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Intervista a Saverio Merzliak sul federalismo |
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Scritto da Tiziana Melloni
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giovedì 16 aprile 2009 |
Con Saverio Merzliak, consulente economico della Regione Friuli Venezia
Giulia e docente al Corso di formazione socio-politica dell’Istituto di
Scienze religiose della nostra diocesi (il primo ciclo di lezioni del
corso si è concluso due settimane fa), abbiamo parlato di federalismo
fiscale e dottrina sociale della Chiesa.
Sembra proprio che la Lega Nord alla fine ce l’abbia fatta, dopo una quindicina d’anni, a far partire la riforma federale?
Sono più di 15 anni! Non dimentichiamo i promotori storici del
federalismo. Vorrei ricordare lo studioso che fu considerato, per un
certo tempo, l’ideologo della Lega, Gianfranco Miglio, eletto senatore
agli albori di quel partito, prima di dividersi dalla corrente di
pensiero di Umberto Bossi.
Docente presso l’Università cattolica del Sacro Cuore di Milano, fu anche preside della facoltà di Scienze politiche, da 1959 al 1988. Già nel 1983 aveva elaborato un progetto di riforma sulla seconda parte della Costituzione. Egli aveva in mente una società pluricentrica, in cui fossero presenti nuove forme di aggregazione politica in cui i cittadini avrebbero avuto ruoli di maggiore responsabilità. Si tratta di un principio in parte ripreso dalla Dottrina sociale della Chiesa, dove si parla di principio di sussidiarietà. Miglio tuttavia, per la riforma, aveva in mente per l’Italia tre macroregioni (Nord, Centro, Sud) basate su modelli europei. La riforma attuale in senso federalista ripropone invece i territori delle attuali Regioni.
Da varie parti si è parlato della solita riforma “gattopardesca”: cambiare tutto perché tutto resti com’era prima. Cosa ne pensa? Del binomio rischio/opportunità, per le situazioni di cambiamento, se ne parla fino alla nausea, a cominciare da ciò che si dice a proposito della crisi economica. Però esso contiene un fondamento di verità. Il punto è saper cogliere l’occasione del rinnovamento organizzativo per una nuova stagione di partecipazione. Ciò che occorre, a mio avviso, non è tanto una riforma degli assetti sociali quanto un rinnovato impegno etico. È qui che il mondo cattolico può fare la differenza. Lasciare il sistema delle decisioni politiche in mano alle solite lobbies, oppure approfittare della svolta federalista per entrare con fermezza a prendere parte alla cosa pubblica, questa mi sembra la sfida per i “liberi e forti” di oggi.
Si tratta insomma di rinnovare gli uomini e non le strutture? Come ho detto, il cambiamento organizzativo è una buona occasione, ma chi ha bisogno di cambiare è quella che, per semplificare i termini, si chiama “classe dirigente”: per intenderci, i professionisti, i docenti, gli imprenditori. Si tratta di un fatto più culturale che organizzativo. Se le attività della società civile — economia, finanza, sviluppo, politica — restano un “affare di famiglia” di gruppi di interesse locali, ormai incrostati da decenni, che poco hanno a cuore il bene comune e molto badano a spartirsi la torta, c’è veramente il pericolo che tutto resti com’è. Il fatto che le risorse finanziarie restino nel territorio offre la possibilità di una verifica più immediata da parte dei cittadini ed una spinta ad un senso di responsabilità più forte. Però bisogna esserci, abituarsi a partecipare e a controllare. Dai politici di oggi, anche a livello locale, non mi aspetto un granché. Mi sembrano più legati all’immagine o al puro commercio. Bisogna farsi avanti: di persone che aspirano ad un cambiamento in senso etico ce ne sono più di quante non s’immagina. È un impegno che dobbiamo loro, soprattutto ai più giovani.
A proposito di giovani, lei ha curato in parte alcuni aspetti del corso di formazione socio politica della diocesi. Come vede il loro impegno ed il loro interesse per la cosa pubblica? Al corso c’è stata una notevole partecipazione di giovani, presenti fino in fondo, anche al di là delle aspettative iniziali. Ciò che vedo in loro è ancora, spesso, un atteggiamento passivo. In questo le famiglie — nell’educazione, nell’indirizzare agli studi — hanno una forte responsabilità. In Italia oggi l’iniziativa privata non gode di buona fama. Sono contento quando vedo tre o quattro dei nostri ragazzi che mettono su una qualsiasi attività, sia essa un bar o una ditta di elettrotecnica. L’artigianato di vicinato sta sparendo. In questo campo gli immigrati, tanto vituperati, sono più avanti di noi. Occorre formare i ragazzi all’autonomia e alla responsabilità, incoraggiare la loro voglia di mettersi in gioco personalmente, di assumersi il rischio delle proprie azioni.
In questo senso il mondo cattolico come è messo? Non mi convince il fatto che non si parli con voce sola, ma ci siano una miriade di gruppi. In questo modo non ci si abitua a pensare in termini di bene comune. Non è possibile che, riguardo ad una politica solidale che guardi all’interesse collettivo, si pensi subito a figure che rasentano la santità. Uomini come La Pira o Dossetti non sono modelli inarrivabili. Dovrebbero essere un riferimento quotidiano. Il principio di solidarietà, che dovrebbe permeare tutto l’impianto federalistico, è presente nella legge delega ed è in linea con la Dottrina sociale della Chiesa. Serve un impegno preciso dei cattolici perché tale principio venga sempre rispettato. Finita l’epoca della formazione di partito, servono luoghi dove far crescere i dirigenti del futuro. La scuola diocesana di formazione socio politica è un ottimo strumento e mi sembra un bel segno che abbia la sua sede nel Seminario.
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