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Gemellaggi Trieste - Mostar PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Dessardo   
giovedì 07 maggio 2009
Dire che la Bosnia-Erzegovina è un Paese strano, è affermare un’ovvietà: non può non esserlo uno Stato al suo interno rigidamente diviso in due entità, la Repubblica Serba e la Federazione Croato-musulmana, all’interno della quale ultima rari e freddi sono i rapporti tra le due comunità. La guerra è finita ormai da un pezzo, ma la politica e l’economia fanno ancora fatica a riprendersi. Il ritardo della seconda è diretta conseguenza della latitanza della prima; ed inevitabilmente non ci può essere politica laddove non ci si trovi d’accordo nemmeno sulla natura della comunità che si intende rappresentare ed amministrare.

L’Azione cattolica di Trieste sta instaurando un gemellaggio con la parrocchia di San Matteo a Mostar, città per i triestini simbolo della guerra, per il sangue dei suoi giornalisti Luchetta, Ota e D’Angelo, dove la Caritas dall’aprile del 2005 sta portando avanti il “Progetto di salute dentale per bambini disabili” presso il Centro “Sacra Famiglia”. Dal 1° al 3 maggio una delegazione s’è recata nel capoluogo dell’Erzegovina per rinsaldare i rapporti: ci si è così potuti rendere personalmente conto di come stanno le cose laggiù.

Risalendo la Neretva dal valico di Metkovic alla città, si è insieme affascinati dalla natura del luogo e esterrefatti per lo scarso intervento dell’uomo. Il fiume scorre gonfio e impetuoso di un’acqua blu intenso tra due rive che declinano in canneti ed acquitrini e vasti prati incolti che, spazzati dal vento, traslucidano dal verde al biondo. La strada, malamente asfaltata, si tiene sul fianco della montagna, una nuda pietraia sulla quale crescono, a macchie, arbusti e cornioli. Gli insediamenti umani sono case sparse sulla strada, lunghi villaggi sfilacciati senza centro contraddistinti solo da un cartello. Le case antiche in pietra, con la pergola, un orto e qualche albero da frutto, si perdono tra le case di nuova costruzione, venute su disordinatamente dopo la guerra, in cemento armato e mattoni, con approssimazione balcanica o al contrario tentativi d’eleganza così fuori luogo da far trasparire la miseria che si voleva celare.

Vecchi seduti in veranda aspettano il passaggio di qualche rara automobile, Mercedes anni Ottanta raccattate in Germania. Attorno a Mostar si tirano su capannoni e stabilimenti commerciali, ma non si vede un’intensa attività economica: dall’estero faticano ad arrivare investimenti, la burocrazia elefantiaca non dà garanzie, si fa tutt’al più assistenza. Solleva però che alle porte della città il maggese ceda il passo alla viticoltura: ettari ed ettari di vigne appena piantate fanno sperare in una ripresa dell’agricoltura.

Mostar è ufficialmente una città a maggioranza cattolica, cioè croata: la distinzione nazionale è strettamente connessa all’appartenenza religiosa; bosniaci si definiscono soltanto i musulmani. I cattolici vivono però in una Mostar che non è quella che si vede alla televisione: non è la Mostar dello Stari Most inserito dall’Unesco nel patrimonio artistico dell’umanità. Marijana ed Antonija, 17 anni, e probabilmente anche molti loro amici, il ponte non l’hanno mai visto, ed approfittano della presenza degli italiani per andarci: i genitori non vogliono che ci vadano, e nel centro storico — musulmano — evitano di parlare per non farsi riconoscere come croate. La loro Mostar è la marea di cemento che cresce su dalla campagna risalendo il fiume. Lo Stari Most non divide né unisce alcunché. Un Paese del genere non può reggersi da solo.

La parrocchia di San Matteo ha finora soltanto il campanile, ultimato una ventina di giorni addietro, e la canonica, con le sale per il catechismo. La Messa viene celebrata nella cripta, in attesa della chiesa. Il cantiere è aperto e segue il flusso irrazionale dei finanziamenti che vengono da Austria e Germania: le aiuole sono state piantate, assai graziose, tra monchi piloni di cemento che protendono al cielo la ruggine dei loro scheletri.
La diocesi di Mostar è stata stravolta dopo la guerra: l’arrivo in città di migliaia e migliaia di sfollati ne ha cambiato il volto. Il vescovo ha eretto quattro nuove parrochie dedicate agli evangelisti, ricavandole da quella della cattedrale (Maria Madre della Chiesa) e da quella dei francescani. Quattro parrocchie sono tuttora prive di chiesa, la stessa cattedrale è stata costruita appena dal 1981, per il divieto fino ad allora imposto dal regime comunista; fu a più riprese colpita durante la guerra e due ragazze vi persero la vita.

Il giovane parroco di San Matteo, don Ivan Peric ed il suo cappellano don Zoran provvedono pressoché da soli all’animazione pastorale: i giovani, finita la scuola, partono per Spalato o Zagabria, gli adulti hanno altro cui pensare. Eppure l’attività è tanta: ci sono otto classi di catechismo per i sacramenti tre volte alla settimana; a dieci anni si riceve la prima Comunione, a quindici la Cresima. Il sabato si riuniscono i ministranti, i tre cori e, nel pomeriggio, per due ore, si vanno a visitare anziani e malati. Manca però completamente una pastorale per gli adulti.

Eppure l’adesione alla Chiesa è assolutamente vasta per ogni classe sociale: dichiararsi cattolici è dichiararsi croati, e nella trappola cadono anche i preti. I simboli nazionali, persino nella decorazione delle chiese, si intrecciano a quelli religiosi. La chiesa dei Santi Pietro e Paolo, retta dai francescani, era la più antica della città, ma è stata ricostruita in occasione del Giubileo, il cui emblema campeggia sul rosone: una delle colombe è a scacchi come la bandiera croata, e le porte sono incise coi glifi delle lapidi glagolitiche; matrimoni, battesimi e funerali si celebrano con sventolii di bandiere; ogni tomba, accanto alla croce, ha lo stemma croato, presente anche sul muro della casa parrocchiale di don Ivan. Saprà una Chiesa del genere essere autenticamente cattolica? Non sta a noi giudicare.

La Chiesa di Bosnia ha tanto da insegnarci perché sa bene cosa vuol dire morire per la fede. Don Zoran ci ha portato a visitare la sua parrocchia natale, Siroki Brijeg, il più antico insediamento francescano del Paese: nel 1945 i partigiani comunisti vi arsero vivi circa trenta frati, ora in attesa di beatificazione. Don Zoran si ferma a salutare la madre nel villaggio di Duboko Mokro: una donna vestita di nero s’affaccia sotto la pergola, davanti a un prato immenso e desolato, oltre la strada; nel giardinetto, una statua della Madonna. È questa l’immagine più bella della Chiesa in Bosnia.

 
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