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Personalmente mi sono occupato a rotazione con altri volontari delle
visite alle tendopoli, tutto intorno
all’abitato di Bagno. Le tendopoli differiscono per dimensione e quantità di persone che ci
vivono, partendo da quella di Pianola che è riuscita ad ospitare nel
periodo successivo al sisma circa un migliaio di persone, fino a quelle
quasi familiari, composte da circa una decina di tende, come la piccola
tendopoli di Vallesindole. Le visite ai campi da parte dei volontari vengono effettuate circa tre
volte alla settimana. Il nostro compito è quello di avvicinare e
sostenere le persone più deboli ed anziane magari con una conversazione
o segnalando i casi che possano richiedere un intervento da parte della
Caritas o della Protezione Civile.
Inizialmente le persone sono un p’ diffidenti nei nostri confronti, ma con le giuste parole e soprattutto dimostrando comprensione ed interesse verso la loro esperienza quasi tutti si aprono e iniziano a raccontare. Le storie sono tante tutte ovviamente legate al tema della perdita delle abitazioni, anni di sacrifici che in una notte sono svaniti. A mio avviso la nostra figura è molto importante, perché a differenza degli psicologi o dei medici ci presentiamo con un aspetto umano e semplice come quello di un “amico”. Emblematico è stato il caso di un signore amante della pittura che disponeva ai lati della sua tenda tutte le sue opere, alcune rovinate dal terremoto. Ci fu segnalato per i suoi problemi psichici. Andammo a visitarlo e così parlammo di arte e di pittura contemporanea, di case e di ricostruzione per quasi due ore. Alla fine prima di salutarlo ci svelò che aveva avuto la visita di due psicologhe, ma con loro non aveva aperto bocca. La vita nel campo è difficile, innanzitutto perché le persone vivono tutto il giorno in un luogo che devono riconoscere come casa ed inoltre ci devono convivere con nuclei familiari e persone diversi tra loro. Uno dei problemi che in molti ci hanno segnalato è la perdita della propria intimità e la convivenza con persone di altra nazionalità. Molte persone, in gran parte quelli che hanno gli edifici leggermente danneggiati, sia per il caldo (nelle tende si raggiungono di giorno temperature vicine ai 40 gradi) sia per il disagio di vivere con altre persone, non restano di giorno al campo. Ritornano soltanto la sera per dormire, dicono che con le scosse quotidiane non si sentono sicuri di passare la notte in casa. In un’altra tenda una persona ci ha raccontato come il terremoto le ha tolto la capacità di concentrazione su qualsiasi cosa. Cita come esempio il giornale, dopo una decina di minuti di lettura non riesce più a mantenere la concentrazione. Parlando assieme alla gente della tendopoli emerge la grande preoccupazione del futuro, da quello più prossimo cioè dell’inverno fino ovviamente a quello della propria vita. La gente e soprattutto i giovani non si rassegna, infatti c’è la dimostrazione forte che molte persone vogliono ricominciare. Si formano dei comitati di cittadini per decidere come confrontarsi con la politica.Un paio di giorni fa si sono riuniti nella mensa del campo per decidere quale tipo di case edificare in luogo di quelle distrutte o semi distrutte (categoria F). C’è un dibattito tra chi sceglie le casette di legno previste per una durata limitata oppure chi sceglie le case “Berlusconi” moderni edifici in cemento armato antisismico. In ogni caso la scelta di creare un comitato è un segno positivo di una rinnovata coesione popolare dopo il terremoto. Dopo questa prima settimana di servizio passata nella tendopoli ci si rende davvero conto di quali siano le cose essenziali della vita. Una casa fatta di mattoni ed agibile, una chiesa che non sia una tenda e soprattutto non dover dormire con la paura che crolli tutto addosso. È veramente una grande lezione di vita.
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