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Scritto da Cristina Degrassi
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giovedì 14 maggio 2009 |
È intitolato a Muzio de Tommasini, il podestà di Trieste che ne decise
l’attuazione, e Italo Svevo ne ha parlato nell’ormai celeberrimo libro
“La Coscienza di Zeno” descrivendolo così: «Quel verde che apparisce
tanto puro in mezzo al grigio delle strade e delle case che circondano». Parliamo del nostro Giardino Pubblico, tutti i triestini sono abituati
da sempre a chiamarlo così. Fu costruito in una decina d’anni, tra il
1854 e il 1864, su un terreno che il Comune di Trieste acquistò dalle
monache Benedettine.
Trentamila metri quadrati di verde, con sette entrate per accedervi, ed un patrimonio arbustivo ed arboreo di grande ricchezza, fanno di questo giardino il polmone verde per eccellenza del centro cittadino. Davanti all’entrata principale svetta l’imponente statua raffigurante il conte Domenico Rossetti de’ Scander, che fu inaugurata nel 1901 dopo che al progetto furono apportate molte modifiche. Non tutti sanno, infatti, che furono molti i dubbi ed i tentennamenti del comitato promotore su come raffigurare lo storico personaggio senza evidenziarne la nota gibbosità. Fu Augusto Rivalta, lo scultore, a risolvere il dilemma, ponendo sulle spalle del conte, che tanto aveva fatto per la città, un ampio mantello.
Entrando nel giardino ci si lascia alle spalle buona parte del caos cittadino, ed anche oggi, come ai tempi di Svevo, si riesce ad assaporare quiete e tranquillità. Durante la mia passeggiata, in un pomeriggio primaverile, faccio difficoltà ad individuare una panchina libera: sono moltissime, infatti, le persone che leggono un libro da sole, oppure chiacchierano in compagnia di grandi e piccini. I bimbi trovano in questo luogo molti spazi dedicati: la pista di pattinaggio è il primo che s’incontra partendo dall’entrata principale, ma più in alto, vicino al caffè ed al bel gazebo di ferro battuto utilizzato per concerti ed attività ludiche, c’è uno spazio di giochi colorati ed ingegnosi che a giudicare dalla folta e festante presenza, i bambini apprezzano molto.
Mi colpisce molto, in questa parte del giardino, la moltitudine di etnie che vi s’incontrano: un gruppo di mamme mussulmane, parzialmente velate e sedute a terra, hanno creato una sorta di cerchio, all’interno del cerchio hanno sistemato i bimbi più piccoli, mentre tutt’intorno scorazzano i bimbi grandi. Una mamma inglese corre dietro, agitata, ad un frugolo fulvo che sembra possedere il dono dell’ubiquità per quanto è rapido nel trovarsi dappertutto contemporaneamente, una bella signora indiana vestita di un colorato sari aggiusta i capelli alla figlia, e poi ancora due coppie albanesi, diverse mamme serbe e croate, una signora francese che m’incuriosisce per un abbigliamento davvero divertente, direi alla Holly Hobbie, e poi, ovviamente, moltissime mamme italiane. Il tutto nella più completa armonia e tolleranza; penso che in fondo questo miscuglio d’etnie è stata la caratteristica della nostra città fin dal 1700 ed è una grande risorsa riuscire ancora nell’incontro e nel rispetto reciproco.
Continuando a passeggiare per i vialetti ci si accorge che questo giardino è, senza volerlo, quasi diviso in settori: chi viene per trovare pace e tranquillità è accontentato nella parte bassa, mentre chi vuole farsi una partita a carte in compagnia, trova nel circolo Arac, accanto al caffè, la gioia di una compagnia pomeridiana. Le attività ludiche sono, infatti, pensate anche per gli adulti, una grande scacchiera dipinta sul terreno gode di uno spazio circolare attorniato da panchine: una bella partita a scacchi all’ombra di alberi secolari in una giornata estiva non dev’essere niente male.
