venerdì 03 settembre 2010
 
     
  Home arrow Approfondimenti arrow Chiesa arrow Chiese e organizzazione religiosa a Trieste tra XIII e XIV secolo
     
 
Testimoni Digitali
Appuntamenti
 
 
 
San_Giusto
 

Sito ufficiale della
Diocesi di Trieste

Uradna spletna stran
TRŽAŠKA ŠKOFIJA

 
Chiese e organizzazione religiosa a Trieste tra XIII e XIV secolo PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Cuscito   
lunedì 03 dicembre 2007
Nel tentativo di cogliere l’identità cristiana di Trieste, occorre partire dal culto di S. Giusto, martire nella persecuzione dioclezianea, e dalla prima organizzazione ecclesiastica qui operata da Aquileia nei secoli immediatamente successivi alla pace della Chiesa: sono fatti lontani dal tempo che è oggetto della nostra indagine, ma costantemente presenti nella coscienza della comunità e nella costruzione della memoria urbana. Nel tentativo di cogliere l’identità cristiana di Trieste, occorre partire dal culto di S. Giusto, martire nella persecuzione dioclezianea, e dalla prima organizzazione ecclesiastica qui operata da Aquileia nei secoli immediatamente successivi alla pace della Chiesa: sono fatti lontani dal tempo che è oggetto della nostra indagine, ma costantemente presenti nella coscienza della comunità e nella costruzione della memoria urbana.
Perciò i due defensores sanctae ecclesiae Tergestinae e i due defensores sanctae ecclesiae Aquileiensis (fig. 1), ricordati per la prima metà del sec. VI nelle epigrafi musive della basilica martiriale di via Madonna del Mare, uniti nella stessa offerta, indicano, fra le due città, una comunione di rapporti e di interessi spirituali e materiali che ha lasciato tracce anche per i secoli futuri.
Così non meraviglia che l’emblematica testimonianza cristiana del martire Giusto, le radici romane e antiche della cristianità locale e la matrice aquileiese siano temi ricorrenti nella storiografia giuliana, temi che svelano gli orientamenti e i travagli della coscienza collettiva.
Della cattedrale paleocristiana (fig. 2), sorta già nel sec. V nel cuore della città antica e impostata sullo scenografico propileo romano di età giulio-claudia che ne costituiva l’ingresso monumentale (fig. 3), sussistono solo pochi residui e alcuni segni degli interventi decorativi operati dal primo vescovo noto, Frugifero (fig. 4), nel corso del sec. VI; questa fu sostituita nell’alto Medioevo da due chiese parallele, la basilica episcopale di S. Maria e il martyrium di S. Giusto, fuse, nel corso del Trecento, in un’unica basilica a cinque navate qual è appunto l’odierna.
Le informazioni sull’importanza e sull’intensità del culto di S. Giusto e dei cosiddetti martiri tergestini tra XII e XIV secolo sono piuttosto scarse, tuttavia è stato osservato che un momento di alta frequenza sembra configurarsi nel periodo compreso tra il declino del potere temporale dei vescovi e il consolidamento dell’autonomia comunale, quando, sulla scia del grande revival agiografico del sec. XIII, si assiste a un fenomeno di tipizzazione che riveste di panni più umani e realistici le immagini sacre. Perciò, nell’adozione di un programma iconografico atto a suggerire il colloquio tra ecclesia e comunità civica e la convivenza tra potere episcopale e potere municipale, i santi si presentano come mediatori eccellenti, così che Giusto, da ieratico martire avvolto in una clamide da alto dignitario bizantino, come si presenta nell’absidiola destra della cattedrale (sec. XII) (fig. 5), si muta nell’accreditato custode delle mura e degli abitanti di Tergeste, nell’atto di reggere il modellino turrito della città di cui la cattedrale è il fulcro, come appare negli affreschi trecenteschi del “Maestro di S, Giusto” (fig. 6).
