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Intervista a P. Michel Czerny S.J. |
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Scritto da Caterina Dolcher
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venerdì 20 novembre 2009 |
P. Czerny S.J. prese il posto di P. Ellacuria S.J. subito dopo la
strage dei sei gesuiti e due donne perpetrata nell'Università
centroamericana del Salvador il 16 novembre 1989. Veniva dal Canada
dove a Toronto era stato fondatore e direttore del “Jesuit Centre for
Social Faith and Justice”. A causa di questo suo ruolo già due giorni
dopo la strage era a San Salvador assieme al Provinciale della
Compagnia per i funerali dei martiri e subito gli fu chiesto di restare
per contribuire alla continuazione dell'attività dell'Università.
Qui perciò rivestì il ruolo di Vice-rettore. Subito assunse anche il compito di Direttore dell'Istituto dei diritti umani e da lì poté vedere realizzato, due anni dopo, l'accordo tra i guerriglieri del Fronte di Liberazione nazionale e l'esercito salvadoregno che pose fine alla guerra civile, accordo tanto perseguito ed agognato da P. Ellacuria che avrebbe dovuto esserne il mediatore e per il quale fu ucciso.
P. Czerny, cosa ha significato per lei lavorare per i diritti umani in Salvador dopo l'esperienza maturata a Toronto? La prima cosa importante è stato il lavorare in una Università impegnata nella progettazione sociale che prende sul serio il suo ruolo di responsabilità sociale. La seconda cosa è stata l'esperienza dell'andare a fondo del senso e delle esigenze dei diritti umani, il cui Istituto ho diretto nel Salvador. La terza cosa è stato il capire il valore e il potere della negoziazione come modo preferibile per mettere fine ai conflitti.
Da lì lei è stato mandato a Roma a dirigere il “Social Justice Secretary”: è stato un passaggio difficile quello di stare nella capitale di uno stato occidentale rispetto al lavoro per i diritti umani che c'è da svolgere in un paese come il Salvador? Negli undici anni che ho lavorato a Roma mi sono occupato comunque dei diritti umani in tutto il mondo. L'esperienza maturata in Canada e in Salvador mi è stata preziosa. Il lavoro era sempre quello di stimolare la risposta della Compagnia di Gesù nel sociale in tutto il mondo. Si è trattato di moltiplicare il lavoro fatto nel Salvador per promuovere la giustizia in tutte le società.
Ho, per esempio, collaborato con P. Robert Schweiger S.J per lo sviluppo della cultura dei diritti umani nell'Europa orientale ex comunista: subito dopo il crollo del muro di Berlino era impensabile quanto è avvenuto in questi ultimi vent'anni. Oggi sono molto fiero dei risultati dei nostri sforzi di realizzare la dimensione sociale della fede in società dove la Chiesa aveva avuto per decenni una vita catacombale.
Oggi, e da ormai nove anni, lei opera in Africa. A Nairobi, in Kenya, sono direttore dell'African Jesuit Aids Network (AJAN). Mi occupo di aiutare e promuovere l'attività dei confratelli nei trenta paesi dell'Africa subsahariana nella risposta della Compagnia di Gesù all'immenso problema dell'AIDS. Su 1340 sono circa duecento i gesuiti interessati almeno per una parte del loro tempo nei problemi della pandemia.
Quando e perché è nata la “Rete dei gesuiti africani per l'AIDS”? La missione dell'AJAN è quella di aiutare la risposta dei Gesuiti ai problemi posti dall'infezione da HIV e all'AIDS affinché sia efficace, coordinata e secondo lo spirito del Vangelo. Intendiamo collegare i Gesuiti tra loro in un mutuo incoraggiamento e supporto. Oggi sono ben oltre un centinaio le iniziative nei paesi dell'Africa sub-sahariana dove la Compagnia di Gesù è presente.
Come si svolge il vostro lavoro? L'attività dell'AJAN comincia con una visita alle opere dei gesuiti per conoscerle e per valutare cosa si sta facendo così da rafforzare le iniziative già intraprese, promuoverle e indirizzarle meglio. Se non c'è ancora, si instaura, mediante un'idonea programmazione, un'attività che dia risposta ai problemi dell'AIDS. Coordinando le opere in un mutuo incoraggiamento e supporto, la Compagnia lavora non individualmente, ma come un corpo solo.
