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Intervista a Gianni Messi (Burlo) PDF Stampa E-mail
Scritto da Maria Trevisan   
giovedì 23 aprile 2009
In una prima classe di scuola superiore, su 24 studenti interpellati, tra i quattordici e i quindici anni, solo tre dichiarano di essere astemi. Gli altri dicono di aver cominciato a bere, soprattutto birra, tra i 12 e i 13 anni. Un paio di loro trinca, se capita, anche superalcolici. Aveva fatto scalpore, durante il carnevale di Muggia, il ricovero per coma etilico di una decina di minorenni, quasi tutte femmine. Per avere un indice dell’entità del fenomeno, siamo andati all’Ospedale infantile Burlo Garofolo e abbiamo parlato con Gianni Messi, responsabile dal 2003 della Pediatria d’urgenza con Servizio di Pronto soccorso.

I dati?
Ventisette casi di coma etilico sui 21.000 accessi al Pronto Soccorso dell’Ospedale pediatrico nel 2008. Un po’ più dell’un per mille. Il Carnevale del 2009 è stato un picco d’eccezione, ma osserviamo costantemente che alcune ricorrenze — Natale, Capodanno o le feste giovanili estive — implicano quasi sempre un infoltirsi dei casi.

Detto così, non sembrano dati drammatici…
Se lo dice lei… Rifletta però: da noi arrivano ragazzi già in stato di incoscienza; pensi a tutti quelli che, in qualche modo, raggiungono casa, si chiudono in bagno a vomitare e si mettono sul letto, spesso senza che neppure la famiglia realizzi il fatto. Tutte queste sbronze, al limite del coma etilico, sfuggono ad ogni rilevazione…

Come arrivano da voi?
Quasi sempre con il 118. Sono con gli amici, improvvisamente cadono a terra e non rispondono ai richiami. Gli altri ragazzi si spaventano e qualcuno chiama l’ambulanza o il 113. Spesso è la polizia, che ha aumentato questo tipo di sorveglianza negli incidenti stradali, a chiederci di eseguire l’alcolemia, anche se questo esame, nei ragazzi, non è strettamente correlabile alla quantità di alcol bevuto: possono averla bassa e stare manifestamente male o averla alta ed essere quasi senza sintomi…

Un dato scientifico noto è che il fegato delle femmine poi, anche adulte, metabolizza meno l’alcol, perciò capita che, a parità di bevute, ci sia un’incidenza maggiore di rischio di epatopatia nelle adulte. Dal punto di vista clinico, comunque, è importante che vomitino per liberarsi da tutto l’alcol possibile e, nello stesso tempo, noi provvediamo ad idratarli con una fleboclisi di soluzione glucosalina. Appena messi in sicurezza, ci preoccupiamo di sapere chi sono: qualche volta non hanno documenti e i “cosiddetti” amici li conoscono magari solo di nome… Chiamiamo sempre i genitori che appaiono spaventati e talora del tutto sorpresi dal fatto che il loro figlio beve. Nel giro di poche ore le intossicazioni alcoliche solitamente si risolvono ed è possibile una rapida dimissione.

Cosa succede dopo?
Dipende dal ragazzo, dalla famiglia e dagli amici. Il bere sembra diventato, fra i giovani, una moda per mostrare di “essere adulti”, come lo fu la sigaretta nel dopoguerra: è evidente che ci vuole un grande lavoro educativo affinchè, almeno, si arrivi ad una riduzione del danno a distanza tipico del bevitore cronico e quindi ad un bere controllato.

Le racconto di uno studio, una ricerca scientifica del nostro Istituto, che abbiamo presentato qualche mese fa in Austria, in un congresso di alcologia. Abbiamo cercato di coinvolgere i minori, una cinquantina, arrivati in coma etilico, a partecipare, con i loro genitori, ad un progetto di informazione e prevenzione. All’appuntamento fissato due mesi dopo, per verificare, attraverso alcuni esami ematici, la condizione di astinenza mantenuta, venticinque non si sono neppure presentati. La metà dei rimanenti giovani mostrava di non avere affatto sospeso l’uso dell’alcol e solo una dozzina risultava completamente astinente. Solo un quarto del campione aveva dunque ricavato una lezione salutare dal ricovero e dalle informazioni ricevute.

Allora, se non si può arrivare all’astinenza, lei dice, si deve ridurre il rischio di danno?
Io credo sia importante educare alla moderazione, evitando soprattutto gli sballi periodici, pericolosi nell’immediato. I giovani dovrebbero però proiettarsi nel futuro: capire che il bere smodato fa male se guidi un automezzo, fa male al tuo corpo e alla tua mente, perché ne pregiudichi il funzionamento. Non è facile, perché i valori del gruppo, talora, antagonizzano quelli della famiglia (se c’è). Limitarsi a dire “Non bere” al giovane è come dire “Non cadere” al bambino piccolo: gli si devono evitare i rischi maggiori, ma si deve agire affinché, se lo fa, non faccia troppo danno…
Proibire la vendita degli alcolici ai giovani nei bar va bene (a Muggia avevano anche vietato di portare le bottiglie). Ma poi? Vanno al supermercato e, in bottiglie di plastica, si confezionato dei cocktail micidiali.

Speranze?
Nell’educazione, negli esempi, nella coerenza, soprattutto in famiglia e a scuola.

 
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