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Intervista a Marco Politi PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabiana Martini   
domenica 31 maggio 2009
«Ti annoierai molto a stare sempre in mezzo ai preti» gli dissero gli amici, quando nel 1972 il vaticanista de “Il Messaggero”, che era passato a dirigere la terza pagina, fece il nome del giovane Marco Politi, che allora si occupava di politica estera, per la sua successione. «In realtà — ci confida Politi, che intervistiamo in occasione della presentazione a Trieste del suo ultimo libro “La Chiesa del no” (Mondadori - Milano, 2009 - pagg.  370 - euro 19,00) — questo rischio non l’ho mai corso: gli anni Settanta erano molto vivaci, c’era tutta la questione della fine della rappresentanza unica dei cattolici nella Dc, tutto il dibattito postconciliare, il femminismo cristiano, poi la questione del divorzio e più tardi dell’aborto. Capii subito che ciò di cui mi occupavo (prima per “Il Messaggero”, poi dal 1993, dopo una parentesi come corrispondente da Mosca iniziata nell’87, per “La Repubblica”, ndr) era un grande crocevia sui problemi dell’umanità contemporanea».





Lei segue le vicende ecclesiali e papali da quasi quarant’anni, ha ormai all’attivo 80 viaggi al seguito di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: com’è cambiata la Chiesa in Italia in tutto questo tempo?
Innanzitutto c’è stato un approfondimento della consapevolezza religiosa tra i fedeli: naturalmente il numero dei praticanti è limitato (grosso modo sul 22%), però sono fedeli più preparati, che conoscono molto di più la Bibbia, che seguono molto più la liturgia. Poi c’è una grande vitalità delle parrocchie, che hanno saputo riformarsi: pensiamo ai centri di ascolto, al lavoro che fanno con gli immigrati; le parrocchie hanno sempre un alto indice di gradimento quando si fanno i sondaggi.

Come secondo elemento indicherei la grossa modernizzazione della stampa diocesana: non si tratta più di bollettini, ma spessissimo di veri giornali che informano sul territorio, e quindi rappresentano anche un forte rapporto tra la società, il territorio e la Chiesa.

In terzo luogo c’è una caduta di dibattito nella conferenza episcopale: più ci si allontana dal Concilio e meno si trovano dei presuli che si assumono il peso di dire anche cose scomode per poter riflettere meglio. La Conferenza episcopale nelle sue assemblee non esprime quella ricchezza di riflessione che poi spesso si trova parlando privatamente con i vescovi. C’è un forte centralismo, retaggio della presidenza di Ruini, che nella fine della Democrazia cristiana ha sentito l’esigenza di una quasi supplenza nel rapporto con la classe politica.
In Italia, tuttavia, la mancanza di dialettica non è solo una caratteristica del vertice, ma si sente anche a livello di base.

Facendo l’inchiesta sulla religiosità in Italia, che poi è approdata nel libro “Il ritorno di Dio” (Viaggio tra i cattolici d’Italia, prefazione di Eugenio Scalfari e del card. Silvano Piovanelli, Mondadori, Milano 2004, pagg. 455, ndr), io ho notato una fortissima vitalità dell’esperienza e dell’iniziativa religiosa in tanti rivoli che sono anche sconosciuti all’opinione pubblica generale, perché sono spesso microiniziative, che però dimostrano una grande volontà dei fedeli italiani di mobilitarsi nel campo della catechesi, delle iniziative parrocchiali, della lectio divina, dei gruppi biblici, dei gruppi di ascolto, del volontariato.

Tutta questa vitalità non trova una sede dove potersi riunire e quindi esprimere da fedeli laici sui problemi dell’Italia e sul rapporto tra Parola di Dio e società. In Germania esiste per esempio il Comitato centrale dei cattolici, che riunisce le organizzazioni cattoliche, che fa le sue riunioni e offre ai vescovi la propria esperienza e la propria posizione; in Italia questo non è mai stato creato e sono rimasto colpito che nel convegno ecclesiale di Verona (il 4° convegno ecclesiale nazionale, svoltosi appunto a Verona dal 16 al 20 ottobre del 2006 sul tema “Testimoni di Gesù Risorto, Speranza del mondo”, ndr) sia stata persino tolta ai convegnisti la facoltà di votare i documenti dei gruppi di lavoro.

Questa evoluzione negativa sul piano della dialettica da lei appena descritta è un problema italiano o riflette in qualche modo anche la differenza tra i pontificati di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI?
Io credo che sia prevalentemente un problema italiano, anche perché in Italia la Cei non elegge il proprio presidente, e forse più per colpa delle esitazioni dell’episcopato che per volontà specifica dei pontefici. Io credo che, se i vescovi italiani chiedessero a Benedetto XVI di eleggere il proprio presidente, non ci sarebbe opposizione. Negli altri Paesi i fedeli cattolici hanno molte più possibilità di esprimersi: penso anche a certi sinodi organizzati in Austria, dove ci sono l’episcopato, le organizzazioni religiose, le organizzazioni cattoliche, il laicato.

