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Intervista a suor Ilaria Arcidiacono |
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Scritto da Corinna Opara
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giovedì 30 aprile 2009 |
C'erano una volta le vocazioni. C’erano, ma ci sono ancora: in minor
misura, come dimostrano i recenti dati sulla popolazione ecclesiastica,
ma forse più consapevoli di un tempo. Dove questa scelta non
rappresenta una rinuncia a un progetto di vita, ma una decisione
consapevole in favore di un altro progetto di vita. Suor Ilaria
Arcidiacono, classe 1974, della congregazione delle Terziarie
Francescane Elisabettine (una famiglia religiosa originaria di Padova),
è arrivata a Trieste da poco più di un anno.
Suora da quattro anni, in convento da sette, ma ancora sotto voti temporanei in attesa di consacrarsi definitivamente, ha scelto questa forma di vita per vivere il Vangelo nel mondo. Attualmente lo fa frequentando la facoltà di Scienze della formazione primaria in vista di una specializzazione nel campo educativo scolastico, insegnando il catechismo, collaborando con la pastorale giovanile diocesana e con la “Casa dei bambini” gestita dalla scuola Montessori di Trieste. E raccontandoci la storia della sua scelta di vita.
Cos’è la vocazione? La vocazione non è un fare, è un modo d’essere: non è qualcosa che ci inventiamo, ma una cosa che già c’è e che siamo invitati a scoprire, restituendo con gratitudine a Dio ogni bene, riconoscendo che tutto viene da lui.
Cosa l’ha portata a decidere di intrapendere questa strada? Sono nata in una famiglia cattolica e ho frequentato fin da piccola l’ambiente parrocchiale. Ho vissuto una vita come tutti gli altri giovani: a 27 anni ero laureata in archeologia, avevo un ragazzo e un bel lavoro in un museo. Poi mi sono trovata a riflettere su me stessa e a interrogarmi sulla mia vita. Da qui, ascoltando più un intuito che una certezza, ho iniziato a frequentare un gruppo di discernimento vocazionale femminile, un percorso di verifica personale e introspezione, che attraverso il confronto con figure femminili della Bibbia e della vita reale aiuta a scoprire il proprio modo di viversi come donna. A darmi fiducia nell’ascoltare le mie intuizioni e a farmi riflettere è stato anche il mio direttore spirituale: una figura fondamentale per qualsiasi ricerca vocazionale, perché consente di riflettere su cose che chi è direttamente coinvolto non riesce a vedere.
Perché non una scelta laica? Credo siano stati un po’ il contingente storico e un po’ la Provvidenza, nella quale credo, ad avermi portato qui. Ho conosciuto questa congregazione a Padova a 18 anni. Poi le ho reincontrate durante il periodo di discernimento. Mi è piaciuto il loro modo di vivere la carità, di essere donne sapendo essere madri e sorelle, di far riscoprire alle persone di essere amate: «Cercare le anime nel fango per portarle a Dio» è il principio primo di Elisabetta Vendramini, fondatrice della congregazione. Diciamo che sono io ad esser stata scelta. Essere suora comporta anche rinunciare a crearsi una famiglia. Eppure in altre realtà per un pastore di fede ciò è possibile… Cosa l’ha spinta a non metter tutto in dubbio e ad andare avanti nella sua scelta?
In quanto cristiana cattolica ho scelto di esprimere la mia fede all’interno di questa Chiesa. Questo non significa accettare passivamente le regole, ma vivere alla luce del Vangelo. Sento che la Chiesa propone questo modello perché Gesù è il modello proposto: obbedienza, povertà e castità sono dunque il modo in cui vivo la mia fede, scegliendo di non anteporre nulla a Gesù. In questo la mia identità di donna non viene cancellata, e nemmeno la mia potenzialità affettiva e genitoriale.
Avendo provato la vita di coppia, oggi posso dire che il senso di pienezza e completezza che mi sta dando questa scelta, attraverso un diverso tipo di amore, servizio e condivisione, non è lo stesso, ma così profondo che non mi fa mancare nulla; lo stesso vale per il fatto di appartenere alla mia congregazione. E poi c’è l’aspetto della maternità spirituale: in realtà abbiamo tanti figli da seguire ogni giorno.
Che ruolo ha la famiglia nella scelta vocazionale? Può influire nel caso si tema di non esser compresi nella propria scelta, ma alla fine il richiamo è così forte che ti fa andare avanti a tutti i costi. Spesso da parte delle famiglie c’è il timore di perdere i rapporti col proprio figlio: il periodo dei voti temporanei diventa dunque un momento di cammino non solo per il novizio, ma anche per la famiglia stessa, permettendole di avvicinarsi alla nuova realtà.
A cosa si deve secondo lei l’attuale crisi vocazionale? Come “combatterla”? Dal mio punto di vista si potrebbe forse anche parlare di dispersione di vocazioni… Sui motivi della “crisi” nelle indagini emerge soprattutto il discorso sulla coniugalità. Probabilmente il fenomeno viaggia anche parallelamente alla disaffezione dei giovani nei confronti della Chiesa. Secondo me non manca la paura verso una scelta definitiva: cosa che emerge pure nel calo dei matrimoni rispetto alle convivenze. Ma soprattutto trovo si siano un po’ persi alcuni valori essenziali di riferimento e la capacità dei giovani di mettersi in ascolto interrogandosi sulla propria vita e su quanto questa ci chiede. Su chi si vuole essere. Manca progettualità.
Secondo lei nel passato era così? Forse nel passato non c’era un vero e proprio interrogarsi; ma forse la vita era più immersa nella ricerca di vivere in quei valori, forse più scontati, ma dei quali tuttavia il quotidiano era decisamente più intriso.
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