giovedì 29 luglio 2010
 
     
  Home arrow Approfondimenti arrow Interviste e testimonianze arrow Intervista a Alda Redaelli sulla Bosnia
     
 
Testimoni Digitali
Appuntamenti
 
 
 
San_Giusto
 

Sito ufficiale della
Diocesi di Trieste

Uradna spletna stran
TRŽAŠKA ŠKOFIJA

 
Intervista a Alda Redaelli sulla Bosnia PDF Stampa E-mail
Scritto da Corinna Opara   
giovedì 07 maggio 2009
La Bosnia Erzegovina sembra ancora essere un sogno, una realtà che, a distanza di poco più di dieci anni dalla fine del conflitto, nonostante alcuni segni di ripresa continua a presentarsi come un quadro fortemente variegato. A partire proprio dall’essere divisa in due parti: la Federazione croato-musulmana di Bosnia Erzegovina da un lato e la Repubblica Serba dall’altro. Due mondi completamente differenti. Da quindici anni Alda Radaelli, scrittrice e giornalista vissuta dentro Sarajevo dal 1993 al 1997, continua a tornare in quella che col tempo è diventata la sua seconda casa. L’ultima volta che vi ha messo piede è stata in marzo. Le abbiamo chiesto se e quali cambiamenti ha notato nel Paese nel corso di tutti questi anni.

Che impressione si è fatta dell’attuale situazione nel Paese?
Passando per città come Sarajevo, Tuzla e Bihac, l’immagine che ho avuto è piuttosto positiva. Nonostante i problemi sembra esserci un buon livello di convivenza tra le varie etnie, ma anche di grande apertura verso l’esterno: per la prima volta, ad esempio, i giovani si fanno crescere la barba, cosa che non fa assolutamente parte della cultura musulmana di Bosnia. Colpisce il loro coinvolgimento per quanto accade “fuori”: un mio amico musicista della Filarmonica di Sarajevo ha organizzato un concerto allo stadio che ha raccolto 10 mila persone, il cui ricavato è stato devoluto alla popolazione di Gaza.

A Mostar la situazione sembra un po’ differente…
Da Mostar in giù, fino alla frontiera fino a Spalato, la situazione è molto particolare: il nazionalismo croato è molto forte. Arrivando a Mostar, ad esempio, sul monte dal quale si sparava verso la città è stata eretta un’enorme croce: un vero insulto alla religione cattolica, così come la presenza di bandiere croate ovunque. Questo non si vede in altre città.

Vita dura lì per i bosniaci?
Dipende: recentemente, ad esempio, la scrittrice bosniaca Enisa Bukvic, con l’aiuto di un professore dell’Università di Trieste, è riuscita ad ottenere i permessi per piantare 250 ulivi proprio vicino a Mostar.

E a Sarajevo?
Sarajevo è un caso a parte, come anche, ripeto, molte altre zone della federazione croato-musulmana. Due esempi per tutti: sei mesi fa, alla scadenza del mandato del sindaco di Sarajevo (all’epoca una donna), è stato offerto il posto a Franjo Topic, un gesuita, croato di Bosnia, che poi ha rifiutato; un altro croato di Bosnia, Gradimir Gojer, rimasto in città durante tutta la guerra, è invece direttore del Teatro dell’opera di Sarajevo, ma anche di quello di musica da camera, il quale dipende da un’associazione croata e durante i bombardamenti non ha mai smesso di operare.

E nella Repubblica Serba di Bosnia?
Lì c’è ancora molto da fare: la popolazione deve ancora iniziare a riflettere sul proprio passato, ammettendo le proprie colpe. In questo le organizzazioni umanitarie e gli altri Paesi possono fare ben poco: è una cosa che deve partire dalla popolazione.

Ma ci sono segni di ricostruzione?
Anche in questo caso Sarajevo fa eccezione: lì operano un sacco di ambasciate, istituti culturali, e molto altro ancora. Lì il lavoro gira, molto più che nel resto della Bosnia. Dal punto di vista economico ed edilizio ci sono alcuni segnali: sempre a Sarajevo stanno costruendo un sacco di nuovi palazzi, anche se poco si sa per cosa e per conto di chi. Le acciaierie di Zenica sono state vendute agli indiani, ma stanno inquinando l’ambiente… Il discorso dunque diventa più esteso: va bene lo sviluppo, ma come? E controllato da chi?

E il lavoro?
In un certo senso la popolazione croata è favorita, in quanto per legge ha diritto a una percentuale di posti di lavoro all’interno di ogni attività sulla base del censimento del ’91 (erano il 17% della popolazione totale, oggi a occhio e croce saranno scesi al 9%) e in seguito a quanto previsto dagli accordi di Dayton. Dal punto di vista della mobilità, tuttavia, i bosniaci sono i meno favoriti, in quanto hanno diritto al solo passaporto bosniaco per andare in Turchia e Croazia, mentre per espatriare devono richiedere 11 documenti diversi. Fino a poco tempo fa, invece, serbi e croati avevano diritto al doppio passaporto, vantaggi compresi. Ciò ha influito molto sui giovani bosniaci, rendendo loro difficile la possibilità di studiare all’estero e facendoli sentire inferiori rispetto agli altri studenti. In più il sistema scolastico non uniforme non aiuta di certo le nuove generazioni.

E nemmeno la politica.
La situazione politica è da piangere: ciascun gruppo etnico ha i propri funzionari, rendendo l’apparato burocratico ancora più pesante. E questo è il meno. I Paesi stranieri sono presenti soprattutto nel senso culturale più che dal punto di vista politico. Spesso poi si accusano i bosniaci di non aver contribuito allo sviluppo del Paese: poi però Richard Holbrook, colui che ha curato gli accordi di Dayton, ringrazia Milosevic per come ha gestito la situazione nel Kosovo…

Quale futuro?
Io penso che il segreto stia nel riuscire a costituire una fitta rete di contatti: gli aiuti esterni sono fondamentali, ma bisogna aiutare nel modo giusto. L’aiuto non deve essere commiserazione. La situazione è comunque difficile: con la crisi economica sono diminuite pure le rimesse degli emigrati, le quali ad oggi rappresentano il 17% del Pil del Paese. Non c’è la ricetta per aiutare: bisogna andare lì e imparare ad ascoltare.

 
< Prec.   Pros. >
 
Menu Principale
Home
Appuntamenti
Chiesa
Approfondimenti
Saperne di più
Interviste e testimonianze
Speciali
Progetto Carcere
Muggia
Archivio storico
Siti consigliati
Mappa del sito
Login utenti registrati
Registrati gratuitamente sul sito web di Vita Nuova: potrai accedere alle rubriche, agli approfondimenti e agli altri contenuti speciali.
Articoli più letti
Archivio
Copyright © 2006 - 2010 - Vita Nuova Trieste - P.IVA 00524280328
Contatore visitatori: counter BI@Work