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Cattolicità e laicità: Enzo Bianchi |
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Scritto da Giorgio Malavasi
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giovedì 19 marzo 2009 |
È una questione di stile più che di contenuto. Di forma più che di
sostanza. Ciò che a Enzo Bianchi — da cristiano — non piace è lo stile
militante, che tende ad imporsi più che a proporre, assunto troppo
spesso dalla Chiesa in questi anni. A colloquio con Massimo Cacciari all’Istituto Laurentianum di Mestre,
invitato da Pax Christi, dal Segretariato Attività ecumeniche e dalla
rivista Esodo, il priore della comunità monastica di Bose si sofferma
sui temi della laicità e della testimonianza cristiana. E non nasconde
un certo fastidio per come, negli ultimi trent’anni, la
Chiesa ha interpretato il suo ruolo al proprio interno e, soprattutto, nella società. Un’interpretazione fin troppo “muscolosa” — fa capire Bianchi — comprensibile se si legge in un certo modo la nostra storia recente, ma che in certuni casi ha travisato le modalità più genuine del testimoniare cristiano. Di fronte ad una sala affollatissima, stimolato dalle domande dal pubblico, Enzo Bianchi ha parlato martedì 10 marzo scorso di una Chiesa (italiana, in particolare) tentata dall’idea di imporre le proprie idee e i propri principi.
Per capire come si sia giunti all’oggi, il monaco torna agli anni ’70 e al clima post-conciliare di quella stagione: «Dopo quel momento di grande propulsione e dilatazione che fu il Vaticano II, la Chiesa fu molto sorpresa e spaventata da due fenomeni: la libertà dei costumi, in particolare sessuali, e la lotta politica sfociata nella lotta armata».
Di fronte a questi eventi — prosegue la ricostruzione storica di Bianchi — la Chiesa si accorse che le novità conciliari erano a rischio di fraintendimento e che la stessa identità del messaggio barcollava: «Negli ultimi anni di Paolo VI la Chiesa si ritrovò a non avere più parola. C’era bisogno di riportare nella comunità ecclesiale la capacità di confessione e di testimonianza. Papa Wojtyla, anche per la sua provenienza dall’Est comunista, ha avuto esattamente questa capacità di dare corpo alla militanza e alla confessione, reintroducendola con forza nella Chiesa e dilatandola a tutto l’Occidente».
I movimenti, in particolare — secondo Bianchi — hanno avuto la funzione di interpretare questa esigenza: «Ma la militanza, specie a partire dal ’95, ha cominciato, a volte, ad assumere lo stile appreso dalle formazioni sindacali e politiche. Per cui abbiamo visto la Chiesa che è arrivata a sostenere perfino le manifestazioni di piazza».
E qui, secondo il priore di Bose, si apre la questione dello stile: «Anche se le battaglie sono giuste e i valori da difendere validi, questo non è lo stile dei cristiani. Perché nel cristianesimo conta quasi più lo stile che non il contenuto. Leggete nel Vangelo, il contenuto è piccolo: il regno di Dio è vicino, Cristo è risorto. Ma lo stile con cui Gesù dice ai cristiani come vivere in mezzo agli altri — e addirittura fa attenzione se si va con i sandali o con le scarpe, con il bastone o con il denaro — occupa uno spazio grande». Il che dice «quanto grande sia, nel Vangelo, l’attenzione allo stile, cioè alla mitezza e all’umiltà».
E questa è anche l’essenza della testimonianza: «Per vedere che cos’è si vada all’“Evangeli nuntiandi” di Paolo VI, la magna charta della testimonianza cristiana. La testimonianza non solo rifugge il proselitismo o l’imposizione, ma chiede che la Chiesa si proponga con mezzi umili e poveri, e che i cristiani sappiano dire la loro verità fino alla persecuzione, ma sempre con mitezza e con dolcezza. La testimonianza ha bisogno di stile, ma in questo momento c’è poco stile».
Ma attenzione — sottolinea Enzo Bianchi — «io non sono uno spiritualista, non sono per un cristianesimo senza carne e senza implicanze nella polis: stiamo facendo delle battaglie giuste e su certi temi non possiamo transigere. Ma quando i cristiani non hanno più l’attenzione alla mitezza e all’umiltà, cioè allo stile evangelico, sono dei militanti, non sono più dei discepoli del Signore».
Il travisamento dello stile, del “colore” della testimonianza, porta — secondo il monaco piemontese — ad esiti pericolosi: «Si arriva alla tentazione della teocrazia, cioè dell’imporre leggi che derivano dalla fede e dalla rivelazione. Si arriva anche, come è accaduto di vedere in questi ultimi quindici anni, ad un tentativo di declinazione del cattolicesimo come religione civile, tentativo operato da parte di alcuni ecclesiastici ma anche di forze politiche non ascrivibili sotto il segno della fede cristiana».
Questione di stile. E di metodo che ne è conseguenza: «Ogni volta che la Chiesa entra con proposte tecniche nell’agone politico, economico o giuridico, di fatto crea innanzitutto una divisione all’interno della comunità cristiana. Altro è il compito dei cristiani e dei fedeli, che nell’edificazione della polis devono prendere responsabilità politiche ispirate dal Vangelo e poi devono tradurle in decisioni e soluzioni pratiche insieme a tutte le altri componenti, anche non cristiane, della società.
Ma la Chiesa e le figure ecclesiali possono dire una parola solo a livello profetico, pre-politico, pre-economico, pre-giuridico. Non devono mai suggerire soluzioni tecniche, perché questo spetta a chi gestisce le procedure previste dalla polis e al gioco democratico, in cui si decide con il criterio della maggioranza».
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