Individuo anche tre scacchiere più piccole per il gioco della dama, posizionate tra i busti di personaggi illustri che si sono distinti nel campo della cultura. L’unico neo è che pedine e scacchi sono chiusi con lucchetto in alcune casse: questo, se è necessario da un lato, in quanto evita eventuali furti, ne impedisce anche la libera fruizione; sarebbe bello che il guardiano potesse concedere pedine e scacchi, magari dietro una piccola cauzione, a chi ne volesse far uso.
Aggirandomi tra i busti scultorei incontro, tra i tanti personaggi illustri, Svevo, Joyce, Quarantotti Gambini e, lisciandomi orgogliosamente le penne per lo spessore culturale della nostra città, m’imbatto nel laghetto con ponticello di legno. Ed ecco la delusione: l’acqua ormai è bassissima, niente pesci, niente cigni, niente paperette. Effettivamente era molto che non frequentavo il giardino, ma dove sono finiti tutti gli animali?
Decido di informarmi ed individuo in un gruppo di signori che mi sembrano habitué del luogo, la possibilità di una risposta. Sono gentilissimi ed alle mie domande sugli animali mi rispondono che purtroppo non ci sono più da un bel po’, decisione del Comune — dicono — probabilmente davano troppo da fare — aggiungono sornioni — e a dire il vero scopro presto che il gruppetto non è contento di un bel po’ di cose. Questi sei signori passano al giardino pubblico i loro pomeriggi da quando sono andati in pensione, ma giurano che anche quando lavoravano il loro tempo libero era dedicato alla loro panchina preferita. Faccio loro notare che sarebbe carino metterci una targa dopo così tanti anni e tanta devozione. Ridono e mi dicono che spesso fanno anche delle riparazioni, uno di loro mi indica uno smottamento del vialetto cementato di fresco, aggiungendo: «Chi la pensa che ga riparà sto qua? Mi e lui!», additando un amico nel gruppo.
Sì, bisogna ammetterlo, sono un po’ indispettiti, ma è ammirevole il loro farsi carico della cosa pubblica, del resto tutti noi con il passare dell’età ricordiamo tempi migliori. Loro, però, vorrebbero, e mi raccomandano di scriverlo, maggior controllo. Sostengono che i guardiani dovrebbero essere più presenti, mentre sembra si assentino troppo spesso. Io, da non assidua del luogo, ribatto che a me il giardino sembra curato, i prati sono perfetti, le aiuole sono rigogliose, la gente serena. Niente da fare, il gruppetto è irremovibile: «La doveva veder come che iera una volta« mi dicono, e dicendolo sorridono beati.
Nell’allontanarmi li ringrazio e penso che noi triestini in fondo siamo anche così: se qualcosa non ci garba ci arrabbiamo, se serve interveniamo, a volte ci mettiamo in gioco, ma alla fine non siamo rancorosi. In parte, ci riassume il ritornello di quella famosa canzone dialettale: “Viva là e po bon”, con il lieto prosieguo che tutti conosciamo. Devo dire la verità: io lo trovo un atteggiamento salutare nei confronti della vita e del suo saliscendi di accadimenti, ma rimane, ovviamente, un mio pensiero.
In pratica
Dove: accessi da via Giulia, da via Marconi e dal retro del monumento a Domenico Rossetti (incrocio tra via Giulia e via Marconi).
Orario: estivo 7-20, invernale 7-19.
Giochi: per bambini da 0 a 6 anni e da 6 a 12 anni giochi multifunzionali in legno, pista di pattinaggio. Per tutti: giochi a “pavimento” dama e scacchi, gioco dell’oca, area concerti. Bar. Possibilità di affittare una sala per feste di compleanno (rivolgersi al bar).
Servizi: possibilità di accesso per disabili. Presenza di toilettes.
Specie presenti: ben 368 sono gli esemplari arborei di grandi dimensioni tra cui spiccano platani, olmi, ippocastani e querce, accompagnati da specie esotiche quali cedri, araucaria, gynkgo e koelreuteria. Anche il patrimonio arbustivo è molto ricco con aiuole costituite da bosso, alloro, ligustro, viburno, pittosporo, aucuba, tasso e agrifoglio.
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 14 maggio 2009 )
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