Da allora si moltiplicano le testimonianze del culto del martire Giusto, venerato come principale patrono della città assieme a Servolo; a questi si aggiunge, quasi a comporre una triade medievale, l’immagine guerriera di Sergio, la cui presenza si fissa, più che nell’icona antropomorfa, nel prodigioso segno della gigliata e snella alabarda (fig. 7), collegata con la leggenda del suo martirio e tuttora custodita nel Tesoro della cattedrale. La “tricipite lancia”, presente già nel sec. XIII sulle monete del vescovo Volrico (1237-1254) (fig. 8), è menzionata come signum lanceae Sancti Sergii de Tergesto nella redazione degli Statuti cittadini del 1318 e ricorre frequentemente come armeggio o insegna distintiva del comune nelle miniature degli Statuti del 1350.
Nel culto del santo patrono e delle sue reliquie ritrovate assieme alla preziosa capsella d’argento del sec. XIII (fig. 9) hanno trovato alimento la religiosità popolare di ogni tempo, il municipalismo del primo storico di Trieste, Ireneo della Croce e di più tardi cronisti e persino il patriottismo italiano, segnato in senso ideologico da quando nelle “terre irredente” si scatenarono le lotte nazionali.
Così, osservando l’iconografia del patrono che regge il modellino della città, Giuseppe Caprin, nel suo Trecento a Trieste, rilevava come il sentimento religioso e l’amore di patria si fossero fusi e scriveva: “Questa alleanza della Chiesa col Comune…, che congiungeva l’una all’altro in un vincolo di patriottismo religioso, derivava dal fatto che la Chiesa aveva scelto a protettori due cittadini di Trieste [Giusto e Sergio], morti per la fede cristiana, tenuti dal Comune per i sacri suggelli della sua indubitabile romanità”.
Le concessioni sovrane ai vescovi triestini si collocano nel periodo delle rovinose invasioni ungare, quando la crescente impotenza del potere centrale a fronteggiare le nuove, incessanti minacce di Ungari, Slavi e Saraceni, obbligò la città a provvedere da sola alla propria difesa avendo come unico punto di riferimento il vescovo e la Chiesa locale, che si assunsero il compito di organizzare la difesa, di coordinare l’assistenza e di intraprendere l’opera di ricostruzione.
E’ datato all’8 agosto 948 il discusso diploma con cui Lotario II compensò i meriti acquisiti dalla Chiesa locale durante quelle calamità con nuovo amplissimo privilegio di diritti immunitari per l’esercizio delle pubbliche funzioni in sostituzione del re: cedette infatti al vescovo Giovanni e ai suoi successori tutti i diritti che il regno d’Italia aveva su Trieste (senza però una base di beneficio e di vassallaggio che avrebbe fatto di Trieste un feudo ecclesiastico) ed escluse la dipendenza della città da ogni giurisdizione superiore che non fosse quella del vescovo, fatto unico signore delle mura e delle porte e designato così alla difesa dei cittadini.
Secondo un giudizio di Attilio Tamaro, esponente accreditato della storiografia ufficiale giuliana dopo l’annessione di Trieste all’Italia, attorno al vescovo, ancora eletto dal clero e dal popolo, si sarebbe costituito, in certo modo, quasi una prima fase della vita comunale, mentre gli interessi della classe dominante e della città si accordavano con quelli del clero e del vescovo, come osservò più tardi  Fabio Cusin.
Questa è la condizione istituzionale della Chiesa tergestina mantenutasi con alterne vicende fino alla fine del Duecento, quale risulta dai pochi documenti, pervenutici talora anche attraverso una tradizione manoscritta assai discussa.
Successivamente i vescovi di Trieste scelsero di gravitare nell’orbita della politica ghibellina dello stato patriarcale di Aquileia per evitare la concorrenza e l’assorbimento da parte della minacciosa e incombente potenza veneziana ed esercitarono le loro prerogative giurisdizionali e signorili, come il diritto di zecca, ma non si chiamarono conti che molto più tardi, quando avvertirono la fine imminente di ogni effettivo dominio di fronte al sorgente comune.
