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Lavoro di generazione in generazione PDF Stampa E-mail
Scritto da Tiziana Melloni   
giovedì 30 aprile 2009
Tramandarsi il mestiere da una generazione all’altra nel passato era la regola. Oggi, decisamente meno. Abbiamo faticato non poco a trovare, a Trieste e dintorni, qualche famiglia in cui il lavoro fosse “di casa”. Alla fine siamo riusciti a trovare tre esempi di attività molto diversi tra loro, tutti egualmente interessanti.
Iniziamo con Elide Catalfamo, docente alle superiori. Una figlia, Irene Favet, è maestra; sua sorella è iscritta alla Siss. Una famiglia di insegnanti.


Chiediamo a Elide Catalfamo com’è il rapporto tra una mamma “prof” e i figli: «Il rischio è quello di essere un po’ didascalici, a volte “giudiziari”: il rispetto per le regole, il controllo delle amicizie... Bisogna stare attenti a distinguere i ruoli, anche se un genitore insegnante può capire meglio le difficoltà che incontrano i ragazzi a scuola. L’insegnamento comporta un forte coinvolgimento emotivo con gli alunni; è inevitabile portarsi a casa una parte dei problemi di scuola, specialmente le difficoltà dei più deboli. In questo modo anche in famiglia scatta la molla della solidarietà. Certo l’educazione che ne viene fuori è molto spartana, sia per l’impegno lavorativo sia perché lo stipendio non è di quelli che permettono grandi lussi...».

Come sono arrivate le figlie a questo lavoro? «All’inizio c’era proprio un rifiuto! Mai e poi mai, dicevano, avrebbero fatto il lavoro della mamma». «È vero — conferma Irene — non avevo proprio intenzione di fare l’insegnante. Poi crescendo e facendo qualche ripetizione, mi sono resa conto che mi veniva naturale trasmettere le mie conoscenze a chi non ne aveva». Cosa vuol dire avere una madre che è anche prof.? «Lei ci ha sempre coinvolto molto in tutto quello che ha fatto. Abbiamo visto quanta passione ha sempre messo nel lavoro» Quindi il passaggio del testimone è avvenuto attraverso l’amore ? «Sì, se per amore intendiamo il senso del dare ciò che si è ricevuto senza aspettarsi un ritorno immediato» sottolinea la signora Elide.

Cos’è cambiato nell’insegnamento? Madre e figlia concordano sul fatto che non sono cambiati tanto i ragazzi quanto le famiglie, è diverso il rapporto genitori-figli e famiglia-scuola. «Oggi la famiglia si aspetta che la scuola sostituisca una parte del ruolo dei genitori». Che effetto fa condividere il mestiere? Elide: «È molto bello, abbiamo sempre molto da condividere, da discutere. Fungo spesso da “mediatrice di tolleranza” per gli alunni di mia figlia... i giovani sono maestri severi!». Irene: «C’è uno scambio continuo tra generazioni. Questo non solo in famiglia, ma nella scuola stessa. I bambini hanno sempre qualcosa da insegnarci».

Passiamo ad un’attività assai diversa ma ugualmente vitale. La famiglia Polla è proprietaria da tre generazioni della salumeria e gastronomia Sartori in via Cavana. Incontriamo nonno, papà e nipote tra i banchi dove occhieggiano il pasticcio di verdure, la tradizionale “iota” e molte altre prelibatezze. Gli inizi dell’attività furono molto semplici. Il nonno Clemente, genero del fondatore, Gino Sartori, racconta che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i giovani delle valli trentine trascorrevano l’inverno a Modena per guadagnare qualche soldo in una stagione in cui nella poca campagna l’attività si fermava. Così diventarono esperti nella lavorazione della carne suina. Alcuni presero la via della città: a Trieste, inizio Novecento, erano una sessantina i salumieri trentini.

La bottega Sartori, nata nel 1921, era in via Malcanton. Nel 1928 avvenne il trasferimento in via Cavana. L’attività continuò intrecciandosi con la storia del rione: «Qui abitavano quasi ventimila persone» racconta il signor Polla. Nel dopoguerra, fin quasi agli anni Settanta, ancora si compravano i maiali in Carso e si lavoravano nel retrobottega. «Del maiale si usava tutto, si faceva lo strutto, i ciccioli, salsicce, prosciutti cotti e anche crudi».

Franco Polla, suo figlio, fa fatica a ricordare quell’epoca: «Ero un bambino, allora. Mio fratello ed io abbiamo iniziato a lavorare qui a 14, 15 anni, finite le scuole medie. Quella volta il senso della famiglia era forte, insieme a un modo di intendere il lavoro fatto di fatica, onestà e senso di responsabilità. La mia generazione ha visto cambiare completamente il modo di vivere e di mangiare ed anche la legislazione in materia alimentare, che ora è molto attenta all’igiene ed alla professionalità».

