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Intervista a mons. Guido Pozzo |
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Scritto da Fabiana Martini
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lunedì 26 novembre 2007 |
Presente a Trieste per presentare il libro di papa Benedetto XVI "Gesù
di Nazaret" su invito del Centro culturale "Mons. Lorenzo Bellomi",
abbiamo intervistato mons. Guido Pozzo, triestino, officiale della
Congregazione per la dottrina della fede e segretario aggiunto della
Commissione teologica internazionale.
Su quale versante a suo avviso dovrebbe lavorare maggiormente la Chiesa
oggi per restare fedele alla sua missione, ovvero l’evangelizzazione?
Io
direi che la Chiesa oggi si trova di fatto ad affrontare i problemi
della realtà su molti versanti, non credo si possa parlare di
privilegio di un versante, perché il versante ecumenico è importante ma
è anche importante il versante del confronto con le culture non
cristiane, è anche importante il versante etico, la difesa della legge
morale e naturale, il versante della giustizia, è ancora più importante
il versante religioso: i versanti quindi sono molti ed è giusto credo
che la Chiesa nei limiti del possibile sia presente e questo è quello
che è avvenuto anche dopo il Concilio Vaticano II, che sta avvenendo e
penso avverrà.
La questione forse centrale, che è preliminare, è l’ordine prioritario
delle verità, dei contenuti che la Chiesa è chiamata a testimoniare
nella realtà pellegrina di questa vita: se non c’è questo ordine
prioritario chiaro, si rischia la dispersione, la frantumazione o
peggio ancora l’unilateralità, ovvero il privilegiare uno o due
versanti a scapito degli altri, e quindi si perde l’integrità della
testimonianza cristiana. Questo è un problema che oggi si pone in
maniera urgente e l’insegnamento del Santo Padre credo voglia riportare
un po’ di ordine in questa testimonianza così diversificata,
ramificata, che rischia appunto la dispersione. Ed è chiaro che il
punto prioritario è portare Gesù Cristo, che è la Via la Verità e la
Vita, portare la rivelazione di Dio e la salvezza dal peccato e
l’apertura dell’uomo alla vita eterna, e quindi a una realtà che
sorpassa anche tutte le contingenze e le congiunture di questo mondo.
La Chiesa ha dunque questa missione fondamentale, che deve sempre
essere presente all’interno di tutti gli altri versanti. Quando c’è
questo ordine prioritario, tutto va bene.
Si discute molto del rapporto Chiesa-mondo: da che cosa a suo avviso dovrebbe essere caratterizzato? Dialogo, identità… Dialogo
o identità è un falso problema. Bisogna essere consapevoli della
propria identità, che in quanto tale è aperta e destinata a tutti gli
uomini, e quindi è pronta a entrare in dialogo con tutti gli uomini,
accogliendo quanto di buono e di positivo c’è anche al di fuori della
Chiesa cattolica, perché questo è certamente frutto dello Spirito, ma
respingendo tutto ciò che di negativo, di riduttivo, di ingannevole c’è
in queste culture e in queste religioni. Questo è il punto essenziale:
bisogna aver presente quest’identità. Io credo che proprio questo sia
il punto debole, il nocciolo della questione oggi: nel mondo cattolico
questa identità spesso non è chiara, perché c’è questa confusione, non
c’è questo ordine prioritario o c’è il rischio di essere attratti da
alcune istanze dimenticando altre. La coscienza della propria identità,
che è un’identità religiosa, soprannaturale, non legata ad
un’ideologia, questo credo è anche ciò a cui il Papa crede di più ed è
il contenuto prioritario della sua missione e del suo stile. Questo è
un pontificato che vuole riportare i cristiani alla profondità
dell’essenziale della fede, e quindi a rimettere a posto in ordine
gerarchico gli impegni e le caratteristiche della vita cristiana anche
nella società e nell’impegno civile. Questa profondità essenziale è
molto impegnativa, perché il Papa chiede anche un impegno
intellettuale, un pensiero che sia conforme a questa ricerca di
profondità, per cui non può avvenire tutto questo con un semplice
devozionalismo o sentimentalismo superficiale e tanto meno fideismo.