La più antica testimonianza scritta cui potersi riferire come a fonte storica per la conoscenza della topografia ecclesiastica della diocesi tergestina (fig. 10) è un elenco dei benefici, ai quali nel 1272 era stato intimato il pagamento di una contribuzione a favore del legato pontificio in visita a queste regioni. Da un liber rationum decimae di un secolo dopo, esistente nell’Archivio Capitolare, risulta che la diocesi di Trieste contava, fra il 1371 e il 1374, 47 benefici, di cui 16 curati e 31 non curati. A parte questi ultimi, tra cui erano comprese la mensa vescovile, le dodici prebende canonicali di Trieste, le sette prebende canonicali di Muggia, le quattro di Umago, i tre monasteri dei Santi Martiri, di S. Benedetto (già S. Maria della Cella) e di S. Clemente e qualche altro beneficio, si possono riconoscere 12 pievi nell’ambito dei confini diocesani: Tomadio, Crenovizza, Villa Slavina, Torrenova di Bisterza (Trnovo), Crussizza, S. Dorligo presso Moccò (Dolina), Lonche (Loka), Rozzo, Pinguente, Stridone o Sdregna (Zrenj), Muggia, Umago.
Il fenomeno monastico risulta documentato a Trieste fin da quando i Benedettini di S. Giorgio Maggiore di Venezia ebbero in dono dal vescovo Artuico nel 1115 la chiesa fatiscente dei Santi Martiri (oggi occupato dal palazzo Zwietcovich) con annessi terreni arativi, al di fuori delle mura, oltre la porta Cavana, al fine di riattivare il servizio divino nella chiesa. Un documento del 1377 attesta che il patrimonio del priorato dei Santi Martiri, su cui i vescovi intendevano esercitare un certo controllo, era considerato addirittura la quarta parte delle rendite dell’intera diocesi.
Trieste fu l’unica delle città istriane in cui il sorgente comune dovette contendere al vescovo la legittima signoria avuta, come si è detto, per concessione sovrana. Nel 1230 il vescovo Corrado (1213-1230), ghibellino e avversario delle libertà comunali, trovatosi col patriarca Bertoldo al campo di Federico II sotto Anagni, si fece dare dall’imperatore un diploma a riconferma di tutti gli antichi privilegi e di tutte le immunità, rivendicando così ciò che il movimento comunale gli aveva tolto da tempo.
I vescovi triestini, d’altra parte, erano stati costretti a incontrare forti debiti per sostenere la causa dell’imperatore e del patriarca contro i comuni, per difendersi dal duca di Carinzia e dai briganti della Carsia, per pagare le contribuzioni alla curia pontificia e per la partecipazione al concilio di Lione (1245). Ma non è escluso che l’esaurimento dell’erario vescovile sia dovuto specialmente alla trasformazione allora in atto dell’economia naturale in economia monetaria, in seguito alla rinascita della città e al sorgere di classi mercantili.
Volrico de Portis non fu in grado di opporsi alla vigorosa tendenza autonomistica della classe dirigente del comune triestino e il 25 maggio 1253, per fronteggiare la drammatica situazione finanziaria del proprio episcopato, col consenso del capitolo, cedette per 800 marche ai consoli del comune una serie di diritti temporali sulla città.
Il de Vergottini non riteneva esagerato affermare che la cessione vescovile del 1253 è la vera magna carta del comune autonomo di Trieste, di cui la concessione da parte del vescovo Brissa di Toppo nel 1295 sarebbe stata solo il logico completamento. Aveva osservato il Tamaro che con tali atti “il vescovo aveva cessato di essere il rappresentante dell’Impero ed era divenuto il semplice pastore di una città indipendente”.
In seguito non mancarono tuttavia atteggiamenti ostili dei vescovi nel tentativo di riaffermare il potere temporale e di recuperare i diritti alienati, come quando nel 1306 il vescovo Rodolfo Pedrazzani coniò una moneta, l’ultima di quelle battute a Trieste, col simbolo dell’alabarda rinserrata in un monte a cinque pilastrini e col suo nome, senza alcuna indicazione della civitas (fig. 11).
In questo periodo di travaglio ai primordi dell’istituto comunale e di incertezza nell’organizzazione della Chiesa, si insediarono anche a Trieste, come a Capodistria, a Pola, a Parenzo e a Pirano, i Minori Francescani, ma non sappiamo se la loro presenza si sia qui radicata quasi spontaneamente, sulla scia dell’entusiasmo religioso sollevato dalla parola di un predicatore eccezionale e carismatico quale fu S. Antonio di Padova, come vuole una tradizione incontrollata, o se furono le ardenti fazioni della “città partita” a indirizzare qui i frati come mediatori di pace.
