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Intervista a don Mario Del Ben |
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Scritto da Tiziana Melloni
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giovedì 22 ottobre 2009 |
A don Mario Del Ben, direttore del Centro missionario diocesano e
vicario pastorale, abbiamo chiesto alcune riflessioni sul particolare
carisma del sacerdote in missione.
Il mondo missionario è molto cambiato nell’ultimo secolo. Ai religiosi
di quelle congregazioni che hanno un preciso carisma missionario si
sono aggiunti i sacerdoti “fidei donum” ed i laici. Quali sono le
specificità del sacerdote in missione, oggi?
Occorre fare una premessa. Già all’inizio del XX secolo vi fu una
ripresa da parte della Chiesa di un orientamento alla missione
universale, ripreso con vigore dal Concilio Vaticano II.
La missione è un impegno specifico di tutta la comunità cristiana, affinché si realizzi il mandato evangelico di “annunciare il messaggio di salvezza a tutti gli uomini”. Tutti coloro che vanno in missione, sacerdoti e laici, realizzano la salvezza delle anime. Si tratta di un mandato universale che va declinato a seconda delle condizioni di quell’umanità che è nel bisogno di ricevere il dono dell’amore di Dio.
In questa visione generale, il sacerdote ha degli ambiti precisi? Lo specifico è: farsi annunciatori del mistero di salvezza attraverso la Parola e i Sacramenti, quali strumenti di evangelizzazione. Unita a questi dev’esserci la testimonianza della carità e dell’amore. La carità si può manifestare in vari modi a seconda delle condizioni di vita, che possono essere caratterizzate da povertà materiale e da mancanza di mezzi di sopravvivenza, come pure da estrema aridità spirituale, in quei luoghi dove invece il benessere materiale è diffuso. La specificità poi si suddivide in due filoni diversi: l’appartenenza ad una congregazione missionaria o l’essere sacerdote “fidei donum”.
Parliamo di quest’ultimo gruppo, forse meno noto e più assimilabile alla figura di sacerdote più vicina all’esperienza delle nostre parrocchie? Pio XII, con l’Enciclica del 1957 “Fidei donum”, invitò le diocesi ad inviare in missione quei sacerdoti che manifestassero la vocazione a farsi carico della diffusione della fede in luoghi lontani. Tale proposito nasceva da diverse esigenze: anzitutto per invitare le comunità cristiane a non limitarsi a svolgere i loro compiti ristrette nei propri confini — parola che nel linguaggio cristiano non esiste — ma a vivere pienamente la missione universale.
Dimensione universale della Chiesa che venne poi ampiamente ripresa dal Concilio. In secondo luogo l’urgenza di inviare sacerdoti, specialmente in Africa, per illuminare con il Vangelo delle comunità dove non c’era chi annunciasse a sufficienza il messaggio cristiano; carenze che non sono ancora del tutto colmate. Il carisma specifico del sacerdote “fidei donum” è quello di portare alle comunità sorelle l’esperienza della diocesi, come luogo di sviluppo e riconoscimento dei carismi particolari, al ministero, alla catechesi, alla carità.
Qui si inserisce anche la presenza dei laici. I laici, come anche le congregazioni religiose, sono fondamentali per condividere l’impegno missionario. La cooperazione allo sviluppo è un carisma specifico, in cui nel tempo moltissimi laici sono andati sempre di più ad impegnarsi, in spirito di comunione con la comunità locale, con il vescovo e con i missionari.
Quali sono i cambiamenti più importanti che sono avvenuti nel modo di essere missionari a partire dalla “Fidei donum”? Se all’inizio si cercava di ricreare nelle terre di missione più o meno lo stesso schema della diocesi di origine, oggi siamo lontani da questa mentalità in qualche modo influenzata da una visione colonialistica. Chi va in missione si prepara con attenzione per conoscere a fondo il contesto culturale e sociale in cui andrà a svolgere il suo ministero. Sono sorte scuole importanti, anche in ambito Triveneto, proprio per questo scopo. Ci si prepara soprattutto a dialogare, a interagire in modo costruttivo con le persone che si incontrano, pronti a rinunciare alle certezze e a cambiare la propria mentalità.
Inoltre l’orientamento è quello di preparare la strada al clero locale, spostandosi poi eventualmente dove ci sarà bisogno di aiuto. È quello che è stato fatto dalla nostra diocesi in Kenya, trasferendosi da Ngovio ad Iriamurai. Trovo molto profetico il fatto che tale missionarietà è stata fatta propria dalle diocesi locali. La diocesi di Embu, ad esempio, ha inviato due suoi sacerdoti in un villaggio di confine, appartenente alla diocesi di Isiolo, in cui ci sono forti difficoltà legate alla siccità e alla presenza della guerriglia.
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