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Vita di Giovanni Maria Vianney - cap. 12 |
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Scritto da Alfred Monnin
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giovedì 05 novembre 2009 |
Come il Vianney fu rivestito del carattere sacerdotale, il Curato
d’Ecully si recò all’arcivescovado per averlo come vicario, e subito
l’ottenne dall’abate Courbon, che allora amministrava la diocesi. Il
suo arrivo fu giorno di festa per il presbiterio e per tutta la
parrocchia d’Ecully. Ben presto egli venne a conquistare presso tutte
le classi della società quella stima e quella considerazione che più
d’ogni altra cosa tornano ad onore di un prete. Primo a concedergli
piena confidenza fu il suo maestro stesso.
Alla vigilia delle maggiori festività il nostro Santo passava il giorno e parte della notte nel confessionale, ed appena gli rimaneva il tempo di salire all’altare, di recitare il suo breviario e di prendere in fretta la sua unica e modesta refezione. Egli non aveva due pesi e due misure. La perfezione che predicava agli altri, era la regola della sua condotta. I sacrifici che chiedeva, li compiva egli per primo: quanto era severo con se stesso, altrettanto era dolce col prossimo. Affabile, servizievole, grazioso verso tutti, aveva singolare tenerezza per i poveri e per i piccoli.
Ad Ecully si conserva ancora il ricordo della sua inesauribile carità, e noi non ne citeremo, tra gli altri, che un solo episodio. Da lungo tempo egli portava la stessa veste talare, e ben lo dicevano i guasti causati dal tempo e dall’uso. Avvisato più volte di come egli dovesse alla sua dignità e all’onore del suo ministero un vestire più decente, rispondeva: «Ci penserò...» e intanto il piccolo stipendio di vice-parroco continuava a dileguarsi in elemosine ed in generosità d’ogni maniera.
Un giorno però, preso alle strette più del solito, si era deciso a porre nelle mani della moglie del sacrestano la somma necessaria per acquistare una talare. Ma poche ore dopo ricevette la visita di una signora, cui la durezza dei tempi, ed una beneficenza che sempre donava senza contare, avevano ridotta alla più dolorosa povertà. Il buon vicario non seppe resistere, ed uscito dal colloquio non pensò che a soccorrere quella nobile sfortunata (...).
Lo si trovava sempre pronto a sacrificarsi per la salute del gregge. I malati, al minimo cenno, lo vedevano accorrere al loro capezzale, ingegnoso nel consolarli, paziente ad ascoltarli, assiduo nel visitarli. Ma la virtù che in lui superava tutte le altre, era la penitenza; egli poté esercitarvisi sotto gli auspici d’un curato, che aveva custodito in mezzo al secolo le abitudini del chiostro.
Ci fu un accordo tra il curato ed il vicario che ogni giorno ad un’ora fissa e invariabile si sarebbe detto l’ufficio in comune; che non si sarebbe dormito mai fuori di parrocchia; che ogni mese avrebbero fissato un giorno di raccoglimento; che ogni anno avrebbero fatto insieme gli esercizi spirituali. La virtù, le qualità, la santità dell’antico suo maestro erano frequente oggetto di conversazione da parte del Santo Curato d’Ars. Quando egli voleva edificare i presenti, il nome dell’abate Balley gli veniva subito sulle labbra, e nel medesimo tempo gli si riempivano gli occhi di lacrime.
Aveva sempre qualche commovente racconto al riguardo. «Avrei finito, diceva egli, col divenire un tantino buono anche io, se avessi avuto la bella sorte di vivere sempre col venerando Balley. Per sentirsi spronati ad amare il buon Dio, bastava udirlo dire: Mio Dio, vi amo con tutto il mio cuore!... — e lo ripeteva ad ogni momento del giorno, quando era solo, e la sera, nella sua camera, non cessava di ridirlo finché non si fosse addormentato» (...).
Il Santo Curato e il suo maestro vivevano di nulla: è inconcepibile una tale sobrietà. Quando avevano iniziato qualcosa, come la carne di bue o le patate, ve n’era sempre per più settimane. Poteva dirsi di loro la stessa cosa che si disse di San Benedetto e del suo compagno San Romano: che vivevano insieme non dello stesso pasto, ma dello steso digiuno (...).
Ma già l’abate Balley aveva colma la misura dei meriti e degli anni. Il corpo gli si era logorato prima del tempo per le fatiche, per le veglie, per le macerazioni, per le sofferenze morali che aveva sopportato al tempo del Terrore. Il vecchio servo di Gesù Cristo aspettava, con un sentimento di gioia serena e confidente, che suonasse l’ora in cui fosse giunto il suo Padrone a regolare i conti con lui ed a pagargli la sua mercede. In breve quello stato di debolezza e di prostrazione, a cui lo avevano ridotto l’età e le privazioni, s’aggravò per un’ulcera ad una gamba, che lo costrinse a letto dal febbraio al giugno 1817. I primi freddi ne aggravarono l’infermità (...).
L’abate Vianney ascoltò la confessione del suo vecchio maestro, e gli amministrò il santo Viatico. La scena fu commovente (...). Alcuni momenti dopo gli occhi di lui si chiusero alla luce di questa vita per aprirsi a quella della beatitudine eterna. «Egli morì, diceva il Curato d’Ars, da quel santo che era. La sua bell’anima volò tra gli angeli a rendere più giocondo il paradiso» (...).
Profondamente afflitti dalla perdita e dalla difficoltà di trovare un degno successore ad uomo di così gran merito, gli abitanti di Ecully posero unanimemente gli occhi sul vicario che il santo curato aveva formato a sua immagine, e che lo faceva rivivere in tutto lo splendore della sua santità. Ma nessuna preghiera potè vincerne la modesta resistenza. Egli si credeva inetto a coprire un posto così importante. Due mesi dopo, l’abate Vianney veniva nominato curato d’Ars. Nell’investirlo di quella parrocchia l’abate Courbon gli disse: «Andate, amico mio, non v’è molto amor di Dio in quella parrocchia, ma voi ce ne metterete» (...).
Il testo è tratto dal volume “Il Curato d’Ars” di Alfred Monnin, edito dal Centro missionario francescano e da Leardini editore (pagg. 288 – euro 17,00); per ordinazioni:
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