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Prove di risveglio dopo il terremoto |
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Scritto da Corinna Opara
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giovedì 11 giugno 2009 |
Alle sei e mezza del mattino l’immagine è quella di una cittadina
addormentata. Nella periferia dell’Aquila i bar aperti sulla strada si
riempiono del personale della Protezione civile. Le scosse hanno
colpito il territorio in modo disomogeneo: una palazzina nuova, un
gruppo di vecchie case, un’antica chiesa sconsacrata. Ma alla fine,
risalendo la strada diretti verso la frazione di Bagno, le crepe sulle
facciate, gli edifici transennati e le prime tendopoli blu indicano che
il terremoto c’è stato davvero. Siamo nella Com4, l’area affidata al
Coordinamento Caritas del Triveneto.
Una zona costituita da piccole comunità disseminate tra la valle e i versanti delle alture circostanti. Qui il paese più grande è Pianola, centro che fa Comune e che conta poco più di 1300 abitanti. Nonostante più della metà delle abitazioni sia stata dichiarata agibile, il ritorno alla vita di ogni giorno non è così scontato: oltre alla paura di passare la notte tra le quattro mura, anche l’impossibilità di accedervi a causa delle macerie che ostruiscono il passaggio e, per alcuni, il timore di perdere alcuni benefici da terremotato una volta abbandonato il campo.
Proprio per questo alcune famiglie hanno deciso di continuare a vivere nella tenda piantata nel giardino di casa. L’economia in quest’area è ancora ferma, salvo qualche timido tentativo di ripresa di alcuni ristoratori che hanno riaperto allestendo un capannone. Il colpo più duro è stato l’Università, la “terza industria dell’aquilano”, che con il suo indotto rappresentava per città e provincia uno dei motori primi dell’economia locale.
Alle sette e mezza del mattino nei campi di Bagno sorti attorno alla chiesa e vicino al cimitero dell’omonima frazione c’è già fermento. La cucina è operativa, le prime spole per i servizi igienici. Dopo due giorni di pioggia oggi il sole, ma l’aria è fredda e umida, nonostante il mese di giugno. Arroccato a più di seicento metri di altitudine, a poco più di 7 chilometri a sud-est dell’Aquila, il campo è avvolto in una leggera coltre di nebbia, rendendo l’atmosfera irreale.
«Non è molto grande come tendopoli», ci spiega un volontario della Caritas, «se si considera che le più grosse raggiungono le settanta tende, ad eccezione di quella di piazza d’Armi, a L’Aquila, che ne conta 300. Il resto è rappresentato da piccoli agglomerati, spesso nati spontaneamente subito dopo il grande sisma». A rallentare una rapida ricostruzione, secondo alcune voci, ci sarebbe anche la mancanza di unità a livello politico, con Regione, Provincia e i singoli Comuni che sembrerebbero essere incapaci di collaborare a causa degli schieramenti opposti.
A Roio Poggio c’è la Facoltà di ingegneria, un piccolo campus situato su una collina: l’edificio è moderno, ma alcune parti sono crollate, la mensa è ancora inagibile. Attorno ad essa, una distesa di tende blu. Manciate di giovani formano capannelli qua e là, camminando su e giù per la strada asfaltata. Due donne cercano conforto nel silenzio di una tenda adibita a cappella. Bagno, Roio Poggio, Santa Ruffina: dall’esterno sembra regnare ovunque ordine e pulizia. Ma il sisma, oltre ai disagi esterni, ha colpito soprattutto “dentro”: dallo sconvolgimento della quotidianità alla perdita dei propri cari, dal trauma che fa tremare ad ogni nuova scossa alla convivenza forzata. A ciò si aggiunge il clima d’incertezza per la scarsa fiducia nelle istituzioni e l’insofferenza alle visite di politici utili spesso solo a rallentare l’organizzazione.
E nel frattempo finiscono le scuole, arriva il caldo, urge la necessità di dare un po’ di respiro ai più giovani, così come trovare nuove strutture ricettive capaci di sostituire le tende. «Se già a maggio la vita in tenda è dura», ci spiegano, «trascorrervi l’inverno è impensabile, considerato il fatto che a fine estate la Protezione civile dovrebbe andarsene e che ora inizia pure il rientro degli sfollati attualmente ospitati nelle strutture turistiche. Serve un’alternativa».
A tale scopo la Caritas avrebbe individuato un ettaro di terreno, nelle immediate vicinanze del Santuario della Madonna di Roio, dove realizzare strutture adatte sia per ospitare gli sfollati che per creare un centro socio-pastorale. Allo stesso scopo pure l’adiacente Casa soggiorno di Santa Maria della Croce, in attesa di essere dichiarata agibile. Un progetto che sembra trovare il sostegno anche da parte della circoscrizione di Roio, disposta a concedere 50 mila euro, e che rispecchia gli interessi della Caritas italiana, volta — come recentemente dichiarato dall’architetto Caritas Gianluigi Pericoli — a valutare interventi da realizzare con particolare attenzione all’edilizia scolastica, residenziale per anziani e centri socio-pastorali, «pensando alla realizzazione di spazi cerniera tra nuovi nuclei abitativi e i vecchi paesi».
E in questo caso proprio a valle si trovano i sette ettari di pubblica proprietà dove dovrebbe sorgere un nuovo villaggio. Ma al momento niente di ufficiale e definitivo, salvo l’annuncio che a Monticchio sorgerà il villaggio che ospiterà chi non ha più la casa.
A mezzogiorno il sole picchia. Fa caldo, anche in tenda. «Celebreremo la Messa in chiesa». Don Giovanni, un parroco per tre parrocchie e sei chiese. Una profusione di energie grande quanto la sua figura. L’annuncio arriva immediatamente dopo la notizia dell’agibilità dell’edificio. «Sarà uno stimolo fondamentale a ritornare, per chi se lo può permettere, nelle proprie case e alla quotidianità».
Ritornati a Bagno cimitero, passeggiando tra le tende, il silenzio e le classiche scene dell’ora della siesta. Ma la moltitudine delle situazioni conosciute in così poche ore, moltiplicata per quelle non incontrate, lasciano solo lontanamente immaginare l’immenso sforzo di energie finora messe in campo e quante ne servano ancora. Ad osservare tutto, all’orizzonte, il Gran Sasso, immobile e innevato.
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 11 giugno 2009 )
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