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Le scritture della Chiesa triestina PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberto Gherbaz   
lunedì 03 dicembre 2007
Il 23 settembre 1272 il notaio Domenico, su preciso mandato del vescovo di Trieste Arlongo, redigeva la copia del breve che l’arcivescovo Aquense, legato di Papa Gregorio X, aveva inviato da Brescia il precedente 19 agosto al medesimo Arlongo e che riguardava la riscossione nella Diocesi di Trieste di quindici marche frisacensi per le procurazioni. La procurazione era di fatto la tassa che ogni Diocesi doveva devolvere alla Sede Apostolica. In calce al documento esemplato veniva aggiunta, per autorità di Arlongo, una nota che stabiliva la quota che ogni ecclesiastico e istituzione della Diocesi triestina doveva versare per contribuire al raggiungimento della cifra prescritta. Il testo di questa aggiunta è: Ad solutionem dictorum denariorum primo dominus Arlongus Dei gratia Episcopus tergestinus solvit viginti quinque libras veronenses. Item capitulum tergestinum viginti libras veronenses. Item imponimus priori Sanctorum Martirum duodecim libras veronenses. Item capitulo muglensi decem libras veronenses. Item capitulo de Umago octo libras veronenses. Item imponimus plebano de Pinguento sex libras veronenses. Item plebano de Roz sex libras veronenses. Item monasterio Sancti Apolenaris obediencie Sancti Nicholai de litore quinque libras veronenses. Item priori Sancti Clementis quattuor libras veronenses. Item plebano de Loca duas libras veronenses. Item plebano Sancti Wodorlici de Mucho octo libras veronenses. Item plebano de Pirpon quattuor libras veronenses. Item plebano de Dornech novem libras veronenses. Item plebano de Sclavine quinque libras veronenses. Item plebano de Crenoviz quinque libras veronenses. Item plebano de Tomay quattuor libras veronenses. Et ista pecunia sub pena excomunicationis et officii et beneficii solvatur hinc ad proximos quindecim die[s] a die presentationis.
Questo documento di Arlongo ci permette ci conoscere la struttura e l’estensione territoriale della Chiesa triestina sul finire del XIII secolo, quando i Vescovi detenevano ancora il potere civile in città e avevano la facoltà di battere moneta. Pertanto vediamo che nella Diocesi di Trieste, oltre al Vescovo, c’erano tre capitoli, Trieste, Muggia e Umago, un monastero, due priorati e nove pievi e che le località citate sono: Trieste, Muggia, Umago, che rappresentava un’enclave, Pinguente (nell’Istria centrale vicino al Quieto), Rozzo (nell’Istria centrale), Lonche (vicino al Risano), San Dorligo della Valle, Crussizza di Castelnuovo, Torrenova di Bisterza (nella valle del Timavo), Villa Slavina (presso Postumia), Crenovizza (presso Postumia) e Tomadio. In questo elenco mancano le pievi che dipendevano dal Capitolo di Trieste, come Povir, Vrem, Cossana, e il convento dei Frati Minori di Trieste, il cui guardiano aveva il compito di assolvere tutti coloro che erano incorsi nella scomunica per il ritardo nel pagamento delle procurazioni.
Il piccolo codice cartaceo dell’archivio del Capitolo Cattedrale di Trieste Taxatio beneficiorum, che riguarda le tasse papali negli anni 1371 – 1374 e che fu studiato da Samo Pahor nel 1967, ci illumina invece sulla situazione della Chiesa triestina nel ‘300.
Dal confronto dei due documenti si nota che nell’arco di cent’anni il territorio diocesano era variato di poco: rispetto al 1272, nel 1371 manca il monastero di S. Apollinare d’Oltra, passato nel frattempo sotto il vescovado di Capodistria, ma in più sono presenti la pieve di Stridone, sorta da quella di Pinguente, e il monastero della Cella delle Monache Benedettine di Trieste.
