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Riflessione sul ruolo del padre |
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Scritto da Giorgio Malavasi
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giovedì 24 gennaio 2008 |
Stop ai papà peluche, così morbidi da produrre figli tiranni e, in un certo senso, figli orfani. È un atto d’accusa contro la generazione post-sessantottina dei papà quello che viene da Daniele Novara, direttore a Piacenza del Centro psico-pedagogico per la pace e la gestione di conflitti. Soprattutto è un caldo invito a raddrizzare la rotta, a riprendere in mano il controllo della situazione.
Il pedagogista riflette sulla rivoluzione a 180° prodottasi nel modo di interpretare il ruolo di padre. Sì, perché i papà sono cambiati radicalmente: nell’arco di una generazione o poco più — diciamo in trent’anni — hanno subito una metamorfosi sostanziale. Si dice sempre che il ’68 ha avuto per protagonista la donna, che ha costruito la sua emancipazione nel lavoro e nella famiglia. Ma chi ha davvero “cambiato mestiere”, non tanto nel lavoro ma nella famiglia, sono gli uomini.
«I padri — spiega Novara — si sono “maternalizzati”. In un primo tempo dagli psicologi, e soprattutto dalle psicologhe, questo fenomeno è stato visto come un gran risultato storico. I padri “morbidi” con i figli sono stati visti come l’esito finale del processo di erosione della figura arcaica e negativa del padre padrone». D’altro canto chiunque può raccontare di papà (oggi nonni) nati negli anni ’20 o ’30 che non hanno mai cambiato un pannolino, raramente hanno giocato con i propri bambini, hanno scansato per timidezza coccole e baci e a volte sono stati quasi assenti dal punto di vista educativo e del dialogo.
Però le punizioni, e più di qualche scappellotto, erano affar loro. E dinanzi ai loro rimproveri o alle regole imposte, i figli chinavano il capo. Spesso erano più autoritari che autorevoli ma avevano chiaro come muoversi in famiglia.
I padri venuti dopo, quelli di oggi, nati negli anni ’60 e ’70, sono di un’altra pasta: condividono con la moglie la cura dei bebè e dei più grandini, sono pieni di coccole e affettuosità, giocano e parlano ad ogni piè sospinto. Tutte cose positive, che li avvicinano ai figli; in compenso, però, fanno una gran fatica a mostrare il loro volto burbero: pongono regole ma concedono mille eccezioni e sgridano ma senza convinzione.
Da un estremo all’altro, insomma: «Tra il padre padrone e il padre peluche — argomenta Novara — bisogna recuperare una figura di padre educativo. Un uomo, cioè, che svolga bene il suo ruolo: quello paterno è un ruolo educativo. È il padre che dà una spinta al bambino, lo tira fuori dal lettone, gli dice che i compiti li deve da solo, che deve mangiare da solo, che lo porta a fare sport, a provare esperienze nuove...: il ruolo del padre è di aiutare i figli a stare al mondo».
E il porre le regole e farle rispettare? «Oggi sono sempre più le mamme a farlo. Quando faccio consulenza pedagogica e viene la coppia di genitori, chiedo loro chi è il padre di casa: è la mamma ad alzare la mano». Novara è piuttosto critico sui papà “mammi”: «È chiaro che nel momento in cui si chiede al padre di fare la madre, lui è incapace di farlo: non ha una memoria storica in questo senso, diventa grottesco, si mette a fare il clown con il bimbo, svolge male le funzioni materne, le realizza in maniera ridicola».
Perciò, continua il pedagogista, è conveniente un passo indietro, per recuperare una figura “mediana” di padre, alla fine più utile sia ai figli che alla moglie: «È necessario che si ritrovino il ruolo materno dell’accudimento, che tende a spegnersi con la crescita dei bambini, e quello dei padri, che diventa sempre più importante quando i figli diventano grandi, e tanto più nell’adolescenza, nel fronteggiare le necessaria spinta trasgressiva dei ragazzi, la loro tendenza alla conflittualità, le loro bugie, la loro volontà di stare nel gruppo e di allontanarsi e uscire dalla famiglia.
Ma questo allontanamento deve essere gestito dalla figura del padre, nel senso che il padre deve far sì che l’uscita dal nido non sia pericolosa. Ci sono fenomeni dell’età adolescenziale come il consumo di alcol, o il tabagismo, o la droga il cui contenimento non avviene perché il padre continua a fare il peluche. Specie tra gli 11 e i 14 anni, l’età più critica, quando la spinta a staccarsi dai vincoli familiari diventa più forte, un papà autorevole ed educatore — nel senso di capace di contenere le spinte centrifughe — è essenziale». |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 02 febbraio 2009 )
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