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Haiti, uscire dall'emergenza PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Trevisan   
giovedì 04 marzo 2010
HaitiA più di un mese dal terremoto che ha sconvolto Haiti ed all'indomani del nuovo sisma, che ha interessato il Cile, abbiamo ascoltato la testimonianza di due coniugi triestini, entrambi medici, Giorgio e Marina Pellis, che hanno trascorso due settimane nell'isola, presso l'ospedale Saint Damien, per affrontare la fase del dopo emergenza, decisiva per tornare ad occuparsi in modo adeguato delle patologie che si presentano normalmente in ospedale. Occorre ricordare che anche prima del sisma Haiti era uno dei Paesi più poveri del mondo. I coniugi Pellis — lui Giorgio, chirurgo, lei Marina Spaccini, pediatra — mi ricevono nella loro casa, di sera, alla fine di una normale, pienissima, giornata di lavoro, per parlare di Haiti. La loro competenza nasce dal fatto che sono tornati da poco dall'isola caraibica, messa in ginocchio da un terrificante terremoto (non l'ultimo nel mondo, purtroppo!), che ha mietuto oltre 200.000 vittime accertate, forse trecentomila, dove hanno lavorato per due settimane.

Giorgio: In realtà noi siamo andati ad Haiti in seconda battuta, a distanza di quindici giorni dal sisma, dopo che nostro figlio Tommaso aveva già partecipato al primo gruppo di soccorritori, impegnati a sostenere il primo e terribile impatto della medicina delle catastrofi, quella che t’impone di salvare chi ha più possibilità di farcela, quella che ti obbliga ad intervenire al più presto con le amputazioni come principale gesto salva-vita.
Per dodici giorni hanno operato senza darsi riposo, anche per diciotto ore di fila su due sale operatorie... Solo Tommaso, in quei giorni, ha seguito oltre 120 interventi chirurgici...
Tommaso era partito immediatamente ed era sul luogo già il giorno successivo al terremoto e non per caso: fa l’anestesista nell’ospedale di Pordenone ed era già stato ad Haiti in novembre, su invito del primario della Pediatria, il dottor Roberto Dell’Amico, che ricopre anche dall’Italia il ruolo di condirettore sanitario esterno dell'unico ospedale pediatrico haitiano: l’ospedale di Saint Damien, 300 posti letto, costruito 4 anni fa, sostenuto dalla Fondazione Rava che rappresenta la branca italiana di Nuestros Pequeňos Hermanos.
Il terremoto, per fortuna, ha prodotto lesioni minimali all’ospedale, nessuno vi si è fatto male ed è per questo che esso è diventato immediatamente una base sanitaria importantissima.

Marina: È stato Tommaso a chiederci di raggiungerlo e ci è sembrato doveroso rispondergli di sì, quasi chiudendo un ideale cerchio di vita iniziato tanti anni prima in Africa (i due coniugi hanno iniziato il loro lavoro di medici in ospedali africani nel 1975, quando Tommaso aveva 3 mesi, ndr).

Giorgio: Quando siamo arrivati noi, le emergenze in senso stretto erano superate, ma c’era pur sempre bisogno di rioperare qualche ferita, revisionare qualche moncone, trattare infezioni chirurgiche, interventi tutti che rientrano nelle mie competenze professionali. E poi bisognava riprendere a trattare tutte le patologie che si presentano normalmente all’ospedale.
Soprattutto ci pareva importante ricondurre al suo obiettivo principale un ospedale che ha una vocazione pediatrica, ricollocando con la dovuta flessibilità gli adulti che arrivavano in condizioni di urgenza.

Marina: Da pediatra, soprattutto dopo aver lavorato in Paesi poveri, conosco il dramma della mortalità infantile e l’ineluttabilità di molti decessi, in particolare quando ad una povertà di base si aggiunge una catastrofe naturale che sconvolge equilibri già precari in partenza.
Per altri colleghi più giovani era evidente l’incapacità a rassegnarsi a queste morti e questo creava uno stridente contrasto tra la realtà che ci circondava e gli sforzi tecnologici che i miei colleghi cercavano di mettere in campo fino all’ultimo.