Nella pergamena del 14 settembre 1388, regestata da Luigi Parentin, si accenna al pievano di San Canziano (San Canzian d’Isonzo) della Diocesi tergestina.
Pertanto alla fine del XIV secolo la Diocesi di Trieste risultava molto estesa e comprendeva, oltre la città episcopale e Muggia, tutto il Carso triestino, la zona centrale dell’Istria con Pinguente, Rozzo e Stridone, la valle del Timavo, le località nei pressi di Postumia e le due enclave di Umago e di San Canzian d’Isonzo.
Dopo aver preso in esame la dimensione territoriale della Chiesa o Diocesi triestina e, in modo alquanto sintetico, il suo assetto nell’arco dei secoli XIII e XIV, incentriamo la nostra attenzione esclusivamente sulla città episcopale e sulle scritture delle istituzioni ecclesiastiche in essa presenti, Monastero della Cella, Priorato dei Santi Martiri, Convento dei Frati Minori, Capitolo e Vescovo.
Il Monastero delle Monache Benedettine di San Cipriano, fondato probabilmente nel 1278 dal Vescovo Arlongo per delle Monache Clarisse e conosciuto in origine come il Monastero della Cella, aveva un consistente e importante archivio con molte pergamene, che fu alienato dalle Monache nel 1907 unitamente al trittico di Santa Chiara e ad altri beni culturali. Attualmente l’archivio è conservato presso la Fondazione Scaramangà di Altomonte di Trieste.
Il Priorato dei Santi Martiri, sorto dopo la donazione dell’omonima chiesa fatta dal Vescovo di Trieste Artuico all’Abate di San Giorgio e Santo Stefano Protomartire di Venezia, venne soppresso nel 1736 dall’Imperatore Carlo VI; il suo antico archivio con le preziose pergamene passò quindi alla C.R.S. Intendenza Commerciale per il Litorale in Trieste ed è attualmente conservato presso l’Archivio di Stato di Trieste.
Il Convento dei Frati Minori, la cui esistenza era sicuramente attestata nel 1257, venne soppresso dall’Imperatore Francesco II dopo la sua assunzione al trono del Sacro Romano Impero, avvenuta nel 1792.
Prima di trattare delle scritture del Capitolo e del Vescovo di Trieste è opportuno offrire la definizione canonica di diocesi: La diocesi è la porzione del popolo di Dio che viene affidata alla cura pastorale del Vescovo con la cooperazione del presbiterio, in modo che aderendo al suo pastore e da lui riunita nello Spirito Santo mediante il Vangelo e l’Eucaristia, costituisca una Chiesa particolare in cui è veramente presente e operante la Chiesa di Cristo una, santa, cattolica e apostolica. (Cfr. Can 369)
Da questa definizione emerge il ruolo centrale del Vescovo, che, coadiuvato dai presbiteri, guida una porzione del popolo di Dio, costituita in Chiesa particolare.
Il Capitolo Cattedrale di San Giusto Martire è da considerarsi come la più antica istituzione ecclesiastica della Diocesi di Trieste perché trae origine da quel collegio di chierici che fin dai tempi più remoti, conducendo vita in comune, assistevano il Vescovo nella sua Chiesa Cattedrale, posta sul colle e dedicata alla Vergine Maria, e collaboravano con lui nella cura delle anime e nel governo della Diocesi.
Nel periodo che noi stiamo prendendo in esame (basso medioevo e ‘300 in particolare) il Capitolo di Trieste era spesso denominato Capitulum Ecclesiæ Tergestinæ (Capitolo della Chiesa triestina) e questa denominazione ci fa intuire sia il suo rapporto di stretta e fattiva collaborazione con il Vescovo sia la sua funzione, alle volte determinante, nell’organizzazione e gestione della Diocesi o Chiesa triestina.
