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Le dolcezze che la divina Bontà spargeva sul suo esilio non facevano
affatto dimenticare al giovane Vianney quell’avvenire che di buon’ora
gli si era rivelato nel fondo dell’anima. Egli sospirava giorni
migliori: li chiedeva a Dio nelle sue preghiere, aspettava
impazientemente che le circostanze si facessero più propizie e gli
permettessero di rivedere i campi e la casa paterna, il campanile di
Ecully, e riprendere accanto al suo rispettabile maestro il corso
interrotto degli studi. Nel frattempo la vedova Fayot ebbe bisogno di
fare la cura delle acque di Charbonière. «Andrò nel vostro paese, disse
al suo ospite, vedrò i vostri genitori, e dirò loro che siete in casa
mia, senza aggiungere di dove io sia». Ella partì, arrivò a Dardilly,
si presentò ai Vianney e diede loro notizie del figlio.
È facile indovinare con quanta gioia furono ricevute... Il loro figlio viveva, era in posto sicuro, non mancava di nulla. Nel luogo del suo ritiro, come a Dardilly, tutti l’amavano, lo stimavano, facevano a gara per aiutarlo con il denaro, e a proteggerlo anche correndo pericoli. A quel racconto la povera madre si rianimava. Il suo cuore si effondeva in riconoscenza verso Dio e verso colei che aveva fatto da madre a suo figlio. Matteo Vianney non era di carattere da intenerirsi; egli lo amava ugualmente, ma non lo dava a conoscere. «Poiché ora Giovanni Maria sta bene, disse egli, deve raggiungere il suo reggimento. Ogni giorno sono minacciato della perdita dei miei beni, se non rivelo il luogo del suo nascondiglio; non voglio essere vittima di un atto ribelle che tutti ci mette in angustia per le pene che mi provoca».
«Vostro figlio, rispose la vedova, non partirà mai: sono io che ve lo dico... Egli vale molto più di tutti i vostri poderi, e nel caso che scoprissero il luogo del suo rifugio, gliene troverò un altro, ed ogni abitante del Comune farebbe altrettanto». Ma se Claudia Fayot giudicò opportuno di dover usare reticenze col padre, non lo fece con la madre del suo protetto. Le narrò dunque tutto e le offrì inoltre il modo di potere da allora in avanti tenere una corrispondenza con suo figlio. La vedova Bibot, di Ecully, donna sicurissima, fu la messaggera clandestina. Trascorsero alcuni mesi e giunse la leva del 1810. Francesco Vianney, detto il Minore, per distinguerlo dal primogenito che portava lo stesso nome, estrasse un numero alto; ma siccome tutti partivano in quel tempo, gli fu consigliato di prevenire la chiamata della riserva, affinchè la sua partenza spontanea liberasse la casa paterna dalla sorveglianza in cui era tenuta e dai rigori della polizia.
Egli acconsentì, a patto che gli si facesse un anticipo di tremila franchi presi sulla porzione di eredità che sarebbe toccata a Giovanni Maria nei beni patrimoniali. E qui ebbe luogo una cosa singolare, su cui spesso il Curato d’Ars richiamò la nostra ammirazione! Quel capitano Blanchard, fino allora così accanito, si diede da fare egli stesso a far accettare questa maniera di sostituzione ed ottenere la cancellazione del nome di Giovanni Maria Vianney dai quadri dell’esercito e a far levare il suo bando. Quando si seppe alle Noes del cambiamento avvenuto nella posizione di Giovanni Maria, la commozione fu generale; era gioia mista a tristezza. Si fecero collette per sovvenire alle spese del suo ritorno: era una gara a chi gli offrisse più denaro, biancheria e vestiti, tanto che egli ebbe in breve un corredo completo. Si chiamò un sarto da Roanne, per cucirgli una veste talare; si volle vederlo rivestito prima della sua partenza. La sua benefattrice gli donò i suoi tovaglioli da sposa ancora nuovi.
Un’altra donna caritatevole lo forzò ad accettare tutto il denaro che possedeva, ed opponendosi egli fermamente, gli diceva: «Siate tranquillo, io sono ancora ricca, ho la mia fortuna nella stalla». La povera donna aveva un maiale da vendere, e questo ella chiamava la sua fortuna! Così Giovanni Maria fu restituito ai suoi parenti dopo quattordici mesi di assenza. Esentato ormai dagli obblighi della legge, libero da ogni inquietudine, San Giovanni Maria trovò presso il suo maestro quella ferma e dolce direzione grazie alla quale tutte le sue buone disposizioni si sciolsero e si accrebbero. Guidato, incoraggiato dai consigli e più ancora dall’esempio di un uomo invecchiato nella pratica del bene, si confermò in quello spirito di umiltà, di abnegazione e di sacrificio, senza il quale è impossibile consacrarsi all’amore di Dio e del prossimo. Egli si educò a porre il suo cuore al di sopra delle cose della terra, innalzandosi a Dio sulle ali della semplicità e della purità.
Egli già praticava la penitenza, ma era convinto che di tutte le penitenze la migliore è quella di fare ogni giorno la volontà divina anziché la nostra, malgrado le nostre ripugnanze, le nostre noie e la nostra stanchezza. Voleva esser santo, voleva salvare le anime: per raggiungere questo scopo, di continuo presente al suo pensiero, utilizzava quell’ardore paziente che supplisce al talento e vale più che non la prontezza del genio, se non è il genio stesso. Comprendeva, come deve essere compresa, la missione del prete; e voleva, per quanto è possibile ad uomo, mostrarsi degno dei tanti e formidabili doveri del sacerdozio. In quel tempo egli perdeva la sua santa madre. Questa morte, se aprì una piaga profonda nel suo cuore, gli fece pure trovare una sovrana consolazione nell’amore della divina volontà. Il testo è tratto dal volume “Il Curato d’Ars” di Alfred Monnin, edito dal Centro missionario francescano e da Leardini editore (pagg. 288 - 17 euro); per ordinazioni:
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I guadagni di questo libro saranno impiegati per aiutare la missione francescana nello Zambia.
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