giovedì 29 luglio 2010
 
     
  Home arrow Chiesa arrow Chiesa universale arrow Intervista a Flaminia Giovanelli
     
 
Testimoni Digitali
Appuntamenti
 
 
 
San_Giusto
 

Sito ufficiale della
Diocesi di Trieste

Uradna spletna stran
TRŽAŠKA ŠKOFIJA

 
Intervista a Flaminia Giovanelli PDF Stampa E-mail
Scritto da Tiziana Melloni   
giovedì 11 marzo 2010
In occasione della sua nomina a sottosegretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (incarico già ricoperto da mons. Frank J. Dewane, nominato nel 2006 vescovo di Venice, in Florida), abbiamo intervistato la dottoressa Flaminia Giovanelli. Da tempo operante nell’organismo vaticano, è stata tra l’altro responsabile per i temi dello sviluppo, della povertà e del lavoro nel quadro della Dottrina sociale della Chiesa. Flaminia Giovanelli è la prima donna a ricoprire quest’incarico.

Qual è, a grandi linee, il percorso personale che la porta a giungere al Pontificio Consiglio Giustizia e Pace?
È passato tanto di quel tempo da quando ho messo piede al Pontificio Consiglio — allora si chiamava Pontificia Commissione “Iustitia et Pax” — che quasi non lo ricordo più. Comunque, tornando con la mente al passato, direi che sono le circostanze della vita, una famiglia, per così dire, piuttosto internazionale, una gioventù vissuta studiando e viaggiando all’estero quando ancora non esisteva l’Erasmus, una laurea in Scienze politiche che hanno favorito il mio approdo al Pontificio Consiglio. Deve aver poi giovato anche il fatto di essere una persona “religiosamente dotata”, secondo l’espressione usata dal Papa nella sua famosa “Introduzione al Cristianesimo”. Ecco, tutto questo mi ha portato a spendere la mia vita lavorativa, e forse non solo lavorativa, al servizio di questo Dicastero della Santa Sede.

Nel Pontificio Consiglio Giustizia e Pace era responsabile per i temi dello sviluppo, della povertà e del lavoro nel quadro della Dottrina sociale della Chiesa. Secondo la sua opinione, in generale è aumentata la sensibilità su tali ambiti, nella Chiesa e al di fuori di essa?
Non vorrei essere troppo ottimista, ma nell’insieme direi di sì. E senza trionfalismi aggiungerei anche che in quest’opera di sensibilizzazione la Chiesa ha fatto la sua parte. Si pensi alla lungimiranza dei Padri Conciliari, che hanno voluto la creazione di un organismo, il Consiglio Giustizia e Pace appunto, per «promuovere lo sviluppo delle regioni bisognose e la giustizia sociale». Si pensi soprattutto a quella pietra miliare che è la Populorum Progressio, nella quale Paolo VI avvertiva a chiare lettere — era il 1967 — che « i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza».

D’altra parte, ecco che, nel 2000, accanto alla Campagna per la riduzione del debito internazionale dei Paesi poveri, che ha visto il ruolo determinante della Chiesa cattolica, la comunità internazionale prende l’impegno di realizzare entro il 2015 i ben noti Obiettivi di Sviluppo del Millennio (fra i quali, ad esempio, sradicare fame e povertà, garantire a tutti l’educazione primaria). Indipendentemente dal fatto che, purtroppo, questi obiettivi non saranno raggiunti alla data stabilita, è un bene che la comunità internazionale li abbia fissati. Inoltre, non solo sulla sensibilità ai temi dello sviluppo sono stati fatti passi avanti, ma anche rispetto alla qualità, per così dire, dello sviluppo perseguito le idee sono più chiare.

