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Intervista a padre Witold Salamon |
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Scritto da Corinna Opara
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giovedì 14 gennaio 2010 |
Quando nel settembre 1984 fra Witold entra nell’ordine religioso dei
Frati minori a Katowice, in Polonia don Popiełuszko vive ancora ed è un
famoso combattente per la libertà e dignità dell’uomo.
La notizia della morte del Cappellano di Solidarnosc lo raggiunge nel noviziato due mesi più tardi come fulmine a ciel sereno.
Rimanemmo tutti molti stupiti. Attraverso i media, e soprattutto la tv,
la propaganda comunista faceva credere al popolo che don Popieluszko
fosse un collaboratore contro il governo.
Al tempo l’unica vetrina sul mondo erano le notizie filtrate dal regime. La verità ci venne raccontata solo in un secondo momento da un nostro superiore. In quegli anni la cosa che mancava più di tutto era la libertà, a tutti i livelli, libertà che era lo scopo principale dell’operato di don Popieluszko: la libertà dell’uomo, la dignità umana e, quindi, usando le parole di Giovanni Paolo II, la «libertà interiore», dove non può intervenire nessun sistema politico e nessuna forza esterna.
In assenza di libertà in che modo era consentito alla Chiesa di agire? Sostanzialmente la Chiesa poteva svolgere solo la missione di predica. Ma se almeno in passato era consentito un certo margine di libertà, come ad esempio il diritto di manifestare in piazza, con l’imposizione dello stato di guerra nell’81 le cose andarono peggiorando. Le processioni cittadine si potevano fare una sola volta all’anno (per la Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo) e solo su autorizzazione; gli agenti dello Stato si infiltravano nelle Messe per ascoltare le prediche, e se qualcuno diceva qualcosa a favore della libertà o dei diritti umani, o qualsiasi cosa contro lo stato, veniva chiamato dalla polizia. Tutto venne sospeso, comprese tutte le associazioni cattoliche.
Ci sono altre storie come quella di don Jerzy Popieluszko che non sono state ancora raccontate? La sua storia da un certo lato è forse unica, vista pure la sua tragica morte. Va detto però che c’erano pure altri sacerdoti, e pure altri laici, che hanno lottato per la libertà. E molti di questi sono stati uccisi durante le dimostrazioni, gli scioperi e in altre circostanze durante il tempo dello stato di guerra in Polonia.
Quale sostegno arrivava da Roma? Al tempo avevo appena iniziato a studiare, quindi non conosco bene i rapporti ufficiali tra la Chiesa polacca e Roma. Tuttavia so che papa Giovanni Paolo II seguiva molto da vicino la nostra causa, era sempre molto informato; conosceva molto bene Solidarnosc e, appena poteva, cercava di portare sollievo e aiuto. Nell’’83 venne in Polonia, esprimendosi sulla libertà, solidarietà e dignità nel mondo del lavoro (tema molto attuale all’epoca dopo l’Enciclica “Laborem exercens”). Il suo appoggio fu un grande sostegno per tutti noi.
Nel 1989 cade il regime. Cos’è cambiato nella Chiesa da allora? Dopo la caduta del muro di Berlino ci fu una grande discussione sul tema dell’aborto, che durante il comunismo era consentito. Al tempo ero catechista: la maggior parte dei giovani che seguivo era favorevole all’aborto, e dal ’91 al ’94 la Chiesa venne fortemente accusata di voler imporre le sue regole, segno della forte influenza che la propaganda del regime era riuscita a esercitare negli anni precedenti. Nel ’91 Giovanni Paolo II tornò in Polonia: uno dei suoi discorsi era incentrato sul V Comandamento (“Non uccidere”, ndr), ma alla fine del discorso i fedeli rimasero in silenzio; non un applauso. Il Santo Padre tuttavia proseguì per la sua strada, continuando a parlare della dignità della vita e della coppia.
Dopo l’aborto molti altri argomenti etici vennero messi in discussione, e col tempo si riscontrò il mutamento della popolazione a favore della Chiesa (soprattutto sul problema dell’aborto).
Oggi la Chiesa in Polonia, come un po’ dappertutto, è in continua evoluzione. Nonostante circa il 40% della popolazione sia praticante, è sempre più difficile avvicinare i giovani, soprattutto ai movimenti cattolici, che nell’arco degli anni si sono moltiplicati come nel resto d’Europa. La libertà è interpretata in nuovo senso. Oggi i giovani possono viaggiare, decidere per sé con tutte le loro conseguenze. E in questo senso potremmo dire che la lotta di don Jerzy ha raggiunto il suo scopo.
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