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Intervista a Raffaele Masto PDF Stampa E-mail
Scritto da Corinna Opara   
giovedì 09 aprile 2009
Africa e comunicazione: un problema che affonda le sue radici da una parte nella crisi dell’informazione di qualità, quella dai costi elevati, con sempre meno giornalisti sul territorio e una stampa italiana che dipende al 70% dalle agenzie di stampa internazionali; dall’altra quella sorta di autocensura da parte dei media per non demolire l’immagine che l’Occidente si è creato del continente africano, col rischio di destabilizzare tale “certezza”. Sono alcuni elementi emersi al primo incontro di “L’Afrika che non sai”, breve ciclo di appuntamenti organizzato dall’associazione Time for Africa per promuovere un’informazione diversa e un nuovo comportamento sociale nei confronti di un mondo che ci riguarda sempre più da vicino. Tra i relatori del primo appuntamento anche Raffaele Masto, scrittore e giornalista, inviato della redazione esteri di Radio Popolare e autore di documentari di antropologia, cultura e politica:

Quanto siamo davvero schiavi dei cliché imposti dai media?
È il caso di parlare di una sorta di “pilotaggio” dell’informazione?
Penso non ci sia una macchinazione organizzata dietro l’informazione, non tanto scarsa quanto distorta, che generalmente si dà dell’Africa. Penso si tratti piuttosto di omologazione verso dei cliché dell’informazione, con notizie che devono essere sempre più urlate e sensazionali per poter penetrare il tessuto sociale e potersi trasformare in domanda. In questa situazione siamo dentro un po’ tutti: giornalisti, editori, ma anche il pubblico, che non sa esprimere una domanda compiuta e approfondita. Ma credo che in realtà dal pubblico ci sia una domanda vera, seppur occultata, sommersa; e che da parte di molti giornalisti ci sarebbero la volontà e la capacità di andare oltre. Bisogna dunque trovare il modo di andare oltre assieme. Per parlare anche dei problemi veri: come il fatto che mentre noi viviamo nettamente al di sopra delle nostre possibilità, l’Africa, una terra ricchissima di risorse, ne vive nettamente al di sotto. Per far questo i politici dovrebbero proporci di abbassare il nostro tenore di vita, cose che non si fanno perché non fanno prendere punti...

Con l’autocensura le notizie trovano spesso spazio solo sulle riviste settoriali, rischiando talvolta di diventare autoreferenziali…
Diventano autoreferenziali per i problemi di cui parlavo prima: non si stimola la domanda, destinando il prodotto ad un pubblico di nicchia o di addetti ai lavori. E la cosa rimane lì. Bisogna anche dire che per fare un’informazione completa e approfondita c’è bisogno di spazio e di mezzi. C’è dietro anche una scelta editoriale precisa: il mandato di cattura spiccato dalla Corte internazionale dell’Aja nei confronti del presidente sudanese Omar Al Bashir per i crimini in Darfur, ad esempio, può essere risolto in un trafiletto o essere raccontato bene, spiegando che il Sudan è un Paese petrolifero che sta vivendo una fase di scontro tra occidente e mondo arabo. Ma questo è molto lontano dalla realtà.

All’incontro è emerso che oggi gran parte dell’informazione poggia sulle agenzie di stampa internazionali, delle quali l’Africa, rispetto ad altri Paesi e continenti, è piuttosto carente nonostante abbia moltissimi giornalisti di alto livello. Perché?
Fare un’agenzia di stampa è enormemente costoso: bisogna avere un terminale e molti giornalisti che vivono giornate intere sul territorio, anche quando non c’è nulla da scrivere. Spese che i Paesi africani non si possono permettere. Ogni Paese ha comunque una sua agenzia di stampa governativa, che, come tale, è molto istituzionale e spesso non totalmente libera. Va inoltre ricordato che in alcuni Paesi il culto della personalità è ancora molto forte, alcuni presidenti rimangono al potere anche per vent’anni. Un’agenzia di stampa libera è espressione di una situazione politica che lo consente.

Usando le sue parole, «l’Africa è una società civile molto viva, con un’enorme voglia di vivere». Ci racconti qualcosa di quest’Africa che non conosciamo.
Alcuni piccoli esempi. La società civile africana ha un estremo bisogno di comunicare: gli Africani sono molto più informati di noi; Al Jazeera e Cnn sono viste e ascoltate davvero molto. E l’educazione non è vissuta come qualcosa di dovuto: viene considerata qualcosa di veramente importante, anche perchè in molti Paesi non c’è. Ricordo, nel Sud Sudan, quando c’era la guerra dell’Spla, di aver trovato sulla roccia dei libri di testo, consumati da non so quante generazioni, lasciati lì da alcuni ragazzi che si erano fermati per ascoltare la Bbc alla radio. Cose che nei Paesi europei e nordamericani difficilmente accadono.
 
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