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Di chi è la colpa? PDF Stampa E-mail
Scritto da Alberto Campoleoni   
giovedì 26 febbraio 2009
È davvero difficile commentare un fatto come quello accaduto a Chioggia, dove un ragazzino tredicenne ha accoltellato il proprio insegnante di musica. Lo ha fatto a scuola, con un gesto premeditato, dopo aver portato in classe, da casa, un coltello da cucina. È difficile ma opportuno fare qualche riflessione perché questa vicenda estrema in qualche modo coinvolge tutti.

Cosa succede ai ragazzi? Questa è la domanda da porsi con sempre maggiore serietà, pur senza drammatizzare ed estendere oltre misura situazioni di disagio e degrado. È interessante leggere, su internet, i commenti delle persone alla notizia di Chioggia: colpa della tv, della scuola, dei genitori, della politica e naturalmente di internet; colpa della cultura di sinistra e del permissivismo, della mancata certezza della pena, dell’odio che si semina a ruota libera, magari contro gli immigrati... C’è un po’ di tutto.

C’è anche tanta passione e interesse insieme però allo sgomento e alla sostanziale resa di fronte a fenomeni che sembrano non avere soluzione.
  Eppure qualcosa si deve poter fare. Anzitutto continuare a considerare i ragazzi e i più piccoli in generale come creditori dell’impegno degli adulti. Sviluppando, si passi l’esempio, una genitorialità allargata. Nel senso di avvertire tutti nei loro confronti una piena responsabilità.

La famiglia e la scuola, agenzie educative tradizionali, come peraltro anche la parrocchia, sono sostanzialmente spiazzate nel contesto contemporaneo dove informazioni, valori, riferimenti e modelli di comportamento giungono da più parti e sono proposti in modo estremamente veloce, non mediato, senza filtri.

Se la tentazione, da parte di ciascuna agenzia, e degli adulti in generale, è quella di lasciar cadere le braccia, l’occasione è invece quella di rilanciare e cercare alleanze, mettersi insieme dando corpo a reale e condivisa responsabilità educativa. Questa è una vera emergenza contemporanea. Ci sono tante volte famiglie chiuse, spesso isolate dalle molteplici e concrete difficoltà di ogni genere che incontrano tutti i giorni.

Famiglie dove è già difficile “fare alleanza” all’interno, a partire dai genitori tra loro. E dove non di rado, e come richiede l’età, i ragazzini vivono un mondo proprio, talvolta del tutto sconosciuto agli adulti. Questi minori bisogna guardarli da tanti punti di vista diversi da mettere poi insieme per capire, per aiutare loro ad affrontare il cammino della vita senza sbandare troppo.

Famiglia e scuola, parrocchia, associazioni: sul territorio bisogna fare comunità. Occorre rispondere così al progressivo degrado del tessuto di relazioni che accomuna la nostra società, dove ciascuno tende a fare per sé. È un passo necessario, per ricordare poi che ne servono certamente anche altri, che ci sono piani successivi da responsabilizzare — dalla televisione alla politica, per intenderci — per costruire un futuro migliore del quale non vogliamo fare a meno.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 12 marzo 2009 )
 
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