Quali sono, in concreto le vostre attività? Si tratta di indurre una consapevolezza e provvedere ad una formazione etica per prevenire le nuove infezioni: ciò include l'educazione e l'orientamento, l'incoraggiare la popolazione a fare le analisi ed aiutare le persone a migliorare o a cambiare i propri comportamenti. Si aiutano i malati a vivere positivamente e responsabilmente offrendo loro una cura pastorale e fisica nella cura e nella morte.
La nostra priorità è promuovere la dignità e i diritti di chi vive con il virus e di sostenere coloro che sono attivi nel ministero o, come molti gesuiti, sul fronte sanitario. Poi c'è il lavoro materiale e spirituale di consolare gli orfani, le vedove e i genitori che vedono la loro vita distrutta come effetto della malattia: si richiede uno sforzo enorme per vincere l'ignoranza, lo stigma e la discriminazione.
Operiamo poi una riflessione teologica e sociologica sulla malattia esaminandone le molteplici cause e conseguenze e sentiamo una speciale urgenza di sviluppare una teologia morale e pastorale e una spiritualità adatta. Promuoviamo anche l'accesso alla nutrizione ai servizi e alla medicina e operiamo per un urgente cambiamento nella cultura e nella società perché l'AIDS rallenti la sua marcia distruttiva.
Ma come avviene che tutte queste attività del ministero dei Gesuiti nella lotta contro l'AIDS si connettono e si sostengono? Prima di tutto e principalmente attraverso la comunicazione che è il sistema nervoso e circolatorio dell'AJAN. Con i Gesuiti sparsi in tutta l'Africa sub-sahariana la comunicazione è vitale per essere legati come in un solo corpo e agire in modo coordinato.
Come si inserisce questo lavoro nella missione della Compagnia di Gesù, nel suo carisma specifico? Il paradigma per la cura è Gesù che tocca il lebbroso: per prima cosa Gesù dice “voglio guarirti.” Poi si avvicina e lo tocca (Mc 1, 40-42). Così è Dio nel tempo dell'AIDS. Egli realmente vuole guarire, avvicinandosi per toccare. Noi siamo il modo con cui Dio si avvicina e tocca. Egli non può farlo senza di noi.
La spiritualità ignaziana ci offre un modo sperimentato di approfondire i problemi e sostenere il ministero dei Gesuiti impegnati nell'AIDS, integrandolo nella varietà del lavoro compiuto dalla Compagnia di Gesù. Gli esercizi spirituali sono una scuola di preghiera per coloro che sono affetti da AIDS e per coloro che si prendono cura di loro per una formazione continua della coscienza morale e per il necessario discernimento nelle difficili scelte secondo l'insegnamento del Vangelo e della Chiesa.
So che lei ha preso posizione in modo molto chiaro quando, nel marzo di quest'anno, si scatenò nei media internazionali una polemica per le parole del Papa sull'efficacia dell'uso del preservativo nella prevenzione dell'AIDS. Si è trattato di un vero e proprio delirio mediatico. Il Santo Padre, allora, rilevò il contrasto cruciale tra due approcci, quello della Chiesa, che considera la persona nel suo insieme e quello che investe risorse (rappresentate dalla parola «soldi») mirando esclusivamente a una soluzione «tecnica» dei problemi, tipico delle strategie dei Governi e delle organizzazioni internazionali.
Secondo gli esperti il preservativo, quando viene usato correttamente, può ridurre la possibilità di infezione, (ma la sicurezza certo non rende l'atto giusto). Come strategia per intere popolazioni, l'uso del preservativo ha ridotto i tassi di contagio solo fuori dall'Africa e in sottogruppi identificabili, come prostitute e uomini omosessuali, non per una popolazione generale. In realtà, la maggiore disponibilità e il maggiore uso di preservativi sono consistentemente associati a più alti (e non più bassi) tassi di infezione da HIV.
In Africa la fertilità è lodata e il preservativo sembra straniero e strano, e i valori che incarna estranei. Perciò, una politica basata sui preservativi aumenta il problema anche perché allontana l'attenzione, la credibilità e le risorse da strategie più efficaci come l'astinenza e la fedeltà, che godono di poco sostegno nei discorsi occidentali dominanti, ma sono sostenuti da una solida ricerca scientifica e sono sempre più inclusi, e perfino favoriti, nelle strategie nazionali contro l'Aids in Africa.
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