Nonostante l’importanza esclusiva e centrale dell’ufficio episcopale, dell’antico archivio dei Vescovi di Trieste rimane ben poco nell’attuale Archivio della Curia Diocesana di Trieste: infatti il più antico documento in esso contenuto è un urbario della mensa vescovile che risale al 1397. Pertanto se vogliamo conoscere l’attività dei Vescovi triestini dobbiamo rivolgere la nostra attenzione ad altri archivi e raccolte.
L’archivio che più di tutti ci permette di scandagliare l’attività dei Vescovi e della Chiesa triestina nel periodo in esame è, a motivo della sua organicità e sufficiente completezza e principalmente per la particolare natura e competenza dell’ente produttore, proprio l’archivio del Capitolo della Chiesa triestina.
Per poter avere un approccio corretto con questo antico archivio e per poter trarre da esso alcune informazioni utili nella conoscenza della Trieste trecentesca è necessario sapere preventivamente che cosa sia in generale un archivio: secondo Leopoldo Sandri esso è il complesso delle scritture per mezzo delle quali si è esplicata l’attività pratica di un ente o di una persona reciprocamente legate da un vincolo determinato dalla natura e competenza dell'ente o della persona cui quelle scritture si riferiscono. Questa definizione mette in evidenza il concetto di vincolo o nesso archivistico, che è il legame che unisce gli atti fra di loro e l’archivio con l’ente, contraddistinto da una propria natura e da specifiche competenze. Il singolo documento dev’essere sempre considerato come un elemento del complesso. Il nesso archivistico è quindi l’elemento che distingue l’archivio dalle biblioteche e anche dalle raccolte più o meno considerevoli di documenti.
L’archivio del Capitolo negli ultimi secoli, nonostante l’interesse dell’ente produttore, non è stato sempre tenuto con la dovuta cura: la soppressione del Capitolo nel 1788 per tre anni, i rimaneggiamenti da parte di persone non competenti, una certa impostazione storiografica ottocentesca, gli spostamenti del materiale per i lavori di trasformazione nella Cattedrale e nella sacrestia, dov’erano collocati gli armadi a cassetti, poi eliminati, che custodivano secondo un certo ordine gli atti capitolari, hanno causato lo sconvolgimento dell’ordinamento originale in maniera molto grave. A tutto questo si devono poi aggiungere le misteriose e non autorizzate sottrazioni di diversi documenti, che ora si trovano presso vari istituti culturali come l’Archivio Diplomatico e la Fondazione Scaramangà di Altomonte. Il Capitolo ha potuto ricuperare soltanto il consistente materiale documentario che era stato imprestato ad Attilio Hortis, grazie al rinvenimento da parte di Samo Pahor della ricevuta firmata dallo stesso Hortis. Nel 1862 ci fu inoltre l’insidiosa richiesta da parte del Podestà Stefano de Conti di poter accogliere nell’Archivio del Comune alcuni documenti dell’Archivio capitolare, ma il Capitolo rispose negativamente.
Visto lo stato dell’archivio del Capitolo, era estremamente necessario che esso fosse sottoposto ad un accurato lavoro di riordinamento secondo il metodo storico e di inventariazione. Questo intervento, appena concluso, ha permesso di ricostituire l’ordinamento originario, ritrovando pertanto il nesso archivistico e facendo risaltare la natura e le competenze del Capitolo. Le serie archivistiche, che si sono ricomposte a seguito del riordinamento storico, sono 20, ma 9 sono quelle che contengono documenti che vanno dall’XI al XIV secolo incluso. Oltre alle serie archivistiche c’è il complesso delle 607 pergamene, che appartengono in gran parte all’archivio del Capitolo e in misura minore ad altri archivi o fondi archivistici che fanno parte dell’istituzione archivistica denominata Archivio Capitolare di S. Giusto. Nell’arco dell’Ottocento le pergamene furono tolte dai rispettivi cassetti di conservazione, stravolgendo l’ordinamento originario, e collocate secondo l’improprio ordine cronologico, che più rispondeva alle esigenze di alcuni storici e studiosi del passato. 477 furono regestate da Angelo Marsich e 87 da Luigi Parentin. Attualmente tutte le pergamene, pulite, spianate, restaurate e correttamente condizionate, sono conservate secondo formato e vengono sottoposte ad una attenta schedatura scientifica al fine di ricuperare il nesso archivistico obliato. Le pergamene relative al periodo dall’XI al XIV secolo, bolle e atti notarili, sono 286 e riguardano diversi aspetti dell’attività capitolare, come il diritto esercitato dal Capitolo nell’elezione dei Vescovi, gli interventi pontifici e patriarcali nelle medesime elezioni e nomine vescovili, le tasse papali con le relative quietanze, i rapporti con autorità politiche, i contenziosi per le sepolture, i testamenti finalizzati al suffragio delle anime e le donazioni, gli acquisti, le vendite, i livelli e gli affitti di case, campi, vigne e altri beni.
