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Come stanno i giovani nella Chiesa? Cosa pensano di “questa” comunità di fede che cammina in “questa” città? Essa è la loro casa o il luogo di ritrovo per fare alcune attività seppur lodevoli? Finite le attività restano i rapporti o ci si allontana senza che nessuno se ne accorga? E il ponte con le altre generazioni? Le sollecitazioni zampillavano come una fontana in piena con spruzzi in tutte la direzioni. Beneficamente, e forse anche finalmente, si sono trascorse due giornate contagiati da un vero interesse per i giovani, sono volate domande insinuanti, ci si è messi a confronto con una realtà mutata e scomoda, ma anche suggestiva e stimolante. Alla fine è stato un dono per tutti.
Lasciare le vesti del formalismo e abbracciare, talora con paura, talora con gioia, la ricerca di un modo giusto per i tempi di essere cristiani è risultato liberante forse ancor di più per gli adulti presenti alla indovinata iniziativa. E sin dall’inizio con l’invito di mons. Sigalini a chiudere la stagione del “ai miei tempi”, che non fa che fissare una distanza senza significato. Ieri la giovinezza era breve , oggi è lunga, ieri avevi le risposte senza aver fatto le domande, oggi è l’inverso.
E allora si devono creare i ponti e non i recinti e mettere in gioco la propria fede: una liberazione anche questa dall’immobilismo ripetitivo. Altra liberazione quella dall’ossessione dell’errore, riconoscendoci fragili e anche impauriti, per poi tenerci per mano fra generazioni e capirsi, cominciando a camminare insieme, come ricordava Ambra Cusin. Sempre di più oggi i giovani avvertono la necessità di una fede-rapporto di amicizia con Dio, un sempre più forte desiderio di essere amati gratis non perché si è bravi ed efficienti.
Stare accanto, accompagnare, rivalutare la sfera affettiva, la Chiesa non è un’azienda con precise e immutevoli gerarchie o gelide programmazioni, il sogno del suo Fondatore non era certo un apparato, ma una comunità di fratelli l’uno al servizio dell’altro e con l’unico biglietto da visita dell’accoglienza senza distinzioni. Meno dottrina e più relazioni ha suggerito nei suoi coloriti e talora provocatori interventi fra Benito, emiliano doc proveniente dall’ateismo militante e oggi religioso dei Servi di Maria a Bologna, dove vive gomito a gomito con i giovani.
Meno dottrina e più umanità, insomma, non è più il tempo degli indici levati, delle accuse e dei facili giudizi sommari, ma della pazienza, dell’amore, della vicinanza sapiente e generosa, umile, disinteressata, lungimirante, fiduciosa in Dio e nella libertà che i giovani di questo tempo non possono non provare con tutti i rischi del caso. Che libertà sarebbe infatti quella soltanto orientata da adulti spesso ansiosi, si chiedeva fra Benito?
La fiducia poi si radica nella convinzione che da sempre si è imprecato contro le nuove generazioni, salvo accorgersi poi che essi avevano in sé il germe di un mondo diverso e persino migliore di quello degli adulti. Così come ricordava il prof. Tibaldi con la sua comunicazione cinematografica relativa al film “Il Signore degli anelli”, in cui gli hobbit, creature piccole senza potere, sanno portare la nota di una vita più bella e più libera. Somigliano, ha detto il professore, proprio ai giovani di ogni tempo, apparentemente piccoli e privi di potere, mentre possiedono in sé le tracce di quella energia arcana che metterà un tassello nuovo nel mosaico del mondo.
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