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Scritto da Corinna Opara
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giovedì 14 gennaio 2010 |
Joanna Dyga, laureata in filologia polacca all’Universita di Varsavia,
redattrice e traduttrice nella Casa editrice delle Suore Loretane a
Varsavia, ha curato l'edizione polacca del libro di Milena Kindziuk
“Ksiądz Jerzy zwyciężał dobrem” (“Don Jerzy vinceva con il bene”,
Warszawa 2009), realizzato con la consulenza di Katarzyna Soborak,
notaia nel processo di beatificazione del servo di Dio don Jerzy
Popiełuszko e direttrice dell'Archivio di don Jerzy Popiełuszko.
Abbiamo contattato Joanna Dyga per conoscere meglio la figura di don Jerzy, per il quale, dopo la firma del decreto delle virtù eroiche per opera di Benedetto XVI (in caso di martirio non è richiesta la conferma del miracolo avvenuto per l’intercessione del servo di Dio), ora è attesa la designazione della data di beatificazione.
Che persona era don Jerzy Popiełuszko? Nasce nel piccolo paesino Okopy, vicino alla citta Białystok, nell'Est della Polonia, il 14 settembre del 1947. Nasce in una famiglia di contadini, piuttosto povera, ma onesta e legata alle tradizioni religiose e patriottiche. Ha due fratelli e due sorelle. La famiglia si mantiene lavorando la terra, e i figli aiutano i genitori. Il piccolo Alek (diminutivo del suo nome battesimale Alfons) è il più fragile di salute, ma è pure molto diligente nello studio. La sua mamma – che vive ancora – lo ricorda come un ragazzo bravo e buono, paziente, laborioso, perseverante.
I genitori crescono i propri figli con severità, ma anche con il cuore. La preghiera comune, ogni sera, davanti alla figura della Madonna, è un appuntamento quotidiano per la famiglia. Si recitano le litanie, il santo rosario, le preghiere alla Madonna Nera di Częstochowa. Così la casa di Alek diventa il suo primo seminario. Da piccolo viene affascinato della persona di san Massimiliano Kolbe, martire francescano polacco. Pensa pure di entrare nel convento dei frati francescani. Ogni giorno, per tutto l’anno, percorre quattro chilometri di strada per partecipare alla Messa alle sette di mattina, prima di andare a scuola. Si alza alle cinque, anche quando non si sente molto bene.
Finite le scuole superiori, nel 1965 decide di entrare nel Seminario di Varsavia: qui si realizza il suo grande sogno di conoscere Stefan Wyszyński, il primate della Polonia, l’uomo irremovibile, di grande fede e grande amore, che è stato per Jerzy l’autorità incontestabile. Durante gli studi in seminario Jerzy è obbligato fare il servizio militare, subendo persecuzioni a causa della sua fede. Viene punito perché rifiuta di togliere il rosario che porta al dito.
Dopo la leva la sua salute è peggiorata: malato ai polmoni, ricoverato, è in fin di vita. I suoi colleghi seminaristi pregano per lui per tutta la notte. La crisi passa, ma Jerzy è fortemente indebolito. I suoi superiori pensano persino di sospendere la sua ordinazione sacerdotale. Ma alla fine viene ordinato il 28 maggio 1972. Don Jerzy non vuole chiudersi nella canonica, ma essere vicino alla gente comune. Già in seminario aveva inventato questa massima per il suo sacerdozio: «Non diventare pretesco». E infatti fu sempre vicino ai parrocchiani.
Che rapporti aveva con la Chiesa ufficiale? Era visto come figura “scomoda”? Era sempre obbediente alle autorità ecclesiali. Diceva: «Se sono qua o là, vuol dire che c’è un motivo». Credeva nelle buone ragioni, era persuaso di essere utile nel posto dove veniva mandato. Quando divenne famoso come “cappellano di Solidarność” e le sue Messe per la patria riuscivano a radunare migliaia di persone, poteva sicuramente dar fastidio anche agli uomini di Chiesa. Ma oggi i testimoni di quei tempi spiegano i motivi: all’inizio non si capiva il fenomeno di quelle celebrazioni. Alcuni lo accusavano di intromettersi nelle questioni politiche.
Anche l'enorme flusso di partecipanti sembrava portare troppa confusione nell'attività pastorale in parrocchia. Inoltre la situazione in Polonia era complicata: dopo la proclamazione della legge marziale molte persone sono state arrestate. Anche don Jerzy è stato convocato al commissariato di polizia (allora ‘milizia’) e interrogato per lunghe ore. Sono cominciate le repressioni, le accuse ingiuste, le perquisizioni, interrogazioni. Una volta i funzionari dei servizi speciali hanno introdotto a sua insaputa nel suo appartamento del materiale esplosivo, permettendo alla procura di muovergli contro delle accuse. Così, a chi non conosceva la vicenda da vicino, la sua figura poteva sembrare ambigua.