Furono chiamati dal vescovo, che a Trieste era ormai da tempo di parte ghibellina, o vennero suo malgrado, protetti dalle bolle dei papi? Come si conciliava questo reciproco appoggio tra i frati e il papato con la politica ghibellina e filoimperiale dei vescovi triestini? Quali i loro rapporti con le nascenti istituzioni del comune, deciso a emanciparsi dalla giurisdizione che i vescovi rivendicavano sulla base di concessioni imperiali? quali i rapporti col clero locale e specialmente col capitolo, che allora esercitava collegialmente la cura animarum e quindi fungeva da unico parroco per l’intera città?
Se potessimo rispondere con sufficiente approssimazione anche ad alcune di tali questioni che l’insediamento francescano solleva, saremmo in grado di penetrare non solo l’anima religiosa che aveva mosso i protagonisti dell’epoca, ma anche i meccanismi politico-istituzionali che conciliarono il consenso all’arrivo dei frati. Viceversa tutte queste domande mancano di sicure ed esaurienti risposte per la scarsità del materiale documentario esistente o almeno di quello sistematicamente censito dopo la soppressione da parte di Francesco II (1792) e la conseguente dispersione dell’archivio del convento, abbattuto nel 1813. Perciò non resta che procedere per via indiziaria sulla base delle poche scritture pervenuteci e della conoscenza generale del fenomeno francescano in queste regioni.
Secondo l’opinione di alcuni autori, la costruzione della chiesa e del convento fuori Porta Cavana andrebbe riferita tra il 1229 e il 1234 in base al testo di una lapide che si trovava sulla facciata dell’antico edificio prima della sua ristrutturazione nel 1864. Quale che sia il valore della tradizione, plausibile sì ma bisognosa di conferme, non mancano indizi per riferire alla prima metà del sec. XIII i primordi francescani a Trieste: chiesa e ospizio per una piccola comunità di frati sarebbero sorti col consenso e col favore del vescovo, mentre la chiesa, consacrata nel 1234 dal vescovo Givardo, sarebbe stata posta sotto la giurisdizione del capitolo cattedrale da cui presto i frati avrebbero dovuto rivendicare la loro autonomia, forti dei privilegi papali stabiliti nelle due bolle che Alessandro IV (1254-1261) aveva indirizzato ai prelati per Dalmatiam, Istriam et Sclavoniam costituti al fine di emancipare i frati dall’ingerenza episcopale.
Le date suggerite dalla tradizione possono trovare conferma indiretta in due pergamene del 1257, conservate nell’Archivio Capitolare di Trieste, che forniscono la testimonianza esplicita sullo sviluppo della locale comunità francescana in grado di resistere a un atto arbitrario del capitolo in base ai ricordati privilegi papali.
Non è escluso che vi si sia impiantato anche l’istituto del Terz’Ordine francescano, da cui potrebbe essere uscita quella comunità di nubili e di vedove fervorose ritiratesi per la pratica della vita comune e della penitenza nella cella dominarum, cui allude un documento di donazione del 1265. Nel 1278 il vescovo Arlongo interveniva nei confronti della nuova fondazione, affermando che questa si era già costituita con il consenso dello stesso vescovo e avviando quel processo di monacalizzazione che si sarebbe concluso nel 1282 con l’afferenza alla regola di S. Chiara attestata da una bolla di Martino IV.
La cella trovò il suo primo insediamento nella contrada di Caboro (figg. 12-12a), caratterizzata da una concentrazione di possessi e di strutture ecclesiastiche, come il palazzo episcopale, la chiesa di S. Sergio e la chiesa di S. Chiara. Secondo un’ipotesi di Lucia Pillon, la definizione di cella, ricorrente nei documenti, distinguerebbe questa fondazione dalle numerose confraternite esistite a Trieste fra i secoli XIII e XIV e la accomunerebbe ad altri insediamenti femminili caratterizzati dal fatto di non aver aderito, in un primo momento, ad alcun ordine monastico per confluire poi nell’Ordine delle clarisse.
