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Intervista a mons. Doni sugli organismi di comunione |
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Scritto da Tiziana Melloni
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giovedì 11 marzo 2010 |
Il 13 marzo 2010 si tengono nella diocesi di Trieste le elezioni per il Consiglio pastorale diocesano. Secondo il regolamento del 16 gennaio 1998, il Consiglio “Per composizione ed in particolare per il suo servizio è e si manifesta come organo rappresentativo della Chiesa locale. Lo stesso momento della sua costituzione assume un grande significato ecclesiale potendo le elezioni coinvolgere tutte le componenti del Popolo di Dio nella Diocesi”. Sul ruolo degli organismi di comunione ecclesiale, abbiamo intervistato mons. Paolo Doni, pastoralista e vicario generale della diocesi di Padova.
Come nasce l’esigenza di creare degli organi di condivisione e comunione all’interno della Chiesa? L’esigenza è nata sulla scia del Concilio come espressione della “ecclesiologia di comunione”; si tratta cioè di rendere visibile e operante quella che, nella comunità cristiana, è la “legge fondamentale”, che è, appunto, la comunione. La comunione è, prima di tutto, un dono del Signore Risorto ai suoi discepoli e a ciascuna comunità cristiana; un dono che Gesù rinnova sempre attraverso l’Eucaristia celebrata insieme, la Parola ascoltata e la Carità vissuta. Ma non è un semplice sentimento interiore, o una bella idea da discutere. La comunione è anche criterio organizzativo della vita e dell’azione di ogni comunità cristiana; è i criterio strutturale e pastorale della chiesa. Ecco: il Consiglio pastorale e gli altri organismi di comunione sono il segno più visibile ed efficace della dimensione comunionale della chiesa e della sua azione.
Quale spazio hanno i laici per svolgere il proprio “sacerdozio battesimale” nell’ambito della comunione ecclesiale? La domanda non ha molto senso; sarebbe come domandarsi quale spazio hanno in una famiglia i singoli membri che la compongono. La comunità cristiana è fatta di tutti i suoi figli, di tutti i suoi componenti. Non è fatta né dal solo prete, né dai soli operatori pastorali, né da un gruppo o da un movimento, né da una iniziativa o struttura. La comunità cristiana è il popolo di Dio, dove ciascuno è diverso, occupa il suo posto, ha la sua funzione e vive e opera perché “collegato” con tutto il resto. La comunità non si identifica e non si esaurisce con nessun soggetto particolare, e neppure è la somma numerica dei singoli componenti.
L’esempio più efficace, già presentato da S. Paolo, è quella del corpo umano: molte membra, ciascuna necessaria e funzionante, ciascuna al suo posto ma tutte comunicanti per formare una realtà unitaria, unica e irrepetibile che è la persona umana Il legame comunionale infatti unisce ogni membro della comunità cristiana a Dio e ai fratelli. Ogni cristiano infatti è “figlio” e membro di una comunità.
Quale spazio hanno dunque i fedeli laici? Se per “spazio” si intende un recinto riservato e autonomo, nessuno all’interno della comunità cristiana ha un proprio spazio. La comunione unisce tutti e ciascuno rispettando e valorizzando la specificità e l’unità. Questo significa che il Consiglio Pastorale prima di essere una questione organizzativa è una questione di ecclesiologia, di spiritualità e di pastorale. In assenza degli organismi di comunione la comunità e la pastorale restano realtà clericali nel senso peggiore del termine.
Qual è oggi, a 40 anni dal Concilio, la percezione della “sinodalità” della Chiesa? Non sembra forse leggermente offuscata la spinta all’apertura e alla partecipazione? Occorre tenere desto nella comunità cristiana l’ideale della comunione (legame spirituale e strutturale) e della sinodalità (volontà di camminare insieme). Non è facile; anche perché la cultura che oggi viene diffusa attraverso i mass media e la struttura sociale enfatizza la logica dell’identità, intesa come diversità che crea separatezza, che crea contrapposizione. La società attuale è modellata dall’ideologia del profitto economico ad ogni costo (si veda l’enciclica “Caritas in veritate” di Benedetto XVI). Ma questo è il criterio che crea competizione, esclusione perché crea nemici da abbattere ed estranei da eliminare.
