|
Intervista a Paolo Pezzana (Fio.Psd) |
|
|
|
|
Scritto da Corinna Opara
|
|
giovedì 02 aprile 2009 |
Sul decreto legislativo 733 abbiamo interpellato Paolo Pezzana (nella
foto), presidente della Federazione italiana organismi persone senza
dimora (Fio.Psd). Nata nel 1985 per costituirsi formalmente in
associazione nel 1990, la Fio.Psd si occupa dei problemi legati alla
grave emarginazione adulta e delle persone senza dimora. Ad essa
aderiscono enti e organismi appartenenti sia alla pubblica
amministrazione che al privato sociale.
“Pacchetto sicurezza”: a che punto siamo oggi con il percorso legislativo? Quali organi vi si sono maggiormente opposti?
Il disegno di legge sulla sicurezza, approvato al Senato, è attualmente
all’esame delle Commissioni Affari costituzionali e Giustiza della
Camera dei Deputati e dovrà andare in aula una volta concluso l’esame.
Fio.Psd, insieme ai giornali di strada italiani, ha lanciato e sta portando avanti una campagna chiamata “Il Residente della Repubblica” (vedi anche www.ilresidentedellarepubblica.it, ndr), proprio per contrastare le riforme in materia anagrafica.
Se la legge fosse approvata così, infatti, la legge anagrafica del 1954 verrebbe mutilata senza essere realmente riformata e si creerebbero delle lacune molto gravi, le cui conseguenze negative colpirebbero pesantemente le persone senza dimora, ma anche, per fare solo un esempio, i 4-5 milioni di cittadini italiani che, stando ai dati Istat del 2001, vivono nei circa 1,4 milioni di appartamenti sotto standard presenti nel nostro Paese.
Come Federazione saremo sentiti dalle Commissioni Parlamentari riunite, e ribadiremo loro le nostre richieste di stralcio di tali provvedimenti dal disegno legge. Se si vuole fare una riforma delle norme anagrafiche, si apra un processo legislativo di revisione della legge del 1954 e noi parteciperemo volentieri; le esigenze di adeguamento ci sono e le sentiamo anche noi, ma si tratta di fare un lavoro serio con al centro le persone ed i loro diritti.
Il decreto introduce pure un registro dei senza dimora curato dal Ministero degli interni. Quale utilità? Inoltre prossimamente incontrerà la Caritas di Trieste... Il registro presso il Ministero degli Interni sa più di schedatura che di censimento, e quando si fanno le schedature, la storia ci ha insegnato cosa può accadere... Per quanto riguarda la mia visita a Trieste, invece, Fio.Psd ha in corso, in partenariato con Caritas Italiana, Istat e il Ministero del Welfare, un’importate ricerca sulle persone senza dimora in Italia, che, entro il 2010, si propone di analizzare il fenomeno in tutto il Paese.
È un passaggio fondamentale perché potrebbe portare a mettere a punto una metodologia di avanguardia. Oltre all’Italia solo pochissimi Paesi non hanno dati ufficiali a questo riguardo. Il Friuli Venezia Giulia avrà un ruolo importante perché non solo i nostri soci sono coinvolti, ma anche l’Università di Trieste, con la quale, come federazione, abbiamo in corso un partenariato per il sostegno a dottorati di ricerca che svolgano lavori specifici su questo tema.
In Italia il diritto alla residenza esiste dal 1954. In questo l’Italia è più avanti rispetto ad altri Paesi. Per le persone senza fissa dimora la legge prevede la concessione della residenza anagrafica fittizia. Ha avuto modo di farsi un’idea su tale situazione nel Friuli Venezia Giulia? Le città dotate di un indirizzo fittizio, purtroppo, per quanto in crescita negli ultimi anni, non sono più di una ventina. In Europa la situazione non è molto differente, e la questione delle residenza non ricade direttamente sotto la sfera di influenza dei principi dell’Unione Europea e delle direttive riferite alla libertà di movimento. Ciò che però la maggior parte d’Europa ha, e invece a noi manca, è un sistema di presa in carico pubblica degli homeless presenti stabilmente sul territorio, che scatta per tutti coloro la cui presenza è legittima (ossia non irregolare).
L’assetto regionale del welfare in Friuli Venezia Giulia non contempla diritti chiari o sistemi di presa in carico particolarmente efficaci per le persone senza dimora, ma si colloca senz’altro tra le migliori pratiche legislative, amministrative e di servizio presenti in Italia. Nello specifico della normativa anagrafica, che è competenza esclusiva nazionale, e sulla quale quindi la Regione può ben poco, il Friuli non fa eccezione rispetto al resto del Paese. Anche in virtù del fatto che è un territorio a prevalenza di comuni medio-piccoli, non esistono sistemi particolarmente forti di risposta alle marginalità.
A Fio.Psd è associata la Caritas di Udine, che fa un lavoro eccellente anche insieme alle amministrazioni pubbliche del suo territorio, così come accade a Trieste. In queste due realtà la residenza si riesce ad ottenere, anche grazie al partenariato solido stabilito tra gli attori del terzo settore che seguono le persone e le anagrafi.
Quello che anche qui peraltro si verifica è un certo “scollamento” tra Servizi sociali e Anagrafe, dove i primi, per evitare un numero di prese in carico eccessive, pressano i politici e le anagrafi perché non si “largheggi” troppo la concessione di residenze. Ma questo è un caso tipico di quelle violazioni di diritti di cui dicevo prima. La residenza anagrafica, ove se ne abbia titolo perché se ne sia privi e si sia stati dichiarati irreperibili, è un diritto soggettivo perfetto, e non può essere condizionato in alcun modo, almeno a legislazione vigente.
Il Parlamento europeo ha indicato il 2015 come anno entro il quale i problemi dell’homelessness devono essere eliminati. A che punto siamo? È vero che lo stato italiano non fa interventi ad hoc dal 2000? L’impegno cui si riferisce è quello di eliminare la street homelessness, ossia il problema delle persone costrette a dormire in strada. La dichiarazione scritta del Parlamento Europeo è un atto fondamentale, ma purtroppo solo di indirizzo, in quanto non ha potere coercitivo.
Siamo molto indietro, almeno nel nostro paese; altrove, i governi hanno invece recentemente preso l’impegno di raggiungere realmente tale obiettivo, alcuni entro addirittura il 2012. Lo stato italiano in effetti, dopo l’art. 27 della legge 328/2000, che finanziava per due-tre anni un fondo d’emergenza contro la povertà, non ha più fatto nulla di concreto al riguardo, neppure quello che la Costituzione lo obbligava a fare, ossia la definizione di livelli essenziali di assistenza sociale.
È stato scaricato tutto sulle Regioni ma, senza linee guida chiare, neppure queste hanno fatto granché, salvo alcune buone nuove leggi e regolamenti, nei quali tuttavia non riscontriamo impegni decisivi a favore dei senza dimora. I comuni sono certamente gli attori fondamentali in questo campo, ma senza un’infrastruttura di diritti essenziali garantiti e tutelati con relativi adeguati trasferimenti di risorse non possono loro soli risolvere i problemi.
|
|
|
|
Archivio |
-
luglio, 2010
-
giugno, 2010
-
maggio, 2010
-
aprile, 2010
-
marzo, 2010
-
febbraio, 2010
-
gennaio, 2010
-
dicembre, 2009
-
novembre, 2009
-
ottobre, 2009
-
settembre, 2009
-
agosto, 2009
|
|