Sarebbe infatti ancora da provare che l’atto istitutivo decretato da Arlongo nel 1278 sia da riferire a un monastero femminile benedettino e non invece a una comunità presto ascritta alla regola di S. Chiara, come risulta chiaramente dalle pergamene degli anni successivi per lo più provenienti dal disperso archivio delle benedettine, nelle quali il monastero è detto S. Marie celle Tergestine ordinis Sancte Clare fino al 1352. Da questa data i documenti non registrano più tale denominazione per la nostra comunità monastica e dal 1357 è ricordato solo il monastero S. Benedicti de Tergesto. Questo dato ha indotto a formulare varie ipotesi, sia per affermare la coesistenza in città di due Ordini femminili, uno di benedettine e uno di clarisse, sostenuta dagli storici dell’Ottocento, sia per concludere che inizialmente esisteva a Trieste un convento di S. Maria della Cella che aveva abbracciato fin dal 1282 la regola di S. Chiara e che invece dal 1367, o meglio dal 1357, aveva aderito all’Ordine benedettino, secondo l’opinione assai più probabile degli storici recenti.
Una conferma a questa seconda ipotesi potrebbe venire anche dall’opera più prestigiosa già posseduta dalla comunità monastica, il Trittico di S. Chiara attribuito a Paolo Veneziano e alla sua bottega, che lo eseguirono fra il 1328 e il 1330 per le monache triestine ancora legate alla Regola di S. Chiara: allora, durante l’episcopato del francescano Guglielmo Franchi, si sarebbe posto termine a una lunga controversia fra le monache e il potere vescovile, come sembra attestare l’ipotetica scena di riconciliazione (fig. 13) rappresentata sullo sportello destro del trittico.
Se con l’atto del 1278 Arlongo aveva sottoposto la prima comunità monastica della cella Tergestina all’autorità del vescovo e, attraverso i canonici incaricati della cura pastorale, si era assicurato di fatto una possibilità di controllo sulla vita della fondazione, l’afferenza all’Ordine di S. Chiara, fors’anche con l’appoggio del ramo maschile dell’Ordine francescano attivo in città e da sempre probabilmente più vicino di altre fondazioni religiose all’organismo comunale, deve aver rappresentato per la cella un modo con cui poter acquisire maggiore autonomia nei confronti del potere vescovile ormai progressivamente in declino e una partecipazione alla vita economica cittadina attraverso il proprio procuratore.
Solo dopo il rovinoso assedio veneziano del 1368-69 e l’esproprio imposto dal nuovo regime per la costruzione del primo castello, la fondazione monastica, arroccata sul colle, abbandonò l’originario insediamento tra la basilica di S. Giusto e l’attuale bastione rotondo del castello cinquecentesco e, pur restando sempre in quartiere Castello, si trasferì presso la trecentesca chiesa di S. Cipriano, consacrata nel 1302 e gia adibita agli usi corali del capitolo. Del resto da un documento del 1359 risulta che il monasterium dominarum celle Tergesti si trovava ancora ante ecclesiam sancti Sercii in contrata chastelli, come confermano gli affreschi con le Storie di S. Giusto della seconda metà del Trecento che lo collocano appunto in Caboro.
La decisione del monastero di clarisse di aderire all’Ordine benedettino da porre fra il 1352 e il 1357, potrebbe spiegarsi con la ricerca di una maggiore autonomia questa volta da rivendicare rispetto all’organismo comunale, che in quegli anni, oltre a farsi carico di alcune manifestazioni di religiosità civica anche promovendo il culto dei patroni, andava esercitando un controllo maggiore sull’espansione patrimoniale degli enti monastici e specie sul locale convento francescano, cui le clarisse erano collegate. Inoltre un legame con i benedettini dei Santi Martiri, che ne detennero la cura pastorale dal 1395, e indirettamente col monastero veneziano di S. Giorgio Maggiore, avrebbe potuto garantire maggiormente le monache da ogni tentativo di intromissione del comune, i cui rapporti con la Serenissima non dovevano essere allora dei migliori.
Del resto uno stabile inserimento dei francescani al centro di un denso sistema di relazioni nel tessuto cittadino è stato rilevato anche attraverso un’analisi dei testamenti redatti nella prima metà del sec. XIV, dove i lasciti pii alla confraternita di S. Francesco provengono da tutte le classi sociali con una netta prevalenza dei gruppi al potere.
