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Intervista a mons. Franco Tanasco |
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Scritto da Manuela Giancristoforo
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giovedì 08 ottobre 2009 |
Mons. Franco Tanasco ha 78 anni ed è prete da 55. È entrato in
Seminario a Roma dopo il liceo. Rientrato a Trieste nel 1955, il
vescovo gli assegna il ruolo di Vice rettore del Seminario e in seguito
di direttore spirituale, cariche che lo impegnano totalmente. Dopo 15
anni diventa parroco e si rende conto che quella è la vera vita del
sacerdote: «Il contatto pastorale è il vero cuore del nostro
ministero», racconta.
Per lei, dunque, essere sacerdote significa essere al servizio dei fratelli sul piano pastorale e spirituale?
Sì, esatto. Ben presto mi sono detto: tutti i superiori dei Seminari
dovrebbero vivere una vita pastorale a tempo pieno in parrocchia per
capire qual è il vero ministero del sacerdote.
Dopo altri 13 anni di vita da parroco, mons. Bellomi mi chiese il sacrificio di tornare in Seminario. Io accettai, ma con una piccola richiesta, cioè di rimanere agganciato a una parrocchia, per continuare il normale ministero pastorale. Di 55 anni di vita consacrata, 30 anni li ho “dati” al Seminario.
Quali sono oggi le difficoltà nell’intraprendere la strada del sacerdozio? Le difficoltà sono legate a una povertà di pastorale vocazionale. Intendo non la proposta del sacerdozio, ma un’impostazione vocazionale di vita, un orientamento. Dopo cinque anni di riflessione in diocesi sui temi della famiglia e dei giovani, il Consiglio pastorale diocesano propone ora di affrontare questo tema della vocazione, partendo da una visione generale di vita cristiana in chiave vocazionale. Ho apprezzato molto l’inciso dell’arcivescovo nella sua prima omelia sui giovani e sul senso da dare alla loro vita.
Il problema delle scelte oggi è particolarmente faticoso. Cosa ne pensa del discernimento vocazionale in genere? Sicuramente la vita del Seminario e una consuetudine stabile di vita in una comunità sono gli elementi formativi e allo stesso tempo un elemento per la valutazione della persona. I giovani si rendono conto se questa vita fa per loro o meno. Nel 1983 ero rettore del Seminario e abbiamo chiesto la collaborazione di una consulenza psicologica, per cui per tutti c’era una valutazione di carattere umano-antropologico per vedere se c’erano le premesse per la scelta di una vita così impegnativa.
Poi durante gli anni di teologia, in genere, i giovani sono affidati per un certo tempo a qualche parrocchia per un servizio pastorale che diventa occasione per ulteriori elementi di valutazione. C’è da dire, inoltre, che la maggior parte dei seminaristi proviene da una realtà di associazionismo religioso, che certamente ha aiutato una certa maturazione.
Com’è cambiato il modo di accompagnare i giovani alla scelta definitiva durante il periodo di formazione in Seminario? Il contesto di vita è sicuramente molto più aperto rispetto al passato: ci sono le vacanze, il rientro in famiglia nei fine settimana, il contatto con ambienti giovanili, maschili e femminili. Una volta, per esempio, le vacanze a casa erano solo un paio di settimane all’anno. Amo sottolineare, comunque, che la porta del Seminario è sempre aperta per entrare, ma nel caso uno non si senta al posto giusto, è aperta anche per uscire...
Tutti possono incontrare momenti di difficoltà, incertezza, dubbio, ma la collaborazione del rettore e del padre spirituale sono d’aiuto. I giovani oggi spesso sono molto incerti per motivi ambientali particolari, ma la stessa crisi la sta vivendo anche la scelta del matrimonio.
Com’è cambiata la percezione del sacerdote da parte della comunità cristiana? È cambiata parecchio. Dipende da un diverso rapporto nelle comunità ecclesiali tra laici e sacerdoti. I preti hanno dovuto cambiare il loro modo di gestire le parrocchie, riconoscendo la corresponsabilità dei laici. Questo dialogo pastorale si dovrebbe rispecchiare nei consigli pastorali parrocchiali.
Ci si può domandare com’è impostato il Consiglio pastorale: è semplicemente un elenco di cose da fare o è un riflettere assieme, accogliendo suggerimenti e consigli, per decidere assieme? Dal punto di vista spirituale, si ricorre dal prete per affrontare problemi puramente umani, ma forse non c’è una sufficiente valorizzazione del sacerdote per il cammino di vita spirituale e del sacramento della penitenza.
Lei è felice di essere prete, perché? Ringrazio il Signore per avermi scelto e sono felice del servizio che ho offerto alla Chiesa. Sostanzialmente mi sono messo a servizio in obbedienza al vescovo. Ringrazio il Signore perché mi ha dato una costituzione che tende alla serenità e all’ottimismo, con una capacità di adattarmi alle diverse situazioni. Mi rendo conto che posso avere ancora qualcosa da fare nella vita pastorale. Che cosa dovrebbe essere secondo lei il sacerdote? Qual è il cuore del suo ministero? Il cuore del ministero sono la fede, la speranza e la carità, che dovrebbero sempre animare al meglio ogni sacerdote nel suo essere nel mondo.
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