Le autorità della Chiesa dovevano agire con grande prudenza. Il primate Glemp l’ha convocato per avvertirlo, raccomandandogli cautela, temendo che il giovane sacerdote si sentisse una persona eccezionale. Ha dichiarato di apprezzare il suo fervore, ma insisteva affinché fosse più prudente nelle sue azioni.
Cosa predicava nei suoi sermoni? Cosa chiedeva alle persona e quali messaggi trasmetteva a loro? Il suo insegnamento si può sintetizzare in una frase sola, tratta dalla Lettera di san Paolo Apostolo ai Romani (12, 21): «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene». Questo confermano pure le registrazioni delle sue prediche, conservate nell’archivio della parrocchia. E così testimoniano le persone presenti alle Messe da lui celebrate. Chiedeva prima di tutto la conversione dei cuori, delle anime, parlava della dignità e dei diritti dell’uomo, che è la creatura fatta a immagine di Dio. Fare il bene. Moltiplicare il bene, essere fedeli alla verità – questo era il suo messaggio. Le sue ultime parole dette al pubblico, durante la recita del santo rosario a Bydgoszcz, prima di partire nel suo ultimo viaggio, sono state: «Preghiamo perché siamo liberi dalla paura, dall'intimorimento, ma prima di tutto dalla brama di ritorsione e violenza».
Nel film emerge come il sacerdote è stato associato a Solidarnosc quasi per caso, solo perché inviato dagli scioperanti di Danzica... Si potrebbe dire: per inconcepibile intreccio delle circostanze, scritto nel disegno della Divina Provvidenza. Don Jerzy a quei tempi (dal maggio 1980) era il “prete-residente” nella parrocchia di San Stanislao Kostka a Varsavia. “Residente“ significa che non aveva ricevuto degli incarichi precisamente stabiliti. Gli scioperi degli operai, dopo quelli di Danzica, sono dilagati in tutta la Polonia. A Varsavia, dopo aver iniziato lo sciopero nell'acciaieria “Huta Warszawa“ – il grande stabilimento industriale di allora – diecimila lavoratori, avendo il desiderio di partecipare alla Messa domenicale, hanno inviato una delegazione al primate Wyszyński per chiedergli che venisse inviato un sacerdote a celebrarla nell'acciaieria.
Il primate incaricò il proprio cappellano di trovare il prete. E il cappellano, senza pensarci troppo, è salito in macchina e si è diretto verso l'acciaieria. Attraversando il quartiere vicino ad essa, guardava la torre della chiesa di San Stanislao Kostka. Si è fermato, è entrato in sacrestia, e proprio in quel momento entrò anche don Popiełuszko, che aveva appena finito di confessare. Dopo che il cappellano ebbe spiegato il motivo della sua venuta, don Popiełuszko ha risposto: «Si, come no, tolgo la stola e vengo subito», non senza prima aver ottenuto il permesso del parroco.
E così, nel paese sotto il regime comunista, don Popiełuszko è stato il primo prete che ufficialmente ha oltrepassato la porta di quel stabilimento. Quella Messa è stata il punto cruciale. Non solo perche è stata celebrata da lui. Finita la celebrazione don Jerzy non se n'è andato: è rimasto in mezzo ai lavoratori per parlare con loro, per ascoltarli, guadagnandosi in breve tempo la loro fiducia e diventando loro amico.
Don Jerzy svolgeva il suo ministero tra gli operai molto attivamente. Faceva così anche nella sua parrocchia? Nella percezione di molti don Popiełuszko resta il cappellano dei lavoratori. Non tutti lo sanno che negli anni 1972-80 adempiva anche normale servizio sacerdotale: teneva la catechesi, si occupava dei gruppi parrocchiali di ragazzi, celebrava le Messe, amministrava i sacramenti, faceva i turni nella cancelleria, faceva il cappellano del personale medio di medicina (infermiere, ostetriche, inservienti), e infine anche il direttore spirituale della gioventù accademica, associata nel centro degli studenti cattolici presso la chiesa di Sant’Anna a Varsavia.
Dopo il 1980, nella parrocchia di San Stanislao Kostka, compieva le funzioni ordinarie del vicario: le Messe, le visite domiciliari dagli ammalati, l’ascolto delle confessioni, l’amministrazione dei battesimi, dei matrimoni. In parrocchia organizzava anche le lezioni del magistero sociale della Chiesa per gli operai. Sotto la legge marziale, quando i paesi occidentali inviavano i sussidi alle parrocchie (cibo, abbigliamento, prodotti d’igiene, detersivi), ha sistemato il garage parrocchiale costruendo i palchetti per depositare la roba e poi organizzare la distribuzione dei doni. Mai metteva da parte qualcosa per se stesso. C'è stato un momento in cui ci si è accorti che avrebbe potuto essere in pericolo? Già all’inizio del 1984, l’anno della sua morte, si sono intensificate le repressioni contro don Popiełuszko: in sei mesi è stato chiamato in commissariato e interrogato più di dieci volte. L’hanno intercettato, pedinato. Gli spedivano lettere minatorie. Andando in macchina, spesso era stato fermato dai funzionari dei servizi speciali in divisa o in borghese.