Certamente, se la visione dello sviluppo non è, generalmente parlando, quella proposta dalla Chiesa, di uno sviluppo umano integrale, oggi, rispetto agli anni ’70, nessuno parlerebbe più di sviluppo nei termini in cui se ne parlava allora, cioè solo in termini di crescita economica. Basti pensare alla cattiva stampa della quale oggi gode, come indicatore economico, il Pil. Con ciò non voglio dire che tutto vada per il meglio: il consumismo dei Paesi ricchi, la sperequazione crescente con la quale lo sviluppo si manifesta in quest’epoca di globalizzazione, sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, la questione ambientale, per non citare che alcuni dei maggiori problemi sul tappeto, non ci devono lasciare tranquilli. E anche rispetto ai comportamenti dei cristiani, sembrano troppo pochi, ancora, quelli che hanno raggiunto il convincimento che il versante etico-sociale «è una dimensione imprescindibile della testimonianza cristiana».

Lei fa parte del Joint Working Group tra Chiesa cattolica e Consiglio ecumenico delle Chiese. In cosa consiste l’attività di tale gruppo? Quali sono le prospettive per un dialogo ecumenico nel campo della dottrina sociale della Chiesa?
Questo gruppo è l’organismo di contatto fra il Consiglio ecumenico delle Chiese di Ginevra, che riunisce oltre 300 Chiese protestanti e ortodosse, e la Chiesa cattolica, che non ne fa parte. I membri del Gruppo, provenienti da tutte le parti del mondo, vengono nominati per un periodo di sette anni, durante i quali, guidati da due co-presidenti e due co-segretari, si incontrano cinque o sei volte durante una settimana. Un breve periodo di vita in comune che aiuta a conoscersi reciprocamente, a far nascere l’amicizia e, per quanto mi riguarda, a sperimentare il “rimorso” per le divisioni fra i cristiani, l’ansia per l’unità e l’urgenza di realizzarla.

Durante questa settimana si lavora all’elaborazione di un Rapporto, i cui temi per quello che è in corso sono: la ricezione, le radici spirituali dell’ecumenismo, le migrazioni internazionali e la promozione del coinvolgimento dei giovani nel movimento ecumenico. Questa è la mia prima vera esperienza in campo ecumenico, malgrado per il mio lavoro abbia sempre coltivato contatti con rappresentanti di altre Chiese e comunità cristiane, poiché per mandato le attività del Pontificio Consiglio devono essere svolte “in una prospettiva ecumenica”: non sono, quindi, in grado di valutare adeguatamente lo stato del dialogo nel campo della Dottrina sociale.

Comunque, vorrei ricordare che in questo ambito il Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha stabilito con la Chiesa ortodossa del patriarcato di Mosca un contatto particolarmente interessante. Circa un anno prima della pubblicazione del Compendio della Dottrina sociale della Chiesa il patriarcato di Mosca pubblicò un breve documento con i principi della Chiesa ortodossa in campo sociale. Era la prima volta che questo accadeva. Dopo qualche mese, il card. Martino, presidente del Consiglio, e S.E. mons. Crepaldi, allora segretario del Dicastero e oggi arcivescovo della vostra Città, si recarono proprio a Mosca per presentare la traduzione in russo del Compendio della dottrina sociale.

Non bisogna, però, nascondersi le difficoltà: su alcuni argomenti di carattere sociale il dialogo va avanti spedito: ad esempio per il tema delle migrazioni, che è quello in cui cerco di dare il mio contributo, posso dire che tutti condividiamo la stessa preoccupazione per il rispetto della dignità umana del migrante e della sua famiglia, considerando la persona come creata da Dio a sua immagine e somiglianza. E questo indubbiamente al giorno d’oggi ha già la sua importanza. Certo, se trattassimo temi che siamo soliti chiamare “eticamente sensibili”, come quelli della vita o della famiglia, che pure hanno implicazioni sociali sempre più evidenti, credo che non sarebbe altrettanto facile trovare un accordo.

Forse proprio per questo il metodo seguito dal dialogo ecumenico, metodo descritto anche dal recentissimo libro del card. Walter Kasper “Harvesting the Fruits”, consiste nel prendere come punto di partenza delle discussioni non più le differenze, ma quello che c’è in comune.

