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I giornalisti e le notizie |
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Scritto da Fabiana Martini
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giovedì 17 settembre 2009 |
Ogni giorno nelle redazioni si cucinano le notizie e ogni giorno la
gente legge i giornali, guarda la tv, ascolta la radio o naviga su
internet per sapere cos’è accaduto o per seguire l’evolversi di una
determinata vicenda. Noi giornalisti sappiamo bene che non tutti i
fatti rappresentano delle notizie e sappiamo anche che molto del peso
delle notizie stesse dipende dal modo in cui sono state riferite, dalla
collocazione che abbiamo loro dato, dai titoli attribuiti e dai
richiami fatti.
Come pure sappiamo che il nostro lavoro contribuisce
nel bene e nel male a dare ai fatti una sorta di imprimatur ontologico,
nel senso che i fatti non registrati non esistono, perché — come
scriveva Tiziano Terzani — «la storia esiste solo se qualcuno la
racconta»: si rivela dunque particolarmente importante la selezione
delle notizie da mettere in pagina e lo spazio che viene loro
assegnato.
C’è poi l’antica questione relativa ai compiti del
giornalismo e del giornalista: limitarsi a informare o preoccuparsi
anche di vendere copie o di alzare la quota degli ascoltatori? Esiste
solo il diritto di cronaca o anche una responsabilità del giornalista,
che spesso nel dare certe notizie finisce col tradire i più elementari
principi deontologici come il rispetto della persona o l’attinenza ai
fatti?
E che ne è stato della precisione e dell’imparzialità, quelle che gli anglosassoni chiamano accuracy e fairness e che sono alla base del loro modo di fare giornalismo ma non altrettanto del nostro? Per tacere della completezza dell’informazione.
Questa lunga premessa per spiegare lo sconcerto e l’amarezza provati martedì mattina nel leggere sulle sensazionalistiche locandine del Piccolo che il vescovo era indagato per disastro colposo per il crollo di Monte Grisa, fatto certamente non nuovo del quale si è in lungo e in largo parlato con dovizia di particolari anche su queste colonne. Si badi bene: non perché la notizia non andasse data o perché il vescovo abbia diritto a un trattamento speciale, ma perché le forme e i toni scelti sono risultati del tutto sproporzionati rispetto al fatto in sé.
Lo sconcerto poi è aumentato quando abbiamo letto i servizi all’interno del quotidiano, dove, pur dedicando all’argomento un’intera pagina, non si è ritenuto di spiegare ai lettori i termini dell’imputazione, ovvero cosa significa disastro colposo. Nel parlare comune, infatti, leggendo di “disastro colposo”, s’intende generalmente che un fatto gravissimo è avvenuto per colpa del vescovo; non s’intende, invece, come è secondo l’ipotesi investigativa, che monsignor Ravignani potrebbe dover rispondere della caduta di lastre di pietra dalla copertura del Tempio, che peraltro non ha provocato danno a nessuno, solo perché dello stesso Tempio è il legale rappresentante.
Di precisione e completezza dell’informazione, dunque, nessuna traccia, mentre insistente appare la preoccupazione di sottolineare e contrapporre l’apporto dei finanziamenti pubblici e la tiepidezza dei fedeli, la cui colletta, in ogni caso non insignificante, sarebbe durata «il tempo dell’emozione». Forse perché la Diocesi, nonostante le difficoltà, ha preferito indirizzare la generosità dei fedeli verso le necessità della missione di Iriamurai in Kenya o più recentemente dei terremotati dell’Abruzzo.
Quegli stessi fedeli che martedì sono rimasti sorpresi e interdetti non per la notizia dell’avviso di garanzia, ma per il modo in cui si è scelto di raccontarla: molte persone — in primis l’arcivescovo mons. Giampaolo Crepaldi, successore designato, e altre autorità, che hanno telefonato a mons. Ravignani per esprimergli solidarietà e affettuosa vicinanza — si sono strette attorno al vescovo e non pochi hanno cercato di capire il senso di una simile operazione: screditare, ma in questo caso perché, o semplicemente vendere qualche copia in più? Un noto comico televisivo risponderebbe: la seconda che hai detto.
Bisogna però fare attenzione, perché la credibilità e l’autorevolezza di chi fa informazione non vanno necessariamente a braccetto con l’incasso in edicola e neanche in questo lavoro si può prescindere dall’etica. Almeno secondo noi.
In attesa che la giustizia faccia il suo corso e sperando che nel frattempo ci si dedichi a notizie più utili e interessanti, magari quelle di cui non parla mai nessuno, perché non solo non sono appetibili, ma finiscono anche per scuoterci la coscienza, anche da queste colonne un abbraccio affettuoso e riconoscente a mons. Ravignani
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 25 settembre 2009 )
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