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Film e dibattito sul film "Popieluszko" PDF Stampa E-mail
Scritto da Corinna Opara   
giovedì 28 gennaio 2010
Un film ricco di spunti e suggestioni. La doppia proiezione di “Popieluszko - Non si può uccidere la speranza” al Cinecity di Trieste organizzata dal nostro settimanale e dalla Pastorale giovanile nella giornata di giovedì 21 gennaio ha registrato il tutto esaurito e un’ottima risposta da parte del pubblico.


Il film
Incentrato sulla vita di don Jerzy Popieluszko, il giovane sacerdote polacco ucciso nell’ottobre dell’84 perché scomodamente impegnato nella lotta per la libertà e la dignità umana in una Polonia oppressa dalla legge marziale e martoriata dalla crisi economica, il film del regista Rafal Wieczynski presentato in anteprima regionale dopo la sua presenza al Festival del cinema di Roma non ha lasciato la platea indifferente: «Tra le cose che più mi hanno colpito», racconta Sara Fragiacomo, 21anni, «la violenza della polizia nei confronti dei manifestanti assolutamente pacifici, ma anche la figura dei giovani disposti a lottare, fino a morire, per i propri ideali e per la propria fede.

Così come colpisce pure il rapporto di fiducia che don Popieluszko è riuscito a instaurare con la popolazione». «Commentando tra noi», dice Stefano Della Mora, del Movimento studenti dell’Azione cattolica, «siamo rimasti molto toccati dalla personalità del sacerdote che decide di mettersi in gioco in prima persona. C’è poi una frase, nel film, secondo noi molto significativa, durante la celebrazione di una Messa in occasione della quale degli altoparlanti erano stati applicati all’esterno della chiesa per raggiungere chi era rimasto fuori dall’edificio.

Nella scena un ragazzo seduto su una staccionata dice al suo amico: “Alzati, siamo in chiesa”. Il che sta a significare come la Chiesa in quel momento fosse riuscita ad aprirsi alla città entrando nella vita quotidiana di ciascuno». Sempre sulla relazione tra Chiesa e società anche don Christian Medos: «Sono rimasto colpito dal modo in cui la figura del prete si pone in relazione alla società e ai suoi problemi, in particolare dal rapporto tra il prete e i laici».

La storia
Conosciuto soprattutto come il cappellano di Solidarnosc (il primo sindacato indipendente nella Polonia comunista), don Jerzy Popieluszko è passato alla storia non solo per esser stato il primo sacerdote a entrare in un’acciaieria in sciopero per celebrare la Messa su richiesta degli operai, né solo per la sua tragica fine — sequestrato, torturato e gettato in fondo alla Vistola —, ma soprattutto per il suo operato completamente basato su fede, fiducia e conforto del prossimo, per il suo saper ascoltare e mettersi in relazione andando fino in fondo nella sua lotta per sconfiggere «il male con il bene», senza serbare rancori verso le “vittime del Male”, operando liberamente nelle sue scelte proprio perché libero nello spirito: «Io sono già libero» dirà ai suoi amici, ormai conscio di essere in pericolo di vita, ma ben deciso a voler continuare. A lui pure il merito di aver dato dignità alla classe operaia polacca organizzando, nel settembre 1983 con l’aiuto di Lech Walesa, primo presidente di Solidarnosc, il primo pellegrinaggio di operai a Czestochowa.

Il dibattito
Storia di un passato poco recente e per lo più sconosciuto ai giovani, la vicenda polacca ha portato alla luce uno dei molti episodi in cui la Chiesa, con i suoi valori, in determinati momenti storici, si è trovata a doversi inserire a piene mani nella società per colmare «il vuoto pneumatico lasciato dalle istituzioni», ha commentato il prof. Roberto Spazzali, che ha introdotto l’incontro. Riflessione in parte ripresa nel dibattito moderato dalla giornalista della Rai regionale Viviana Valente svoltosi tra le due proiezioni e che ha visto la partecipazione dello stesso Spazzali affiancato dall’arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi e dal critico cinematografico Mario De Luyk.

«Dal film è emersa la forza della fede che non ci allontana ma ci immerge totalmente nella vita, diventando una forza straordinaria di liberazione», ha commentato il vescovo di Trieste. «“Popieluszko” è fondamentalmente un film dove i polacchi vogliono raccontare la loro storia», ha spiegato il critico cinematografico , sottolineando poi, con un breve balzo indietro nel tempo, come in quegli anni la cinematografia polacca fosse uno dei pochi luoghi in tutto l’Est Europa dove l’influenza politica non era riuscita a penetrare completamente, diventando, in questo modo, una sorta di Resistenza al pensiero unico del regime.

«Una storia della quale al tempo si sapeva o si voleva si sapesse poco», ha commentato invece Spazzali. «In più, considerato l’importante lascito del Concilio Vaticano II, abbiamo sottovalutato il peso della Chiesa nell’Est Europa anche in senso storiografico». E dallo stesso film emerge infatti come importante fu il sostegno della Chiesa nei confronti della situazione polacca e verso don Jerzy, in particolar modo da parte dell’allora papa Giovanni Paolo II, recatosi più volte nella sua terra natale per portare conforto alla popolazione e per pregare, nell’87, sulla tomba di don Popielusko: dalle sue parole il messaggio di speranza, quasi premonitore, per quella nuova Polonia che di lì a poco sarebbe nata, grazie anche al sacrificio di tutte le vittime di cui in quegli anni si era macchiato l’intero Paese.

 
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