A suo avviso qual è oggi il ruolo della donna nella promozione dei principi della Dottrina sociale della Chiesa?
Le risponderò traendo ispirazione da uno dei messaggi fondamentali lanciati dall’enciclica Caritas in Veritate: dimostrare che Dio fa la differenza! «Nell’attuale contesto sociale — scrive il Papa — vivere la carità nella verità porta a comprendere che l’adesione ai valori del Cristianesimo è elemento non solo utile, ma indispensabile per la costruzione di una società buona e di un vero sviluppo umano integrale» (n. 4). Ecco, alla donna che, se non naturalmente più spirituale o religiosa dell’uomo, è senz’altro più coraggiosa nel testimoniare la fede (la donna non si vergogna di andare in chiesa!), questo compito di dimostrare che Dio fa la differenza nella costruzione di una società buona può risultare più congeniale.

È stata ribadita «la grande fiducia riposta dalla Chiesa e dal Santo Padre Benedetto XVI nella donna. Già il venerabile papa Giovanni Paolo II aveva sottolineato la necessità di una “partecipazione più ampia e significativa alle donne nella vita della Chiesa e nello sviluppo della società”».

Come pensa di sviluppare tale credito, aperto alle donne in questo terzo millennio, che tuttavia appare ancora non del tutto pronto a dare al “genio femminile” lo spazio, il riconoscimento e le opportunità che le spettano?
Le confesso che solo le reazioni alla mia nomina, numerosissime, che ho ricevuto, da tutte le latitudini, da parte di persone conosciute e sconosciute, di donne ma anche di uomini, mi hanno fatto prendere coscienza di quante aspettative ci siano dietro un fatto del genere, cioè che una donna sia chiamata a ricoprire un ruolo di una certa responsabilità in seno alla Chiesa. Non avendo mai svolto il mio lavoro in chiave per così dire “femminista”, bensì, certamente, in chiave femminile, non avevo mai pensato a questo genere di implicazioni.

Riflettendoci su, mi sono resa conto di quanto io sia stata privilegiata nella mia formazione per avere avuto un padre, che veramente manifestava apprezzamento e valorizzava il “genio femminile” di mia madre e mio e che si è dedicato personalmente alla mia educazione, e per aver potuto disporre, nella mia gioventù, delle stesse possibilità che erano offerte a mio fratello. E anche nel lavoro sono stata veramente privilegiata, avendo avuto progressivamente la possibilità di assumere un ruolo via via più “rappresentativo” in modo del tutto naturale.

Bene, questo è un debito di riconoscenza verso la Provvidenza che va ripagato, specie quando si leggono le cifre che riguardano la condizione della donna in generale. Solo due esempi: cinquecentomila sono le donne vittime della tratta in Europa e, su 40 milioni di sfollati e rifugiati nel mondo, 32 sono madri. C’è veramente moltissimo da fare e mi impegnerò a cercare il modo di contribuire anche se in parte infinitesimale alla presa di coscienza della donna della propria identità, della sua pari dignità rispetto all’uomo, ma anche della sua specificità e della sua complementarietà in rapporto all’uomo.

Laici — specie se donne — e famiglie nella Chiesa: possono svolgere un ruolo innovativo e profetico?
La ringrazio prima di tutto per aver formulato la domanda considerando i laici e le donne con le loro famiglie. Ognuno di noi è inserito in una famiglia, è la sua famiglia, e solo così può dare il meglio di sé. Comunque, è certo che i laici non solo possono ma devono svolgere un ruolo innovativo nella Chiesa, è la secolarizzazione dei nostri tempi che lo esige. Si applichino, dunque, i laici, uomini e donne, le famiglie, a giocarlo con tutta la fantasia e l’immaginazione di cui sono capaci.

Certo, questo esige — come ha ricordato ancora una volta il Santo Padre domenica scorsa — un cambiamento di mentalità, e che nella Chiesa si passi «dal considerare (i laici) “collaboratori” del clero a riconoscerli realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa».
 
< Prec.   Pros. >
 
Menu Principale
Home
Appuntamenti
Chiesa
Approfondimenti
Saperne di più
Interviste e testimonianze
Speciali
Progetto Carcere
Muggia
Archivio storico
Siti consigliati
Mappa del sito
Articoli più letti
Archivio
Copyright © 2006 - 2010 - Vita Nuova Trieste - P.IVA 00524280328
Contatore visitatori: counter BI@Work