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Uomo del sacro, uomo della relazione |
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Scritto da Stefano Sodaro
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giovedì 26 marzo 2009 |
C'è poco da fare. La figura del prete è, ad ogni latitudine, culturale
o geografica, scrigno di una forza potentissima. Attrattiva o
repulsiva. Ma incontenibile. E perché? Perché attua una sintesi unica,
non altrove riproducibile — né in luoghi, né in altre persone —, tra le
due dimensioni, fondamentali, del sacro e del potere. E non parliamo di
preti specificamente cattolici. Intendiamo la categoria del “prete”
come archetipo mentale, presente dappertutto, in ogni religione, così
come nella letteratura, nell’arte, nella sociologia, perfino nelle
battute di osteria.
L’uomo del sacro dunque. Anzi, l’officiante,
l’iniziatore ed il dispensatore di benefici di cui soltanto lui ha la
chiave e detiene il segreto. Dire “il liturgo” sarebbe già entrare in
un terreno più delicato, perché la liturgia è terreno esistenziale
quasi ancora completamente inesplorato.
Ognuno di noi ha i suoi “riti”.
Molto più complicato, se non azzardato, dire che ognuno di noi ha le
sue “liturgie”. Anche perché, essendo la liturgia di per sé libera
celebrazione, diversamente dal compimento di un ufficio rituale,
significherebbe che ognuno di noi è costantemente gioioso perché
libero, o meglio costantemente emozionato, commosso, appassionato. Il
che non pare. Il «verum gaudium», scriveva Seneca, «res severa est»,
dunque è anche “pathos”. Ma, francamente, da che educazione è buona
educazione, le lacrime si nascondono, nessuno sfogo emotivo è concesso.
E in giro si vedono solo cupezza e mestizia. Anche con cravatte rosa
sfavillante.
Il video-intervista di Marco Manzoni a Raimon Panikkar, realizzato nel 2006 a Milano — quando questo singolare esponente della convivenza, in un’unica persona, di due dimensioni culturali e spirituali, quella cristiano cattolica occidentale e quella indiana induista, aveva 88 anni —, è stato efficacemente proposto venerdì 20 marzo, presente lo stesso Manzoni, davanti ad una cinquantina di persone alla Casa della Musica in via dei Capitelli. Bene: ascoltare Panikkar, pur ordinato sacerdote cattolico nel 1946, non è ascoltare un prete, sia detto con tutto il rispetto. Per alcuni sarà un bene, per altri un male: ognuno la pensi come crede. Fatto sta che qui l’officiante scompare, il culto svanisce. Resta la liturgia.
Bozze in sintesi di un salutare sconvolgimento interiore, almeno per chi scrive queste righe. «La frammentazione ci avvolge e comincia nel pensiero: si distingue tra laico e credente, io non so chi sia un laico»; «pensare non è catalogare»; «il rimedio alla frammentazione non è la sintesi, bensì il dia/logo, cioè il superamento del logos»; «la frammentazione si cura evitandola»; «non si educa con la paura ma con l’amore»;
«l’esperienza fatta, e da insegnare, non sono i fallimenti accumulati»; «non si può amare a comando»; «nella religione si è sempre espresso il meglio e il peggio dell’uomo», «la religione nasce dalla serena coscienza dell’ignoranza, dall’umiltà del non poter sapere tutto»; «la religione o serve a re-ligare, cioè a connettersi, relazionarsi reciprocamente, e quindi slega, libera dalla tristezza dell’io puramente intellettuale, oppure non serve a niente, a niente»;
«come si fa a solo ipotizzare che Gesù non si sia mai messo a ridere, e anche a scherzare, se aveva a che fare con uno come Pietro?»; «non è affatto invenzione dei cristiani la scoperta della centralità religiosa dell’amore, i Veda iniziano con l’affermazione dello stesso principio, il primogenito degli dei è l’amore»; «l’amore non può essere completamente razionale»; «chi non sa piangere, non sa pregare»; «devo resistere alla tentazione di rispondere alle domande sul “come”, non c’è “come”, questo è pensiero strumentale, solo in acqua si impara a nuotare». Le dice queste cose un sacerdote novantenne, non un figlio dei fiori in ritardo.
E Panikkar insiste che la conoscenza di Dio non è l’“amor Dei intellectualis” e che non c’è ordine di priorità ontologica tra amore del prossimo e amore di Dio, pena l’impossessamento teologico di Dio. E che “amore” piuttosto vuol dire “amore” a basta. Dunque passione, dunque anche contatto fisico, dunque anche abbraccio e commozione. E non sorprende che una dei presenti all’incontro abbia confidato che, quando in Spagna, dove risiede abitualmente Panikkar, chiese di lui ad un chierico, si sentì rispondere: «Ma quello è un filosofo, non un prete».
Oibò: si preferiscono preti non-filosofi in circolazione? Il gusto per la sapienza — la “filo/sofia” — di Panikkar profuma di Concilio: ma, sia chiesto senza volontà alcuna di polemica: che ne è del Concilio? La generazione che va dai 15 ai 35 anni, per il novanta per cento, non ha probabilmente mai sentito parlare, in una chiesa, del Vaticano II, che — non si capisce bene perché a torto secondo alcuni — divenne anni, decenni, fa “il” Concilio per antonomasia.
Più facile che sia avvenuto in un documentario televisivo. Eppure sta lì il segreto di una giovinezza ecclesiale che ci si auspicherebbe non rimanesse appannaggio pressoché esclusivo dei novantenni. Panikkar, comunque, lo ha confermato Manzoni su esplicita richiesta del sottoscritto, gode di buona salute. Meno male.
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Ultimo aggiornamento ( giovedì 09 aprile 2009 )
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