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Il muro di Berlino nei ricordi di un giornalista PDF Stampa E-mail
Scritto da Luigi Dal Lago   
giovedì 05 novembre 2009
«Dov’eri il giorno in cui è crollato il muro di Berlino?». Ho guardato la mia agenda di quell’anno e non vi ho trovato nessuna annotazione. Era un giovedì, quindi vuol dire che ho lavorato normalmente, nel mio ufficio al Messaggero di Padova, come tanti avranno fatto in quei momenti. Ma quella sera tutti si sono accorti, guardando la tv, che stava accadendo qualcosa di incredibile, destinato a cambiare il corso della storia. Finiva la guerra fredda, cominciava un’era nuova, l’impero comunista “implodeva”, crollava su se stesso. Ricordo l’emozione nel vedere la folla che pacificamente faceva ressa per passare dall’altra parte dopo tanti anni di separazione.
Prima della costruzione del muro (13 agosto 1961), quasi mezzo milione di persone oltrepassava ogni giorno il confine tra le due Germanie. Berlino era la porta aperta tra Est e Ovest, tra mondo comunista e mondo occidentale. Da questa parte, una città sfavillante di luci e piena di negozi lussuosi; dall’altra, una città grigia, povera, ma ordinata, dove le ferite della guerra erano ancora ben visibili.

Per frenare l’emorragia, la fuga dei cittadini, soprattutto dei giovani, le autorità comuniste decisero allora di costruire in fretta una muraglia lunga 41 km. all’interno dell’antica capitale, tagliando in due strade e abitazioni. Il muro divenne così il mostro orrendo che incarnava la divisione post bellica: una “cortina di ferro” ben visibile, uno stacco netto tra due mondi, che apparivano inconciliabili. La frontiera era protetta con feroce determinazione: chi tentava di fuggire rischiava la morte, perché le guardie avevano l’ordine di sparare a vista, e almeno 150 persone hanno perso la vita per amore della libertà.

Drüben (= di là), come si diceva in Germania Ovest, per non nominare neppure il territorio della Ddr, c’erano pure dei tedeschi, dei fratelli, dei parenti, ma pochi speravano di poter vedere la riunificazione del proprio Paese.
Nella città di Paderborn, dove ho vissuto per circa tre anni, dal 1979 al 1982, si sentiva acutamente il dolore della separazione: una parte della diocesi (Magdeburgo) era infatti situata nella Ddr e per i sacerdoti era molto difficile ottenere il permesso di uscire. Ho incontrato qualche anziano parroco, che dal 1948 non era più tornato nella città dei suoi studi, dove era stato consacrato e aveva gli amici della gioventù. Solo dopo aver compiuto sessant’anni, le persone potevano “emigrare” dall’Est all’Ovest: cinicamente il governo comunista si liberava così dei vecchi e dei pensionati, cui avrebbe dovuto provvedere il sistema previdenziale dell’Ovest.

Dunque la riunificazione sembrava un sogno impossibile, una speranza utopica, che invece si realizza improvvisamente nel giro di pochi mesi. I governi di Ungheria e Cecoslovacchia, cui si aggiunse poi la Polonia, durante l’estate 1989, avevano concesso ai tedeschi orientali il passaggio verso l’Austria: così, in pochi giorni, centinaia di persone scappano dalla Ddr, con il pretesto di andare in vacanza nei Paesi del blocco sovietico. Le ambasciate occidentali diventano il luogo dove si concentrano e trovano rifugio quanti vogliono espatriare. In ottobre il governo della Ddr si trova costretto a concedere i necessari documenti, dei passaporti provvisori, alla massa crescente di coloro che volevano uscire dal “carcere” in cui si sentivano rinchiusi. Da parte sua, il governo russo con Gorbacev aveva dichiarato di non volersi più intromettere sulle faccende interne dei Paesi aderenti al Patto di Varsavia.

Così si giunse alla fatidica sera del 9 novembre 1989: bastò una frase del portavoce Günther Schabowski, che forse non si rendeva nemmeno conto di cosa stesse dicendo. Annunciò che “da subito” le autorità concedevano il visto per andare all’estero, senza bisogno delle condizioni fino ad allora necessarie (e rigidamente restrittive), e che ciò valeva anche per Berlino. Erano le 18.53, annotano i cronisti: subito dopo, alle 19.04, la notizia venne diffusa dall’agenzia di stampa Adn e dal telegiornale delle 20, e fece il giro del mondo. Alle 20.30 i primi cittadini della Ddr si affollarono per passare il confine alla Bornholmer Strasse. A mezzanotte e due minuti tutti i varchi della città erano aperti al libero transito delle persone.

A voler essere precisi, in quel giorno non è crollato il muro: semplicemente, dopo ventotto anni di separazione forzata, è stato nuovamente aperto il varco alla frontiera e i berlinesi poterono attraversare la zona proibita e incontrarsi liberamente.
La distruzione fisica del muro cominciò subito dopo, dapprima spontaneamente, poi con metodo sistematico che continuò per alcuni mesi, fino alla sua totale cancellazione. Ci volle quasi un anno per arrivare al 3 ottobre 1990, quando fu ufficialmente istituita la festa nazionale dell’unità tedesca.

Oggi del muro rimangono poche tracce, alcuni tratti, il più lungo e famoso dei quali è costituito dalla cosiddetta East Side Gallery, istoriata e dipinta dai più stravaganti graffiti, quasi un inno alla fantasia e alla libertà ritrovata.
I tedeschi, si sa, quando fanno un cosa vanno fino in fondo (sono gründlich, come dicono di se stessi): se la Ddr era stata il Paese dove il comunismo è stato applicato con la massima rigorosità, in modo radicale e coerente, così oggi, solo qualche striscia sul selciato ricorda dove prima passava il muro.

Con una sorta di “rammendo invisibile” si è cercato di ricucire le due città separate, perché siano veramente una sola e indivisa capitale, cancellando le zone morte, la “terra di nessuno”, i segni di un passato che nessuno vuole più ricordare. Tuttavia, a sentire la gente, c’è ancora una specie di muro invisibile, spirituale, che divide i berlinesi dell’Ovest da quelli dell’Est. I primi sono percepiti come arroganti e superbi, i secondi vengono accusati di essere pigri, passivi, di aspettarsi tutto dallo Stato e dalle Istituzioni. È vero che nella Ddr la casa e il lavoro erano assicurati per tutti e il costo della vita era inferiore; è vero che la libertà capitalistica è spesso una lotta, dove il più forte schiaccia il debole. Sono questi i problemi che la scomparsa del muro non ha risolto, come non sono risolti nel resto del mondo.

Coniugare libertà e giustizia, solidarietà e iniziativa imprenditoriale, profitti e distribuzione della ricchezza, lottare contro ogni forma di emarginazione: sono questi gli impegni che ogni uomo di buona volontà non può esimersi dal fare propri. In Germania, come in Italia.
 
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