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Intervista a Don Orazio Zecchin sul terremoto |
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Scritto da Corinna Opara
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giovedì 11 giugno 2009 |
Collaborazione, capacità di relazione e forza di volontà. Partendo
semplicemente da quanto già c’è, visto che di buoni esempi ce ne sono
già molti. Sono gli elementi fondamentali ai quali tutti — e nel senso
più esteso della parola — dovrebbero attenersi per cercare di rimettere
in piedi una quotidianità al momento interrotta e che, in ogni caso,
sembra difficile possa tornare esattamente uguale a quella di prima.
Don Orazio Zecchin, prete diocesano di Padova da poco rientrato in
Italia dopo trentasei anni di missione in Brasile, è il referente del
gruppo Caritas Triveneto per il mese di giugno 2009 nel Com4. Gli
abbiamo chiesto alcune impressioni sullo stato e le necessità della
realtà diocesana locale che finora ha potuto toccare con mano.
Quale la realtà locale dal punto di vista diocesano? La diocesi aquilana presenta una situazione un po’ particolare: secondo alcuni dati a noi riferiti, su 130 sacerdoti 10 vengono dall’Aquila e 20 da altre regioni d’Italia; gli altri 100 vengono dall’estero, in particolare America, Africa e Stati Uniti. Tra questi pure giovani sacerdoti che parallelamente all’attività parrocchiale stanno ultimando i propri studi. Il Coordinamento operativo misto 4 di Pianola, l’area affidata alla Caritas del Triveneto, conta 5 parrocchie con realtà completamente diverse l’una dall’altra e non sempre molto in contatto tra loro.
Quale, a suo parere, il compito della Caritas in questo caso? La sfida dovrebbe operare su due fronti: da una parte creando un’azione di contatto con i diversi parroci, per stimolare e incrementare i rapporti tra loro. In quanto Caritas, credo che tra i nostri doveri ci sia infatti anche quello di farci portavoce di una Chiesa capace di tessere relazioni. Dall’altra parte c’è la questione dell’appoggio e del supporto psicologico degli stessi parroci, ricordando che pure loro, in quanto uomini, hanno sofferto il terremoto. Per sostenere la popolazione, il parroco è il primo che deve sentirsi risolto. Uno di questi, ad esempio, non è riuscito a superare il trauma, ed è quindi stato costretto ad uscire dalla parrocchia. Altri invece hanno reagito mettendo in campo tutta la propria grinta, diventando, si può dire, le colonne portanti della propria comunità.
I mezzi di comunicazione sociale spesso evidenziano i danni materiali, ma in realtà dietro a questo disastro c’è un forte danno psicologico, quello dato dal totale sradicamento dalla propria vita. A tale choc ognuno risponde in modo diverso: c’è chi va avanti e chi non ce la fa, come due vecchietti che, sdraiatisi sulle brandine, si sono lasciati morire nella loro tenda.
Quale idea si è fatto del rapporto delle comunità locali con la fede? La fede è presente, ma ciò non implica che sia molo forte. Nelle frazioni che ho visitato ci sono molte espressioni di religiosità popolare, caratterizzata da riti, immagini e processioni. E proprio per questo avverto la necessità di approfondire in tali comunità il senso della fede che tonifica la vita.
C'è una pastorale giovanile? Non c’è una vera e propria pastorale giovanile, anche se in alcune parrocchie si sta lavorando anche su questo fronte. Ma manca qui così come manca, se mi si consente di dirlo, pure in alcune parrocchie del Triveneto. È un fattore che nell’area in cui stiamo operando dipende sia dalla scarsa e disomogenea presenza di giovani che dall'instabilità della figura dei sacerdoti; una figura che non sempre riesce ad identificarsi con la mentalità locale.
Quali possibili soluzioni? Il terremoto è stato devastante sia dal punto di vista materiale che sociale. Ora però questo male può essere letto anche come un’opportunità di rinnovamento. In questi giorni si sta parlando della modifica dei centri abitati e delle chiese locali. Potrebbe dunque essere l'occasione per ripensare a uno stile di Chiesa più attuale e meno legata al passato, con più vita e meno riti, instaurando nuovi e più intensi legami tra le comunità già esistenti.
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