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Intervista a Rosanna Purich PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Scarino   
giovedì 23 aprile 2009
Bere alcolici e soprattutto berne in quantità eccessive non è un costume proprio solo all’uomo di oggi. Già nell’antichità esistevano le taverne per i più poveri o le ville dei notabili, teatro di feste orgiastiche in cui si beveva fino a perdere la ragione e ad abbandonarsi ad atti di vandalismo. Tuttavia solo i filosofi o gli araldi delle più diverse dottrine religiose — e più tardi i teologi cristiani — condannavano questo costume, senza mai uscire dall’ambito moralistico che investiva unicamente la sfera privata. Bisognerà arrivare alla rivoluzione industriale tra ’700 e ’800 perché l’abuso di alcol diventi, in conseguenza delle mutate strutture economiche e culturali, una vera piaga sociale via via dilagante e di competenza, con l’avanzare degli anni e l’acuirsi del fenomeno, della sociologia, della psicologia e della scienza medica. Oggi il problema ha assunto proporzioni endemiche dai risvolti davvero preoccupanti, soprattutto per il coinvolgimento sempre più massiccio dei giovanissimi e delle donne. Ne abbiamo parlato con Rosanna Purich, dirigente medico e psicoterapeuta presso la Struttura semplice del Dipartimento delle dipendenze dalle sostanze legali di Trieste.

Quali sono gli elementi che contrassegnano una vera e propria dipendenza dall’alcol?
Prima di tutto la tendenza a focalizzare integralmente la propria esistenza sulla ricerca dell’alcol, il pensiero di non poter affrontare i normali eventi della vita senza la stampella della sostanza. La persona che vive questa dipendenza, anche se è consapevole di distruggere così tutta la propria esistenza, perdendo il lavoro e spesso compromettendo irrimediabilmente i legami famigliari, non riesce ad interromperne l’uso. La maggior parte di queste persone poi incorre spesso in violazioni penali che vanno dalla rissa alle offese a pubblici ufficiali fino ad altre attività criminose.

Come è cambiata l’utenza dei vostri servizi negli ultimi decenni?
In linea con i dati nazionali, si è manifestato un calo dell’età delle persone che a noi si rivolgono: prima erano più i cinquantenni, oggi l’età si è notevolmente abbassata ai trentenni e quarantenni. Le situazioni sono multiproblematiche, con diverse complicanze sociali: assenza di lavoro e della casa, problemi psichiatrici di diversa natura. Un caso a parte è quello dei giovanissimi, che di solito si rivolgono a noi per problemi legati al ritiro della patente. Diverse sono anche le loro modalità nel bere e quindi non ci troviamo di fronte alla classica dipendenza: i ragazzi di solito bevono il fine settimana oppure la sera.

Sembra che le donne siano diventate un soggetto molto esposto al problema.
Effettivamente si è verificato un notevole incremento delle donne bevitrici, soprattutto nel Nord Est. Qui ci troviamo di fronte a diverse tipologie: la donna adulta che ricorre all’alcol per fattori psicologici quali la solitudine e la mancata realizzazione; la donna “vittima” di una falsa emancipazione che ora le consente di bere apertamente nei bar — comportamento un tempo inaccettabile — e che soprattutto la espone ad un eccessivo stress lavorativo. Bere è in quest’ultimo caso una falsa soluzione alla fatica di far fronte al doppio ruolo di madre-moglie e di lavoratrice.

La donna poi è sottoposta a maggiori pressioni psicologiche: deve sempre essere perfetta, i cliché della nostra società la opprimono obbligandola ad adeguarsi a determinati modelli. Per le giovanissime il problema si presenta con la stessa fisionomia dei ragazzi. Voglio ricordare che le donne sono particolarmente esposte al problema, in quanto l’alcol produce sul loro organismo danni maggiori rispetto all’organismo maschile. A parità di peso, il corpo femminile ha più tessuto adiposo che l’alcol permea con difficoltà diffondendosi prima nel sangue e nel cervello. Inoltre anche le diverse fasi ormonali fanno sì che il corpo della donna assorba di più ed elimini meno l’alcol ingerito. Diversi sono anche i parametri stabiliti sulle unità a basso rischio: 1 o 2 unità alcoliche per la donna, 2 o 3 unità per l’uomo.

Quali sono le strategie che adoperate per far fronte a questo fenomeno sempre più variegato ed esteso?
Presso il nostro Dipartimento diamo risposte in termini multifattoriali: c’è il reparto medicina per la cura fisica dei danni provocati dall’alcol, soprattutto nelle donne; un’équipe di psicologi, psicoterapeuti e psichiatri che seguono e sostengono i diversi percorsi di disintossicazione e di ristabilimento dell’equilibrio. Per i problemi legati alla guida — che coinvolgono spesso i più giovani — prevediamo strategie di tipo informativo e didattico, con campagne di sensibilizzazione e un costante lavoro in rete con il Comune, le parrocchie, le scuole di musica... Cerchiamo di proporre dei percorsi alternativi che permettano ai giovani di sperimentarsi senza l’uso di alcolici, come Vivicittà, Sport senza alcol, Concorsi di disegno e tante altre iniziative.
 
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