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Preghiera per l'unità dei cristiani: intervista a mons. Crepaldi PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Scarino   
giovedì 14 gennaio 2010
La Settimana di Preghiera per l’unità dei cristiani, che si terrà dal 18 al 25 gennaio, e la Giornata del dialogo ebraico cristiano prevista per domenica 17 gennaio, sono due momenti cardine del lungo e spesso accidentato cammino di ricerca di un’armonia e di una feconda convergenza tra confessioni e fedi diverse. Un cammino che non mira ad una cancellazione delle differenze, ma ad una conoscenza reciproca sempre più profonda e amichevole per imparare a testimoniare insieme i grandi valori dell’esistenza pur con diversità di linguaggi e di tradizioni. Alla vigilia di questi due importanti momenti di incontro e di confronto abbiamo parlato con il nostro vescovo, mons. Giampaolo Crepaldi, del valore e del significato più autentici dell’ecumenismo e del dialogo interreligioso.

In questo periodo del suo ministero pastorale e Trieste, ha già potuto farsi un’idea del mondo ecumenico tergestino e delle sue peculiarità?
Ho avuto l’opportunità di incontrare sia la comunità greco-ortodossa sia la comunità serbo-ortodossa.  Ho incontrato anche molti pastori delle Chiese protestanti e la peculiarità che ne emerge è che Trieste ha un vivace dialogo ecumenico che la differenzia da altre realtà. E questa peculiarità, oltre ad essere un fatto caratterizzante della città, è una significativa opportunità per sperimentare cammini di amicizia ecumenica e anche di dialogo.

Il tema scelto per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani quest’anno è centrato sulla “missione”. In che modo si coniugano, sotto il profilo ecumenico, i due temi dell’unità e della missione?
La convergenza è data da una comprensione corretta del termine “missione”. Se partiamo dall’idea che la missione è nostra, allora è difficile il cammino dell’unità. Se partiamo invece dall’idea che la missione prima di  tutto è un’iniziativa che parte da Dio e che è rivolta a tutti noi, allora lì si ritrovano le ragioni dell’unità. La missione del Padre, che si è manifestata nel Figlio, è che “ut unum sint”, “che tutti siano uno”.

A suo avviso a che punto è oggi il dialogo ecumenico?
Il dialogo ecumenico non vive una stagione brillante, ma vive una stagione di sano realismo, che alla fin fine risulta essere più fecondo e fruttuoso perché c’è maggiore consapevolezza dei punti che differenziano le varie realtà ecclesiali e anche una determinazione ad affrontare i nodi delle difficoltà nel cammino dell’unità. Evidentemente è più facile con il dialogo cattolico-ortodosso per ovvie ragioni e diventa invece un po’ più complesso con il dialogo con il mondo protestante. Però c’è da parte di tutti, all’interno del mondo cristiano, una grande disponibilità al dialogo e questo è il frutto più bello del Concilio Vaticano II.

Attualmente qual è ancora il principale motivo di divisione e quale l’elemento che più unisce le diverse confessioni?
I punti restano i soliti, ben noti e riconosciuti. Con il mondo ortodosso, ad esempio, a dividerci è ancora l’interpretazione del primato petrino. Ma quello che io constato, ed è una constatazione piena di soddisfazione e di gioia, è che i percorsi operativi aumentano ogni giorno di più e sono percorsi legati alla promozione dell’uomo, al suo sviluppo, alla difesa della sua dignità, dei suoi diritti fondamentali, ad un impegno comune sul fronte della giustizia e della pace. In questa direzione si è fatta molta strada e si continua a farla insieme.

Domenica 17 gennaio si celebra la Giornata del dialogo ebraico-cristiano. Questo ci porta a riflettere sul tema oggi più che mai urgente e delicato del dialogo interreligioso. Come condurlo, orchestrarlo e soprattutto come intenderlo per evitare da una parte generiche confusioni e dall’altra irrevocabili separatismi?
Giustamente lei differenzia il dialogo ecumenico dal dialogo interreligioso, dove effettivamente in questo tempo sono cresciuti i fraintendimenti e qualche volta gli eventi purtroppo non hanno avuto buon gioco a chiarire le condizioni del dialogo e quindi a svilupparlo. Qui logicamente, su questo fronte, bisogna lavorare molto. La Chiesa cattolica dimostra quotidianamente questo suo impegno e questa sua disponibilità verso le altre religioni.

Evidentemente qui il dialogo non è in vista dell’unità, ma è in vista di una promozione di quei grandi valori umani che sono indispensabili per la nostra convivenza: i valori della pace, della giustizia, della solidarietà. Credo che bisogna riprendere in mano il grande ideale di Giovanni Paolo II che si concretizzava in una visione di religioni capaci di giocare un ruolo determinante nella promozione di questi valori.

Per concludere, Lei come immagina idealmente l’ecumenismo?
Io resto sempre molto legato all’icona evangelica dell’“Ut unum sint”. Da quell’icona nasce per tutti noi, cattolici, ortodossi, protestanti, questo esigente richiamo di Gesù a cercare sempre le strade giuste, che non sono certamente strade che conducono a comportamenti uniformi, ma che valorizzano in un quadro unitario, che è quello prestabilito da Dio, anche le nostre differenze. Forse il grande sforzo da fare è cambiare registro: una volta le differenze erano motivo di conflitto, oggi le differenze sono diventate un motivo di unità e di arricchimento reciproco.
 
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