Tutto il discorso che il Papa fa a proposito di fede e ragione, anche
il discorso di Regensburg, che è molto valido e non dev’essere cambiato
neanche di una virgola, questo va detto chiaramente e chi non l’ha
capito allora se lo rilegga, è proprio questo, cioè una religione che
fa a meno del logos è una religione che finisce in violenza, in
superstizione, quindi quando qualcuno teme, come certi filosofi, che
insistere sulla verità significa far violenza alla libertà dell’uomo,
oppure chiudersi di fronte ad altre prospettive, questo è frutto di un
pregiudizio della filosofia moderna, cioè che la verità come tale sia
un’ideologia, sia espressione della volontà di potenza dell’uomo, ma la
verità che Cristo porta, la verità che vi farà liberi, è la verità che
è amore e si crocifigge e dà la propria vita per la salvezza dell’uomo
liberandolo dal peccato, quindi è la verità del cristianesimo che è
Gesù Cristo, non è una verità di potere per definizione. Ed è logos, è
ragione, è sapienza: qui dev’esserci l’incontro della religione con la
ragione. La religione deve capire che la ragione è intrinseca in
qualche modo alla fede, perché il logos della creazione è lo stesso
logos che poi si è rivelato, si è incarnato. La religione quindi in
questo senso ha bisogno della ragione. D’altra parte, quando si parla
della ragione, di quale ragione si parla? Non di una ragione che è
chiusa in se stessa, che fa dell’arbitrio o del soggettivismo il suo
principio intrinseco: questa non è la ragione, questa è una ragione già
pregiudizialmente precostituita, e quindi la religione giustamente deve
criticare questo modello chiuso di ragione che è proprio della
filosofia moderna e postmoderna, nei suoi esiti soprattutto del
pensiero debole. La traccia è ben precisata ma è impegnativa, perché il
mondo di oggi non può tollerare una testimonianza cristiana
semplicemente basata sull’autorità, perché la vera autorità è quella
che fa crescere, quindi è al servizio della verità non è al servizio di
se stessa. In questo contesto anche il rapporto Chiesa-mondo
potrebbe essere precisato, perché il Vaticano II nella “Gaudium et
spes” ha dato alcune indicazioni di massima che ovviamente sono ancora
valide. Direi che si è passati da una situazione in cui la Chiesa era
come una cittadella assediata rispetto a un mondo che la assediava, la
minacciava, a una Chiesa che è una città aperta e si confronta con la
realtà di questo mondo, ma occorre forse precisare che è necessario
dare un giudizio sulla modernità e sulla postmodernità: proprio qui c’è
una differenza anche all’interno del mondo cattolico, c’è ancora chi
pensa che la modernità fondamentalmente è un fatto positivo e che, se
la modernità non si è aperta alla Chiesa, la colpa è della Chiesa,
mentre non è così. Questa è l’illusione del post Concilio, che
s’infrange contro una realtà che abbiamo tutti sotto gli occhi. Credo
che occorre dare un giudizio critico sulla modernità e sulla
postmodernità, perché il fenomeno è certamente complesso: non è che
rinunciando alla propria identità la Chiesa è pronta o è nelle
condizioni migliori per dialogare col mondo, è esattamente il
contrario: è proprio nell’approfondire la propria identità che la
Chiesa trova gli strumenti per comprendere e giudicare la realtà del
mondo, sapendo discernere gli aspetti positivi e negativi. Bisogna
uscire da quest’illusione ottimistica, quasi irenica, che ha
caratterizzato il post Concilio.
Non
trova che ci sia oggi nella Chiesa questa psicosi da cittadella
assediata, questa paura del confronto, dovuta forse ad una debolezza
dell’identità? Come possiamo aiutare le persone a crescere in questa
dimensione? Tra le urgenze, le priorità oggi c’è proprio la
necessità di curare la formazione, che è stata molto trascurata o
impostata male in questi ultimi venti, trent’anni. È vero che dopo il
Concilio mancavano forse gli strumenti concreti, adeguati; oggi, però,
questi strumenti ci sono: il Catechismo della Chiesa cattolica sia
nella sua forma integrale che nella forma del Compendio, che deve
costituire la base della formazione per tutti, perché propone la verità
cristiana. Ci vogliono le mediazioni purchè queste non oscurino il
catechismo. Quanto al primo problema il rischio c’è, c’è sempre il
rischio di chiudersi nel proprio intimismo, nella propria oasi dove si
sta bene, rischio di sempre non solo di oggi, come d’altra parte c’è il
rischio della così detta mediazione, del fatto che si pensa che noi
dobbiamo molto imparare dagli altri, che se gli altri non accettano il
cristianesimo è perché noi non siamo autentici testimoni di Cristo. Se
uno mi domandasse se oggi esistono delle forze contrarie alla Chiesa
cattolica, forze che cercano di impedirle di continuare la sua
missione, direi assolutamente di sì: non sono le grande dittature o i
grandi schemi totalitari del XVIII o del XIX secolo, ma sono forze
molto più subdole, soprattutto nei mezzi di comunicazione sociale dove
noi non siamo molto preparati. Noi dobbiamo convivere con queste forze
e il punto sta proprio nel riuscire ad identificarle. Oggi si combatte
la Chiesa cattolica non tanto nelle affermazioni dogmatiche, non ci
sono eresie che negano la divinità di Cristo o la verginità della
Madonna, o negano l’inferno, mentre l’inferno esiste, è un dogma di
fede, ma non se ne vuol parlare. Il vero pericolo oggi è
l’annacquamento della fede cristiana, la sua relativizzazione, la sua
secolarizzazione lenta: si prende come in un supermarket ciò che piace
della fede cristiana, poi però si rispingono moltissime altre cose. E
poi c’è l’etica. Oggi tutte queste forze stanno combattendo l’etica
fondamentale, non la precettistica. La Chiesa deve combatter queste
forze e dialogare con gli uomini di buona volontà, non con quelli che
vogliono distruggerla. E qui ci sono forze politiche ben determinate
che stanno dalla parte contraria all’etica cristiana e all’etica
razionale: quando la politica tocca l’etica è dovere della Chiesa,
oltre che diritto, intervenire e lì non c’è pluralismo che tenga. Noi
non vogliamo obbligare gli altri a pensarla come noi ma gli altri non
possono obbligare noi a tacere. Quindi è un’epoca di confronto:
dobbiamo prepararci a questo confronto con molta serietà ma anche con
molta serenità. Come diceva Pietro: «Siate sempre pronti a rendere
ragione della speranza che è in voi a chiunque ve lo chieda con
dolcezza e con rispetto». (Il testo è tratto dalla registrazione dell'intervista e non è stato rivisto da mons. Pozzo)
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