Forse già nel corso del sec. XIII, le tredici famiglie delle nobili casate triestine, temendo di andare confuse con i nuovi aggregati al consiglio cittadino, si unirono in confraternita religiosa nella chiesa di S. Francesco (oggi Beata Vergine del Soccorso) sotto la custodia dei frati Minori, che dovevano dunque aver già acquisito notevole prestigio nel corpo sociale della città. Ma l’evento, che attesta ad un tempo gli sviluppi dell’autonomia comunale in contrasto col potere vescovile e i progressi del convento francescano, trova la prima testimonianza concreta in un testamento del 1327, dove viene menzionata per la prima volta la confraternita, sempre più lontana dall’organizzazione strettamente religiosa.
Legati all’Ordine dei Crociferi, sorgevano nello stesso settore periurbano la chiesa e l’annesso ospedale dell’Annunziata per le donne, le cui prime notizie risalgono al 1309 a seguito di questioni insorte col vescovo Pedrazzani, e la chiesa di S. Bernardino con l’annesso ospedale di S. Giusto per gli uomini, le cui prime notizie risalgono al 1350 e al 1365.
Tra le numerose confraternite documentate a Trieste durante i secoli XIII e XIV, il Kandler segnalava quella del SS. Sacramento o dei Battuti come una delle più antiche e importanti con sede in cattedrale, dove si conserva il grande, favoleggiato Crocifisso dei Battuti (fig. 14), lavoro d’ispirazione tardoromanica che gode tuttora di un’intensa vitalità nella fantasia e nelle tradizioni popolari; a quella confraternita potevano afferire nobili e plebei, che, secondo gli statuti pubblicati dal Kandler e riferiti al 1367, avevano come luoghi di devoti pellegrinaggi i santuari della Beata Vergine di Grignano e S. Maria in Siaris sul costone della Val Rosandra.
Non è il caso di elencare qui tutte le chiese che costellavano il paesaggio urbano e suburbano della città medievale, specie nel campo di Caboro, che ospitava tanti tempietti, chiese e monasteri da sembrare “una cittadella di religiosi”. Una tale impresa fu già tentata dal canonico Pietro Tomasin sulla scorta dei preziosi documenti dell’Archivio Capitolare, regestati da don Angelo Marsich alla fine dell’Ottocento. Ma a testimoniare il numero esorbitante di edifici sacri allora esistenti rispetto alle necessità della popolazione, basta ricordare la protesta del capitolo triestino contro la concessione accordata dal Consiglio Maggiore nel 1365 a Bartolomeo Onorati di poter fabbricare in piazza grande una chiesa in onore di S. Pietro apostolo, su fondo cedutogli dal comune: tra gli altri motivi, il decano del capitolo, don Pietro de Albertis, accampava il fatto che le dodici cappelle intra muros erano più che sufficienti ai bisogni spirituali dei fedeli e che il nuovo tempio in platea comunis Tergestini avrebbe recato danno e pregiudizio alla cattedrale posta in cima al colle (maximum preiudicium, dampnum et obrobrium cathedralis ecclesie Tergestine propter nimium ascensum dicte cathedralis ecclesie). La protesta del capitolo fu vana, perché la questione, portata alla corte papale di Avignone, fu risolta da Urbano V in favore dell’Onorati, che ebbe la possibilità di portare a termine il suo progetto nel 1368.
La situazione d’incertezza vissuta dal piccolo comune di Trieste in bilico tra Venezia e lo stato patriarcale di Aquileia, cui avrebbe posto fine solo la “dedizione” all’Austria nel 1382, e forse una vita economica marginale non consentirono, per nostra fortuna, l’impianto di una cattedrale prestigiosa, sul tipo di quelle sorte nelle più fiorenti città d’Italia tra il XIII e il XIV secolo. Ma non è da escludere del tutto l’ipotesi che, con la fusione nell’unica chiesa trecentesca a cinque navate dei due impianti altomedievali, il sacello di S. Giusto e la parallela cattedrale di S. Maria, subentrati alla basilica paleocristiana, si sia inteso salvare il superbo manto musivo del sec. XII che impreziosiva l’abside maggiore dei due precedenti edifici.
Così gli interventi trecenteschi ci consentono di leggere le varie fasi del monumento, che, in origine, si era impiantato sul propileo romano ad avancorpi più su ricordato.