Giorgio: Haiti è un Paese poverissimo: si pone al 146° posto su 177 nell'indice di sviluppo umano. Questa condizione è perpetuata dall’ineguale distribuzione delle ricchezze: il 4% della popolazione controlla il 60% delle risorse e 2/3 della popolazione si spartisce il resto. Emergono dati conflittuali: il reddito medio pro capite è di 1400 dollari, ma la maggior parte della popolazione vive con meno di 500 dollari l’anno.

Anche prima del sisma la situazione era disastrosa: le ultime elezioni democratiche sono del ’96 e avevano conferito — con il 67% di preferenze — la presidenza a Jan Bertrand Aristide, un prete salesiano aderente alla teologia della liberazione (prete scomodo e non sostenuto, quindi), poi deposto nel 1994 e successivamente fuggito da Haiti. Il presidente di oggi, René Preval, è un uomo giunto al potere con il sostegno della Cia, la cui imprensentabilità internazionale è comunemente riconosciuta: non esiste un sistema sanitario, l’insicurezza è diffusa per la corruzione governativa e l’inefficienza della polizia, e non c’è traccia di politiche a sostegno dei più poveri (poiché mi vede turbata da tante esplicitazioni, il dottor Pellis cita come fonte informativa, reperibile in edicola, la rivista Le Monde Diplomatique).

Dagli anni ’70, col regime di Douvalier è iniziata un’inarrestabile “fuga dei cervelli” che ha impedito la formazione di una classe dirigente e di un’opposizione consapevole ai regimi che si sono succeduti.
L’isola Hispaniola è divisa in 2 stati: Haiti ad ovest, la Repubblica Dominicana ad est. La diversità tra i due Stati è drammaticamente sottolineata da numerosi fattori: sistema di governo, condizioni di vita, lingua (a Port-Au-Prince si parla il francese, a Santo Domingo lo spagnolo).

Marina: La percezione che ho avuto, entrando in Haiti, è quella che si provava, negli anni ’60-’70, nel varcare il nostro vicino confine.
Su questo dissesto sociale si è aggiunto il dramma del terremoto, con tutto lo sconvolgimento psicologico del sentirsi in balia delle forze distruttive della terra con la percezione costante di morte imminente. Morte che si ritrova nel percorrere la città: distrutto il centro cittadino, la cattedrale dov’è rimasto ucciso anche il vescovo, il palazzo presidenziale, i ministeri, le ambasciate...
Per tornare alla nostra esperienza di ospedale, però, a colpirci è stato lo sguardo “perso” delle persone, dei malati e dei dipendenti che pian piano tornavano a lavorare. Quasi il 10% della popolazione di Port Au Prince è morta e ciascuno annovera scomparsi, feriti o invalidi nella propria famiglia...
Nelle settimane in cui ero lì, è stata riaperta la maternità; ho avuto delle sensazioni penose: pareva che le donne non volessero partorire, come se trattenere il figlio dentro di sé fosse più sicuro o come se non avessero più speranza nel metterlo al mondo; anche un certo rifiuto di allattare i piccoli poteva essere segno di questa mancanza di speranza.
Ciò era ancora più evidente fra le madri che stavano soffrendo anche per le conseguenze dei traumi o che avevano subito mutilazioni...
D’altronde si pensi che quasi nessuna delle donne che partoriva ha più una casa dove tornare e il loro futuro, anche con neonati sotto peso, si svolgerà sulla strada, sotto un telo tirato a mo’ di tenda...

Giorgio: Il momento più pericoloso, in questa loro vita di strada, è quello della distribuzione del vitto, perché c’è la sopraffazione del più forte.
Per fortuna ad Haiti c’è il pane: è arrivato un friulano, ha attivato un forno che lavora giorno e notte, ha istruito degli haitiani e ogni giorno vengono distribuiti migliaia di ottimi panini! Il problema, però, è che alcuni tipi di derrate alimentari regalate dai Paesi donatori, deprimono ulteriormente la produzione locale, del riso per esempio.

Giorgio e Marina: Crediamo che aver donato qualche giorno del nostro tempo a questo popolo possa avere più il valore della condivisione che dell’aiuto concreto, perché è stato solo una goccia in un mare di necessità.
Noi ci siamo portati a casa un carico di sofferenze e la cosa migliore che possiamo fare è raccontare quanto abbiamo vissuto, perché non ci si dimentichi dei più poveri.
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 17 marzo 2010 )
 
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