È una cultura e un’impostazione sociale che non favorisce né l’apertura (a che cosa?) né la democraticità (comanda e decide che ha il potere!). È necessario che le comunità cristiane abbiamo chiari questi meccanismi sociali e culturali: la logica e la dinamica del Consiglio Pastorale cammina in altra direzione: quella appunto della comunione, della partecipazione, dell’accoglienza, della democraticità nella responsabilità. Chi sperimenta nella propria parrocchia il Consiglio Pastorale si accorge subito che si respira un’aria diversa da quella della società e della cultura dominanti.
C’è un altro aspetto che emerge e matura con l’esperienza del Consiglio Pastorale: quella della vera democraticità. La comunità cristiana vive e procede perché, attraverso il proprio Consiglio Pastorale, ciascun consigliere diventa soggetto attivo e responsabile, insieme agli altri, della vita, delle proposte, delle attività, delle strutture, della missione della comunità stessa.
Come si può promuovere maggiormente il senso di comunione e la partecipazione dei fedeli al cammino comune della Chiesa? Si tratta di un problema più pastorale o di un fatto culturale? Non servono discorsi astratti: occorre fare esperienza di corresponsabilità nella vita e nell’azione della propria comunità cristiana. Se un Consiglio Pastorale è costituito correttamente e opera veramente da Consiglio Pastorale diventa una progressiva esperienza nella quale tutti i consiglieri vengono a conoscere le problematiche della comunità, della pastorale, dei progetti e delle proposte di vita cristiana. Così apprendono ad amare e a servire la propria comunità, ciascuno secondo le proprie possibilità e nel rispetto del proprio ruolo, ma insieme a tutti gli altri fratelli e sorelle.
C’è però una condizione da rispettare: il Consiglio Pastorale deve essere costituito secondo le regole previste (non è un Consiglio Pastorale, ad esempio, se è scelto da qualcuno, fosse anche il prete; se è la somma di rappresentanti dei gruppi, ecc.) e deve operare secondo le regole metodologiche del lavorare in gruppo. Il Consiglio Pastorale è un organismo serio e delicato, esigente, che per esistere e per funzionare deve rispondere a regole che non sono imposte dall’esterno, ma sono esigite dalla sua natura e dalla sua finalità.
Possibile che per “montare” una qualsiasi macchina e per farla funzionare si debbano conoscere e rispettare le regole per il funzionamento, e si pensi invece di far esistere e di far funzionare un organismo che nasce dalla fede e che presiede la vita della comunità cristiana senza il rispetto delle “regole del gioco”? In questi decenni di esperienza, quale valutazione sente di dare al lavoro svolto dagli organismi di partecipazione ecclesiale? Quali suggerimenti per migliorare la condivisione? La mia valutazione è senz’altro positiva. Dove il Consiglio Pastorale non solo esiste, ma anche opera secondo i criteri della pastorale, è tutta la vita della comunità cristiana che si rinnova e ritrova il gusto di essere “comunità”, cioè un organismo vivo nella fede, non un semplice agglomerato occasionale di persone. La comunità diventa luogo di incontro, di fraternità, di nutrimento interiore, di proposte di fede e di vita cristiana; diventa quella “fontana del villaggio” — come diceva Papa Giovanni — alla quale possono avvicinarsi tutti (le famiglie, i giovani, i professionisti, i cercatori di Dio, i santi e i peccatori…) e trovare il ristoro dell’acqua buona e fresca, cioè la presenza reale del Signore e di fratelli e sorelle che camminano e si sostengono reciprocamente. A me sembra che oggi il nostro Paese, il territorio in cui viviamo ha bisogno di queste fontane zampillanti, di questi focolari accesi, di questi fari che diventano punti di riferimento per chi naviga. |
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 11 marzo 2010 )
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