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Intervista a Walter Nanni (Caritas) PDF Stampa E-mail
Scritto da Elisabetta Kolar   
giovedì 12 marzo 2009
Crisi economica, incertezza sul futuro, precarietà sono solo alcune delle parole che sempre più frequentemente ricorrono tanto nei dibattiti tra esperti, quanto nei discorsi quotidiani. E proprio nella vita quotidiana, soprattutto di chi vive situazioni di disagio, queste parole sembrano assumere un significato particolare. Walter Nanni, sociologo, da anni impegnato nello studio dei fenomeni di povertà, marginalità e disagio per l’Ufficio Studi della Caritas italiana, intervenuto nei giorni scorsi a Trieste nell’ambito di un percorso di formazione rivolto agli operatori della Caritas diocesana, tratteggia alcuni elementi che sembrano caratterizzare il momento attuale. L’Ufficio Studi della Caritas italiana analizza i fenomeni di povertà, marginalità estrema: chi si rivolge solitamente ai servizi della Caritas?
Nella maggior parte dei casi gli interventi rispondono a bisogni primari, spesso legati a condizioni di povertà, anche cronica, oppure sono rivolti a persone di passaggio, stranieri, senza dimora.
Di solito i servizi della Caritas rappresentano una sorta di “ultima spiaggia”, quando altre soluzioni non hanno funzionato. Il fatto che molti degli interventi siano diretti alla soddisfazione di bisogni primari (es.: aiuti alimentari), tuttavia, deve far riflettere circa le capacità dello stato sociale di rispondere a queste situazioni.

Si parla di crisi economica, di precarietà: quali cambiamenti avete riscontrato finora all’interno dei vostri servizi?
Tradizionalmente ai Centri di Ascolto della Caritas si rivolgono persone sole, spesso in situazioni di grave marginalità. Oggi, tuttavia, gli operatori si trovano di fronte famiglie, che in passato vivevano situazioni di “normalità”. Si assiste, cioè, a un impoverimento che tocca anche persone e nuclei familiari a suo tempo estranei a questi problemi. Va considerato, inoltre, il progressivo invecchiamento della popolazione e il rischio che, a causa delle ridotte capacità economiche, le persone anziane si trovino in difficoltà. Terzo elemento, il forte calo del volontariato giovanile, soprattutto nel sociale.

Come si spiega questo fenomeno?
Vi sono diversi elementi che concorrono a determinarlo. Innanzi tutto sembra mancare quella tensione verso il collettivo: i giovani sembrano riconoscere soprattutto i loro diritti, forse anche per l’attenzione che ad essi è stata dedicata, e meno i doveri, in particolare quelli che hanno a che fare con l’assunzione di una responsabilità condivisa, con un impegno per il bene comune.
E d’altra parte l’importante incertezza circa il futuro, accresciuta anche da una crisi, cui gli stessi economisti non sembrano riuscire a dare contorni precisi, porta a una visione pessimista, a una tendenza a vivere il presente, piuttosto che a investire sul futuro.

Come si potrebbe accrescere l’impegno dei giovani nel volontariato?
Bisognerebbe accrescere l’attenzione verso le politiche giovanili: oggi si fa molta informazione, ma si interviene poco nei luoghi di aggregazione dei giovani. Bisogna essere presenti laddove i giovani si ritrovano e sviluppare dei percorsi a partire dai loro interessi.
La Caritas e la Chiesa potrebbero, inoltre, sensibilizzare i giovani verso il volontariato nel sociale, soprattutto in quei settori (carceri, salute mentale, nomadi…) in cui il volontariato fa difficoltà a svilupparsi. E poi agire nei quartieri, rivitalizzare i rapporti di vicinato, promuovere reti di mutuo aiuto, che oggi sembrano limitate ad alcune aree del sociale. In questo senso può essere molto importante l’azione delle parrocchie, proprio perché presenti nel territorio, vicine alle persone.

Come si potrebbe sviluppare un’attenzione al territorio?
È necessario, sia da parte degli operatori Caritas, sia da parte delle parrocchie, imparare a guardarsi intorno, imparare a osservare e cogliere le trasformazioni in atto. È necessario rilevare, in un territorio, i meccanismi che producono esclusione e per far ciò è necessario assumere un metodo di osservazione.

Ed è proprio all’acquisizione di un metodo di osservazione che è stato dedicato l’intervento rivolto agli operatori della Caritas e l’incontro serale con le parrocchie. Un’osservazione che, grazie a un metodo preciso, consente di evidenziare i bisogni di un territorio, in particolare quelli delle persone che vivono gravi situazioni di emarginazione; un’osservazione che, nel riportare l’attenzione ai “bisogni dimenticati”, permette, per usare le parole di Nanni, di “dare voce a chi non ce l’ha”.

 
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