Enzo Bianchi sostiene che le condizioni per una crescita spirituale e numerica del cristianesimo sono il riconoscimento di una pluralità di valori presenti anche nella società non cristiana e l’acquisizione della consapevolezza che il futuro della fede non dipende mai da leggi dello Stato: lei è d’accordo?
In primo luogo vorrei dire che Enzo Bianchi ricorda spesso che all’interno della Chiesa italiana si è creato un clima per cui chi pone problemi viene automaticamente considerato un anniversario. Io sono rimasto colpito che nella prolusione del card. Bagnasco al Consiglio permanente della Cei di marzo, subito dopo tutte le polemiche che c’erano state sul caso Williamson (il vescovo britannico, membro della Fraternità Sacerdotale San Pio X, scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988 e riammesso da papa Benedetto XVI il 21 gennaio di quest’anno, divenuto famoso per le sue tesi negazioniste, ndr), il cardinale presidente abbia indicato come modello per i cattolici italiani quello di stare sempre e incondizionatamente con il Papa.

A mio avviso il problema non è di essere contro il Papa, ma di saper rappresentare dei problemi e di intervenire se vengono fatti degli errori, come hanno fatto gli episcopati tedesco, francese, austriaco e svizzero.
Discutere o anche criticare certi errori non significa essere nemici della Chiesa o nemici del Papa.

Tornando alla domanda, io non ho titoli per dire cosa fare per far crescere il cristianesimo in Italia o in Occidente; secondo me è già molto importante che le Chiese cristiane, che sono minoranza, lo sappiano essere in maniera molto vitale e siano consapevoli che la loro efficacia dipende dal consenso che riescono a creare tra gli stessi fedeli e nella società e non certamente dal lavoro di lobby politiche, perché è come nel caso dei divorziati. Essere in astratto contro il divorzio o vietare una legge sul divorzio non risolve assolutamente niente: il problema è sapere come le persone vivono il matrimonio, se lo vivono con serietà, ma anche affrontare come suggerisce il card. Martini le situazioni di un fallimento di un matrimonio, che non può solo essere considerato un peccato, è la vicenda drammatica di due esistenze, a cui la Chiesa deve saper dare una risposta.

Come è già stato fatto dopo il Concilio, si tratta sempre più di approfondire l’identità e la consapevolezza dei credenti, anche tenendo conto del fatto che è cresciuta una soggettività di massa e quindi la Chiesa deve dar voce a tutti i membri della propria comunità. Mi colpì che in una delle primissime omelie Benedetto XVI disse che il concetto di gregge e di pastore era tipico delle monarchie assolute dell’antico Oriente («Nell’Antico Oriente era usanza che i re designassero se stessi come pastori del loro popolo. Questa era un’immagine del loro potere, un’immagine cinica: i popoli erano per loro come pecore, delle quali il pastore poteva disporre a suo piacimento», 24 aprile 2005: Santa Messa per l’inizio del Ministero del Sommo Pontefice Benedetto XVI, ndr). Credo che i fedeli non possano più essere considerati gregge, ma sono popolo di Dio, e nel popolo di Dio tutti devono avere la possibilità di esprimersi. Certamente va aumentata la collegialità come governo comunitario della Chiesa universale dei vescovi insieme al Papa.

Quali sono secondo lei le consegne del Concilio Vaticano II che sono state maggiormente tradite?
A me non piace mai una storiografia basata sull’idea del tradimento. Io credo che il Concilio abbia avuto degli effetti concreti e fecondi enormi, senza i quali la crisi della fede, già molto forte negli anni Cinquanta, si sarebbe ulteriormente approfondita. Il Concilio lascia un compito alla Chiesa, ovvero quello di riunirsi ciclicamente perché i vescovi riflettano e decidano assieme al Papa quali sono i grandi nodi del presente nella Chiesa e fuori della Chiesa e quali vie imboccare.

L’eredità più grossa del Concilio è quella di non abbandonare il metodo conciliare: nel 1999 nel sinodo per l’Europa il card. Martini suggerì che si trovasse un metodo di riunione concentrata su un ordine del giorno preciso, ad esempio la questione del sacerdozio o la questione delle donne, in modo che l’episcopato universale, attraverso forme di rappresentanza da trovare per non avere un organismo pletorico, potesse esprimersi e scegliere con il Papa. Da questo punto di vista il sinodo dei vescovi nella sua forma attuale è decisamente carente: una delle aspettative del pontificato ratzingeriano era ed è che il Papa innovi decisamente e presto su questo terreno.

Dall’osservatorio del cronista quali sono le maggiori differenze tra il pontificato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI?
Giovanni Paolo II riusciva anche ad interessare larghi strati di persone non credenti o indifferenti; Benedetto XVI invece colpisce delle élites intellettuali, ma riesce a coinvolgere meno all’esterno della Chiesa, mentre all’interno crea maggiormente delle polarizzazioni: c’è chi è molto a favore e chi contro. Bisogna tuttavia fare attenzione a non vedere il pontificato ratzingeriano sotto semplificazioni o cliché: è infatti a mio avviso molto acuto il modo in cui Benedetto XVI pone il problema della fede nel mondo contemporaneo, come sottolinea sempre che la fede non è un pacchetto di obblighi o di regole, che la fede dev’essere amore, una parola semplice ma che caratterizza molto bene il cristianesimo.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 05 giugno 2009 )
 
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