Prendiamo ora in esame le nove serie archivistiche che contengono le scritture fino al XIV secolo incluso, che sono la prima, la seconda, la sesta, la nona, la decima, l’undicesima, la dodicesima, la quattordicesima e la quindicesima.
La serie iniziale con gli Statuti Capitolari va fino al 1988. Gli Statuti più antichi risalgono al XIV secolo (la data più probabile è il 1338), ma sono contenuti in un interessante codice cartaceo miscellaneo del XV secolo, che tra le altre cose riporta anche le Costituzioni Sinodali del Vescovo Antonio Goppo del 1460. Gli Statuti trecenteschi risultano articolati in 38 capitoli, ai quali nel 1421 furono aggiunti i capitoli n. 39 e 40 e nel 1456 due capitoli non numerati; nel 1472 gli Statuti vennero integrati con una Nova constitutio e nel 1491 con le disposizioni del Vescovo Acazio. Gli Statuti delineano con chiarezza i compiti del Capitolo, formato da 12 Canonici, all’interno della Chiesa triestina soprattutto a riguardo della disciplina ecclesiastica nelle celebrazioni corali, nelle processioni, nelle Sacre Ordinazioni, nell’esercizio del Sacramento della Penitenza e nelle assenze dei chierici dalla Città e dalla Diocesi; stabiliscono inoltre tutta una serie di norme relative alle riunioni capitolari, alla divisione delle 26 cappelle della Città e del territorio tra i Canonici residenti nel giorno di S. Silvestro, all’elezione, nel medesimo giorno, di due Canipari, all’amministrazione dei beni capitolari, alla divisione delle rendite, all’osservanza dei numerosi legati per i defunti e ad altre incombenze, come per esempio la coltura delle vigne. Dagli Statuti emerge il ruolo primario dei Canipari o amministratori, eletti per ballottaggio, che dovevano amministrare correttamente i beni e compilare tutte le scritture contabili e gli inventari: Item quod Caniparii Capituli successive qui pro tempore fuerint teneantur et debeant in scriptis reducere per modum inventarii omnia et singula iura Canonicorum et Capituli et illa consignare futuris Canipariis sub pena soldorum quadraginta (cap. 21). Possiamo pertanto affermare che la formazione e lo sviluppo dell’archivio in modo organico e razionale siano dovuti in gran parte proprio al lavoro capillare degli antichi Canipari. (mostrare come esempio di inventario l’elenco trecentesco delle case capitolari, utilizzato in seguito come legatura per un registro dei defunti)
La seconda serie archivistica è quella che riguarda la liturgia e che contiene l’interessante Passionario del secolo XIII, il raffinato Breviario Tergestino Aquileiese del secolo XV con squisite miniature, che, essendo una copia di codici più antichi, è una preziosa testimonianza della prassi liturgica della Cattedrale triestina nell’arco dei secoli XIV e XV, e l’interessante Liber anniversariorum, iniziato nel 1405, che riferisce notizie relative a dedicazioni di altari e di chiese e ad alcuni episodi storici della vita della Città come la fine del dominio veneziano nel 1380.