Che all’inizio del Trecento si intendesse intraprendere un lavoro di generale ristrutturazione oltre i limiti di un semplice restauro per il quale non si sarebbe incomodato lo stesso pontefice, si era creduto di poterlo affermare in base a una fantomatica bolla menzionata dall’Ireneo della Croce, con cui Bonifacio VIII, nell’anno VIII del suo pontificato, cioè nel 1302, avrebbe concesso l’indulgenza plenaria per la festa della dedicazione della cattedrale e a quanti avessero contribuito a soccorrerne la fabbrica. Tale bolla però non trova alcun riscontro nell’Archivio capitolare di Trieste e nemmeno nell’Archivio vaticano, mentre pare molto più probabile che si tratti di una confusione dei nostri storici con una bolla di Bonifacio IX, che il 17 febbraio 1397, corrispondente all’anno VIII di pontificato, arricchiva di indulgenze la cattedrale di S. Giusto.
Ma, a parte questa probabile confusione delle bolle da imputarsi all’Ireneo per l’omonimia dei due pontefici e a parte i loro eventuali interventi per indulgenziare la nostra cattedrale, i pochi indizi posseduti concorrono per attribuire all’energico vescovo Pedrazzani (1302-1320) il coraggioso progetto di fondere la cattedrale romanica di S. Maria e l’allungato sacello di S. Giusto in un’unica chiesa a cinque navate (fig. 15). Di questo progetto a lui riferito e dei lavori probabilmente da lui solamente avviati manca una contemporanea documentazione scritta, ma testimonianze più tarde sembrano attribuirgli il merito e l’iniziativa con le espressioni, invero piuttosto generiche, ecclesiam reparavit e divi Iusti templum instauravit picturisque et imaginibus decoravit.
E’ probabile che il ritmo dei lavori non sia stato né costante né uniforme: esso dovette essere intenso nella prima metà del sec. XIV, se, a quanto pare, il capitolo fu costretto a radunarsi nella chiesa di S. Silvestro, anziché nell’ingombra cattedrale, per quanto, nel corso del Trecento, molti siano i documenti rogati sia in ecclesia sancte Marie maioris o in sacrario ecclesie sancti Iusti, sia in S. Silvestro: è dunque probabile che i lavori in corso per la fusione dei due edifici non ne abbiano impedito del tutto la funzionalità. L’unica data sicura ci viene dall’epigrafe sopra la porta archiacuta del campanile (fig. 16) che attesta l’inizio dei lavori nel 1337, a 17 anni dalla morte del Pedrazzani. A questo punto viene spontaneo chiedersi se allora fosse già costruita la facciata del nuovo progetto in piccoli corsi di arenaria, illuminata dal grande rosone radiato, ovvero se questa fosse stata ultimata solo dopo la costruzione del campanile nel 1343.
Un’attenta autopsia del monumento e una lettura della stratigrafia degli alzati inducono a optare per questa seconda ipotesi: è assai meno probabile infatti che, portata a termine la facciata (fig. 17), resa fragile dalla grande apertura del rosone, una ventina d’anni dopo la morte del Pedrazzani se ne fosse dovuto abbattere il fianco sinistro per far posto alla mole del campanile. Inoltre il quaderno di Corvo de Bonomo, caniparius fabrice Sancte Marie chatedralis Tergesti, registra fra gli anni 1363 e 1364 numerosi interventi strutturali alla fabbrica della cattedrale causa descopriendi de tectu ecclesie e coperiendi supradictum tectum.
Ad ogni modo è da ritenere che i lavori fossero conclusi appena verso la fine del Trecento dal vescovo Enrico de Wildestein (1383-1396), il primo presule tedesco imposto alla città da Leopoldo III d’Austria in seguito alla “dedizione” del 1382: sarebbe stato proprio quel presule infatti a consacrare la chiesa e un nuovo altare maggiore il 27 novembre 1385, come risulta da un breve trovato sotto l’altare e trasmesso dall’Ireneo, dal Mainati e dal Kandler.
Dell’abside trecentesca che unì le due chiese precedenti non resta che la traccia segnata sul pavimento dell’attuale presbiterio, dopo la scoperta delle sue fondazioni nel 1967. Essa era stata decorata nel 1422 da Antonio Baietto e Domenico Lu Domine, due pittori friulani di buona qualità sulla linea di Vitale da Bologna, con un nobile e festoso affresco raffigurante l’Incoronazione della Vergine sotto un gran padiglione (fig. 18) che si poteva ammirare fino al 1843, quando l’abside fu demolita per sostituirla con una più profonda.