Accadeva che qualche macchina-fantasma si avvicinasse troppo alla sua, rompendo lo specchietto laterale. La stampa di regime pubblicava articoli diffamatori su di lui. E infine, il 13 settembre 1984, il primo attentato: mentre viaggiava in auto, gettarono un grande masso contro il parabrezza. Fortunatamente, l’autista riuscì a sterzare, ma don Jerzy capì che volevano ucciderlo.
E lui sapeva di rischiare la vita... Se ne rendeva conto. In un'intervista rilasciata a un corrispondente inglese ha detto: «Sono pronto a tutto». «Mi uccideranno», ha detto a una suora sua amica, quando era già famoso, ricercato e amato dagli uni e odiato dagli altri. Un episodio commovente è stato raccontato dai suoi amici. Don Jerzy aveva un cane, regalatogli dagli studenti. Lo portava con sé spesso. Quella mattina, venerdì 19 ottobre 1984, prima di partire ha accarezzato il suo cagnolino per salutarlo. E mentre si stava dirigendo verso l'auto, il cane iniziò ad abbaiare in modo straziante come non aveva mai fatto prima. Don Jerzy è tornato indietro, e ancora una volta l’ha carezzato. Da quel viaggio don Popiełuszko non è più tornato.
Prima di ucciderlo è stato addirittura torturato: perché? Dare una risposta a questa domanda sembra impossibile. Specialmente dopo aver visto le foto dell’autopsia. Non ci sono parole per descrivere le sensazioni che trasmettono quelle immagini. Non è possibile capire tanto odio, e nemmeno spiegarlo. Ma prendendo in considerazione le ragioni strettamente "tecniche" dei carnefici, probabilmente volevano rendere irriconoscibile il corpo del prete sovvertitore che doveva sparire nel nulla. Anche per questo l’hanno buttato nelle acque della diga, con i sassi attaccati alle gambe. Se l’autista di Popiełuszko non fosse riuscito a fuggire, avrebbero raggiunto il loro scopo. E invece l'autista ha mandato a monte almeno questa parte del piano.
Dopo la sua morte migliaia di polacchi non hanno piů avuto paura di esigere la verità. Quale forte messaggio ha dunque lasciato la sua morte? Se non fosse stato ucciso la storia della Polonia sarebbe stata diversa? Quando si sapeva ancora solo del rapimento di don Popiełuszko, tanti si riunivano in preghiera per il felice ritorno del prete. All’arrivo della tragica notizia nella chiesa di San Stanislao Kostka, dove i fedeli facevano la veglia giorno e notte, è scoppiato il pianto disperato. Uno dei preti presenti ha cominciato a recitare il “Padre nostro”. In un primo momento la gente non riusciva a pronunciare le parole: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi rimettiamo ai nostri debitori». Ci riuscì solo alla terza volta.
Non era facile perdonare tale crimine. Ma pian piano i polacchi cominciarono a capire che la Chiesa polacca aveva ottenuto un nuovo martire e che quel martirio non doveva essere vano. Don Popiełuszko difendeva la verità, la giustizia, la dignità dell’uomo. Quelli che lo attorniavano durante la sua vita sentivano il dovere di rimanere fedeli a lui e compiere il suo testamento: «vinci il male con il bene». Se non fosse stato ucciso forse non sarebbero accaduti i tanti miracoli testimoniati dagli archivi della parrocchia di San Stanislo Kostka.
L’Archivio del Servo di Dio Jerzy Popiełuszko contiene moltissimi fascicoli e volumi di documenti: i registri dei gruppi e dei pellegrini individuali che vengono a visitare la sua tomba, i libri commemorativi, le lettere delle persone che hanno ottenuto la grazia per sua intercessione. Quanto al suo ruolo svolto nella storia della Polonia, le Messe con l'intenzione per la patria radunavano migliaia di polacchi da tutto il paese, non solo operai, ma anche intellettuali, uomini di cultura, attori.
Tradizione sono diventate le recite delle poesie patriottiche alla fine della celebrazione. Il popolo si risvegliava, ritrovava la speranza, l’orgoglio, il coraggio. E dopo la morte di Popiełuszko tutto questo si è rafforzato. Perciò, in qualche modo, il sacerdote ha anche condizionato i cambiamenti storici che si avvicinavano poco a poco all’anno di svolta, il 1989. Il ruolo di Popiełuszko, dunque è uno dei molti fattori che hanno contribuito al cambiamento.
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