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Intervista a don Christian Medos |
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Scritto da Andrea Dessardo
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giovedì 08 ottobre 2009 |
Don Christian Medos, triestino, nato nel 1978, è stato ordinato
sacerdote nel 2004. Oggi è responsabile della comunità vocazionale di
Trieste. La comunità vocazionale non è una novità: già 11 anni fa il
vescovo l’aveva voluta per rispondere ai cambiamenti culturali, che
hanno provocato una crescente difficoltà nel compiere scelte
impegnative e stabili per la vita. La comunità vuol essere
un’opportunità per tutti i giovani che vogliono mettersi in ascolto di
Dio per operare una scelta consapevole.
Cosa significa per lei essere sacerdote?
Significa innanzitutto essere cristiano e vivere in pienezza il dono del Battesimo, secondo lo specifico progetto di Dio.
Si tratta in realtà di prendere coscienza di ciò che già si è: «Sei, dunque diventa!». È attraverso esempi luminosi che si scopre quanto è già dentro di noi; io porto il ricordo bellissimo di un grande padre sacramentino, che si vedeva che non avrebbe potuto fare, in vita sua, altro che il prete.
Quali sono oggi le maggiori difficoltà nell’intraprendere la strada del sacerdozio? La difficoltà più grossa è che è venuta meno, nella cultura di oggi, la ricerca del senso: si fanno le cose senza sapere perché. Si vive in maniera frettolosa e la velocità disgrega l’unità della persona, al punto che essa non ha piena coscienza di sé e fatica a individuare la propria identità profonda. Questo è un ostacolo al maturare di qualsiasi tipo di vocazione.
C’è stato inoltre uno sbilanciamento in avanti dell’età in cui i giovani prendono le decisioni importanti: lo stesso mondo del lavoro, con l’insicurezza dei contratti a termine, non dà certezze sul futuro. Quanto poi allo specifico delle vocazioni di speciale consacrazione, bisogna dire che lo status della vita religiosa nella società è molto cambiato; da esempio di virtù, oggi è spesso ritenuta uno spreco, purtroppo anche tra molti cristiani. Non di rado accade che le stesse famiglie dei seminaristi o di giovani in ricerca, pur se praticanti, non accettano le decisioni dei figli.
Com’è cambiato il modo di accompagnare i giovani nel discernimento vocazionale? Essendo i numeri piuttosto esigui, c’è di positivo che è possibile dedicare molta più attenzione ai singoli. Ma, d’altro canto, vi è il continuo rischio che la fede ed il travaglio spirituale della persona in ricerca siano vissuti in senso individualistico, senza l’accompagnamento di una comunità. Spesso chi bussa al Centro per le Vocazioni non ha alle spalle una vita in comunità: è un segnale da non sottovalutare, perché può voler dire che mancano di fascino, o che non sono capaci di far maturare le vocazioni. Il sacerdote, infatti, prima di essere per la comunità, a suo servizio, dev’essere nella comunità, al suo interno.
Coi giovani che si mettono in ricerca, cerchiamo di evitare il devozionismo, puntando sull’iniziazione alla preghiera e sulla centralità della Parola di Dio, attraverso un’esperienza forte come quella della comunità vocazionale e della vita in parrocchia. C’è poi il confronto costante con una guida, con la quale non si parla solo della propria vita spirituale. Il sacerdozio è infatti una vocazione di umanità e va fatta luce su tutti gli aspetti della persona: sociale, culturale, affettivo, psicologico.
Com’è cambiata la percezione del sacerdote da parte della comunità? Si è passati da una concezione della Chiesa in cui era centrale la figura del presbitero, cui si dovevano rispetto e riverenza e cui non si poteva mai dire di no, ad una Chiesa che dialoga, entro la quale si dovrebbe (e sottolineo il condizionale) riscoprire la centralità del laico, la comune vocazione della vita battesimale. Il Concilio Vaticano II ha rimesso in mano ai laici una Chiesa diversa, ma non so quanto essi ne siano consapevoli, quanto a fondo vivano questa responsabilità o quanto abbiano rinunciato al loro protagonismo; mi domando anche quanto tutto questo sia chiaro ai presbiteri, come si viva la collegialità nelle parrocchie, che attuazione trovino gli organismi di partecipazione e tutti i documenti che li prevedono.
Mi pare tuttavia che nei giovani ci sia una buona consapevolezza. Vi è una Chiesa a due tempi: quella locale, parrocchiale, che s’accorge delle distanze e s’adopera per colmarle, ed una Chiesa centrale dove forse, dovendo tener presente una realtà globale estremamente variegata, si cercano dei compromessi non sempre facili da attuare. Ai laici chiedo però di non giudicare il sacerdote da quello che fa; non si confrontino con un ruolo, ma con la persona.
Qual è il cuore del ministero sacerdotale? Come dovrebbe essere essenzialmente il sacerdote? Dev’essere prima di tutto un uomo vero, un “esperto in umanità”, come dicono i padri del deserto. E ciò significa anche, nell’ottica dell’Incarnazione, conoscere fino in fondo il Signore. Egli non è chiamato a fare qualcosa, ma deve restituire il primato alla relazione: con Dio, nella preghiera; con la comunità, della quale è a servizio e non padrone, in ascolto sia dei bisogni che delle risorse, che deve sapere armonizzare, come in una sinfonia di lode; e relazione col vescovo ed i confratelli. Il sacerdote non dovrebbe mai vivere, pensare, fare nulla individualmente: tutto dovrebbe essere espressione della collegialità col suo vescovo.
È felice d’essere sacerdote? Perchè? Sì, molto. Non per il ruolo, che comunque oggi è assai ridimensionato, quanto per la speciale vicinanza che mi è data al Signore. È uno speciale dono di grazia quello per cui il Signore si serve di me e sparge misericordia nel cuore di tante persone e dona Se stesso nell’Eucaristia. Sono contento perché nell’esser prete ho scoperto che non ho perso nulla del mio essere uomo. Vivo l’anno sacerdotale in corso con la tensione non solo a riflettere sul sacerdozio ministeriale, ma su quello comune a tutti i fedeli. I diversi carismi formano tutti assieme il corpo di Cristo.
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