Nella sesta serie archivistica, riguardante la corrispondenza antica, abbiamo le Littarae aetatis mediae dei secoli XIV-XV con le lettere del tempo del Decano Melchiorre (1320-1340) e le Epistolae Veteres dei secoli XIV-XVI con corrispondenza di natura diversa del secolo XIV.
Nella nona serie, quella dei fascicoli speciali, sono conservate le Lettere di Ugone di Duino, di Rodolfo di Walsee e di Giovanni Obernburger Suo provveditore in Prem al Reverendissimo Capitolo della Chiesa Triestina (1355-1448) e i Rescripta quorundam Cardinalium commendatitia pro F. Gregorio de Luca Feltrensi et Bellunensi Episcopo Tergestini Episcopatus Administratore (secolo XIV).
Nella decima serie, atti contabili, abbiamo le quietanze dei collettori per le tasse papali dal 1308 al 1444, il piccolo codice Taxatio beneficiorum del 1371-1374, già citato in precedenza, il Quaternus decimarum … del 1316-1320 e il Quaderno delle decime e degli affitti del 1357.
Nell’undicesima serie, Registri contabili, Urbari e Libri Mastri, sono contenuti il Redditus et proventus beneficiorum Canonicalium Venerabilis Capituli Tergestini del 1308-1310, il codice miscellaneo con le Entrate e spese. Decime et quartesi e altra documentazione dal 1334 al 1486, il Redditus et proventus canonicorum et Capituli Ecclesiae Tergestinae del 1336-1383, la Vacchetta del 1381, il Quaternus Capituli Tergestini del 1400-1406, il Libro dei redditi proventi del Capitolo del 1407-1419 e i tre Registri delle cere del 1356-1406.
Nella dodicesima serie, Controversie e liti, c’è l’importante codice miscellaneo che contiene il Processo trà il Venerabile Capitolo et li signori Cigotti in punto d’un’annua levata di sale in Zaule dell’anno 1454, altri processi, un antico protocollo di investiture di feudi, un quaderno di decime e un Urbario Capitolare e che copre il periodo dal 1298 al 1551.
Nella quattordicesima serie, Testamenti, abbiamo testamenti cartacei originali e in copia dal 1368 al 1740.
Nella quindicesima serie, Suppliche e installazioni canonicali, viene conservato il codice Instrumenta, Bullae Installationum Canonicatuum et Plebium datae a Domino Episcopo Achatio Sebriachar, Praecepta, Mandata, procuratoria, supplicationes et alia ad Capitulum Tergestinum spectantia, sparsim ab anno 1488 usque ad annum 1499, che contiene anche un documento, probabilmente in copia, del 1354.
Dopo aver esaminato le nove serie archivistiche, che contengono scritture relative al periodo da noi preso in considerazione, dobbiamo precisare che diversi codici furono rilegati verso la metà del secolo XVIII all’epoca del Canonico Aldrago de’ Piccardi: questo spiega perché alcuni di essi non risultino del tutto omogenei nel loro contenuto.
Nel concludere questo excursus sulle scritture della Chiesa triestina nel Trecento, desidero ricordare che l’archivio del Capitolo può fornire a tutti noi, se sappiamo tenere con esso un rapporto scientificamente corretto nel rispetto dell’imprescindibile nesso archivistico, tutta una serie di strumenti utili per la conoscenza e l’approfondimento sia delle vicissitudini politiche, civili, economiche, sociali, culturali e religiose della città di Trieste e del suo territorio sia di alcune tematiche molto particolari come per esempio lo sviluppo urbanistico, la Cattedrale, gli insediamenti religiosi, la toponomastica, l’onomastica, la linguistica e anche la stessa condizione femminile.

 
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