zone rurali rispetto a quelle urbane. In questo modo si è potuta coagulare una maggioranza di soli 5 seggi su 120, a fronte di un suffragio che non ha superato il 47%. Con questo esiguo margine Puidgemont ha perseguito la sua personale lotta con Madrid, in aperta violazione della stessa legge catalana. Questa richiede infatti una maggioranza qualificata per l’approvazione di questioni di grande rilevanza, una norma che è stata violata sia nella convocazione referendaria che nell’approvazione dell’indipendenza.

Non siamo molto lontani dal caso italiano, dove un parlamento egemonizzato dal PD sulla base di una legge elettorale giudicata illegittima continua a voler approvare delibere-bomba come lo stravolgimento della Costituzione, il Rosatellum, lo ius soli.



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