Aggiunge il signor Clemente: «I banchi frigo arrivarono col “boom” economico, prima avevamo le celle nel locale dove si lavorava la carne. Poi arrivò la legge che imponeva di lavorare in ambienti separati le preparazioni gastronomiche e la carne cruda. Molto corretta, ma ci portò a fare una scelta: decidemmo di dedicarci alla gastronomia». Una mossa azzeccata: i ritmi di lavoro sempre più frenetici decretarono il successo dei piatti pronti, del resto buonissimi e rispettosi della tradizione. Poi arrivarono i cibi confezionati, i surgelati... e molte botteghe di vicinato chiusero i battenti.

«Ora si fatica a reggere la concorrenza dei supermercati. L’unico modo per contrastarla è lavorare sulla qualità e sul servizio. I clienti lo sanno, anche loro vengono qui da generazioni. Del resto in cucina l’attività non cala, nonostante la crisi. Qui lavorano una decina di persone» sottolinea Franco. Cosa vi siete trasmessi tra generazioni? «L’onestà e la soddisfazione di un lavoro fatto bene» concordano padre e figlio. Ed il nipote? «Certo per un giovane lavorare in negozio è un sacrificio. Tutti puntano al sabato libero, alla libertà di uscire. Però qui siamo tutti insieme, sempre in famiglia». «Altrimenti quando vedrebbe il nonno?» conclude sorridendo Franco.

Ancora una dinastia: questa volta una famiglia di fotoreporter. Andrea Lasorte, fotografo di “Vita Nuova” e de “Il Piccolo”; il papà Enzo, a sua volta fotoreporter per il nostro settimanale e pure per il quotidiano cittadino; la nonna Erna Rausnitz, morta nel 2000, fotografa di cronaca per l’Archivio del Governo militare alleato, che in fuga per l’Italia dalla Germania nazista aveva incontrato il marito, anche lui fotografo, giunto alla celebrità per aver immortalato il duca d’Aosta. Enzo Lasorte ha iniziato proprio aiutando la mamma nel suo lavoro. «Per una donna era una rarità essere fotografa. Lei aveva studiato a Berlino, dove nel 1925 c’era già una scuola dedicata alla fotografia».

Il negozio in via Combi lo aprirono nel 1961 e si occupava di foto d’ogni tipo. Nel 1971 il cronista sportivo Dante di Ragogna propose al signor Enzo di fare foto di sport. Così iniziò la sua attività al “Piccolo”. Ricorda il signor Lasorte: «Era un lavoro affascinante, si aveva la sensazione di essere parte della storia della città. Certo i ritmi erano frenetici e non c’era la certezza di avere la foto fino a che non la si vedeva uscire dal liquido di sviluppo in camera oscura. Poi si faceva la stampa, bisognava asciugare tutto - quella volta si stendevano con le mollette - e correre al giornale con la fotografia. Ma rifarei tutto!» confida Enzo Lasorte.

Poi è cambiato tutto: è arrivato il digitale e si è portato via la camera oscura e tutti i suoi odori. «Una grande rivoluzione. Non mi è dispiaciuto troppo. I risultati oggi sono eccellenti, pari alla foto manuale. Il rovescio della medaglia sono i costi. Una volta una buona macchina durava decenni. Adesso ogni due-tre anni bisogna aggiornarsi, escono nuovi programmi, nuovi computer...». Cosa pensa che si sia trasmesso del mestiere? «Soprattutto la passione per il lavoro. Non c’è un momento specifico per dare consigli, nella fotografia tutto s’impara sul campo. Non trovo che nell’ambito della fotocronaca sia cambiato molto, l’inquadratura è quella...».

Ma una volta c’era più rispetto per il fatto di cronaca? «Un tempo tra polizia e giornalisti esisteva una stima reciproca. Ciascuno puntava a far bene il suo lavoro e c’era una certa fiducia. Adesso le cose sono cambiate, spesso il fotografo viene trattato con sufficienza». A casa parlate di lavoro? «No, non succede quasi mai...».

Andrea ci risponde tra un servizio e l’altro: «Cosa ricordo del lavoro di mio padre? Il mistero della camera oscura, gli odori della chimica, l’immagine che si formava a poco a poco. La fotografia è un mondo affascinante, ma all’inizio non pensavo di fare anch’io il fotografo, avevo studiato tutt’altro. Dopo aver fatto qualche lavoretto come impiegato ho iniziato a fare qualche foto e non ho più smesso!». Cosa ha imparato dal papà e dalla nonna? «L’attaccamento al lavoro, la passione per la cronaca della città. Trovo che fare foto di cronaca sia l’aspetto più interessante. Si vede passare sotto i propri occhi tutta la città».

Cosa è cambiato con il digitale? «Non c’è più tutto il lavoro di sviluppo e stampa ma la post-produzione con i vari programmi di trattamento della foto si è aperta un’attività completamente nuova, che è un lavoro a se stante». Andrea ha una figlia piccolina. Gli chiediamo se sarebbe contento se anche lei scegliesse di diventare fotografa: «Se è quello che le piace, certo sarei contento... chissà però come sarà ancora cambiata la tecnologia quando lei sarà grande!».


 
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