Se il luminoso rosone ogivale a doppia ruota (fig. 19) ha luci e spiriti di imminente Rinascimento, la massiccia muratura del campanile fu ingentilita sul fianco destro con le bianche sculture smontate dal propileo romano e con un’edicola archiacuta che accoglie una rigida statua di S. Giusto (fig. 20), divenuto ormai palladio e simbolo del municipalismo, oltre che della fede dei Triestini. Trecentesco è l’arco ogivale della sottostante porta d’ingresso, privata nel 1891 del suo principale ornamento: gli zoccoli delle statue di Costantino (I.I. X, 4, 27) e del duoviro tergestino Lucio Vario Papirio Papiriano (I.I. X, 4, 59) che ne formavano gli stipiti e facevano del nostro campanile uno dei più antichi piccoli lapidari d’Italia. Il rinnovato fascino delle antichità romane all’alba dell’Umanesimo deve aver consigliato l’utilizzo di materiali di recupero anche per gli stipiti del portale della chiesa, incorniciato dalle due metà di una grande stele funeraria romana con i volti segaligni della gens Barbia (I.I. X, 4, 94), l’ultimo dei quali, in basso a destra (fig. 21), fu trasformato in un S. Sergio con aureola e alabarda.




Didascalie

1)    Basilica martiriale di via Madonna del Mare: epigrafe musiva di Maximus, defensor sanctae Aquileiensis ecclesiae; 1a) epigrafe musiva di Bonosus, defensor sanctae ecclesiae Tergestinae (da Cuscito, p. 224)
2)    Basilica episcopale paleocristiana: planimetria
3)    Ricostruzione del propileo romano
4)    Basilica episcopale paleocristiana: capitello col monogramma del vescovo Frugifero (sec. VI)
5)    Cattedrale di S. Giusto: raffigurazione musiva del martire Giusto nel catino dell’absidiola destra (sec. XII)
6)    Cattedrale di S. Giusto: raffigurazione del martire Giusto col modellino della città (sec. XIV) (da Fiorin, p. 345)
7)    Cattedrale di S. Giusto, Tesoro: l’alabarda detta di S. Sergio
8)    Moneta del vescovo Volrico (1237-1254) (da Bernardi)
9)    Cattedrale di S. Giusto, Tesoro: capsella-reliquiario d’argento (sec. XIII)
10)    Topografia ecclesiastica della diocesi tergestina nei secoli XIII-XIV (da Pahor)
11)    Moneta del vescovo Rodolfo Pedrazzani (1306)
12)    Pianta di Trieste nel sec. XIV (da Caprin, p. 48-49); 12a) Particolare col monastero della cella in Caboro (da Caprin, p. 115)
13)    Museo Sartorio, Trittico di S. Chiara: particolare con l’ipotetica scena della riconciliazione fra le clarisse e il vescovo sullo sportello destro
14)    Cattedrale di S. Giusto, Tesoro: Crocefisso dei Battuti (secc. XIII-XIV)
15)    Pianta dei due edifici di culto altomedievali subentratti alla basilica episcopale paleocristiana
16)    Campanile di S. Giusto: epigrafe che attesta l’inizio dei lavori nel 1337
17)    Cattedrale di S. Giusto: la facciata e il campanile trecenteschi
18)    Cattedrale di S. Giusto: Incoronazione della Vergine di Baietto e Lu Domine (1422) (da Cozzi, p. 304)
19)    Cattedrale di S. Giusto: il rosone trecentesco
20)    Campanile di S. Giusto: statua trecentesca di S. Giusto
21)    Cattedrale di S. Giusto: stipiti del portale con i volti della gens Barbia

 
< Prec.   Pros. >
 
Menu Principale
Home
Appuntamenti
Chiesa
Approfondimenti
Saperne di più
Interviste e testimonianze
Speciali
Progetto Carcere
Muggia
Archivio storico
Siti consigliati
Mappa del sito
Login utenti registrati
Registrati gratuitamente sul sito web di Vita Nuova: potrai accedere alle rubriche, agli approfondimenti e agli altri contenuti speciali.
Articoli più letti
Archivio
Copyright © 2006 - 2010 - Vita Nuova Trieste - P.IVA 00524280328
Contatore visitatori: counter BI@Work