Sabato pomeriggio “Relazionalità ed affettività” sono stati i temi centrali all’interno dei quali si è articolato il dialogo tra i tre relatori ed il pubblico presente in sala. Si è parlato di sentimenti, ferite, errori, relazioni tra adulti e giovani, difficoltà di dialogo, fede, in un rapporto dialogico che è parso da subito non aver bisogno di troppi incoraggiamenti. Sì perché, di fronte alle giuste provocazioni, le reazioni non si fanno attendere e così è stato anche sabato pomeriggio. Si desiderava il dialogo tra le generazioni e il dialogo non è venuto meno; si sperava di suscitare dubbi e domande e gli sms ed i lavori dei focus groups hanno fatto emergere l’oggetto di tanta speranza.
Abbiamo parlato di provocazioni, ma possiamo senza dubbio affermare che non si tratta solo di contenuti (peraltro molto ricchi e capaci di sollevare quegli interrogativi appunto ai quali i relatori volutamente non hanno dato immediate risposte). «Dio è un sognatore» ha affermato in uno dei suoi interventi mons. Domenico Sigalini, vescovo di Palestrina e assistente generale dell’Azione Cattolica italiana. A noi viene da aggiungere che anche lui dimostra di esserlo, quando si rivolge ai giovani desiderando per loro una vita affettiva fatta di poesia, di relazioni vive, originali, dalle sfumature squisitamente personali ma inserite all’interno di un più grande progetto nel quale ciascuno non si ritrova ad essere soltanto un oggetto, quando parla della loro solitudine auspicando che ci possa sempre essere qualche adulto capace di tirarli fuori da questa condizione, quando afferma di non scandalizzarsi di fronte a certi atteggiamenti ma piuttosto di provare una grande tristezza. Sogna a voce alta così che tutti possano sentire ed i diretti interessati rimanerne affascinati (non ci è voluto molto tempo perché si formasse attorno a lui un capannello di giovani in uno dei momenti di pausa). E lo fa con lo stile che era proprio di Giovanni Paolo II, «il mio maestro» ha esordito senza remore, un maestro che «ha saputo aiutare il mondo adulto a dialogare con il mondo dei giovani», sapendone apprezzare e far stimare da tutti la validità all’interno della società attuale.
E proprio in questo atteggiamento di vicinanza, di passione che difficilmente lascia inerti si può riscontrare uno degli elementi che ha caratterizzato l’incontro della prima giornata di Agorà. «I giovani ci fanno paura e devono farcela. Perché loro, perché voi, avete potenzialmente gli strumenti per cambiare il mondo». Sono parole di un altro relatore, la psicoterapeuta Ambra Cusin Zaccariotto, che poi ha così continuato: «La domanda che ci inquieta è se i giovani sapranno cambiarlo in bene o in male. Non lo so, […] come tutte le persone non più giovani sono pessimista, ma poi li vedo questi ragazzi e nei loro occhi vedo una luce che mi dono fiducia». Il tema della fiducia ritorna più volte durante lo scorrere del pomeriggio e si pone anche nelle corde di mons. Sigalini, per il quale questo è il primo atteggiamento da assumere nei confronti del mondo giovanile. «Voi siete all’altezza delle generazioni che vi hanno preceduto» ribadisce, pur senza dimenticare le difficoltà oggi fortemente presenti nel dialogo tra giovani ed adulti e di cui non si può non tenere conto. «Stiamo vivendo in due mondi paralleli, siamo su piani diversi che non si incontrano» perché la giovinezza, che oggi si protrae fino a 34-35 anni, ha il tempo di creare una quantità enorme di propri linguaggi, modi di essere, rapporti tra persone… E questo divario non manca di farsi sentire anche nei confronti della fede. «Oggi i giovani si fanno un sacco di domande ma nessuno è capace di dare risposte», a differenza di quanto era successo con la generazione dei genitori che «ha ricevuto le risposte senza farsi le domande». Di qui la necessità di creare «dei ponti, altrimenti non riusciamo a comunicare, non riusciamo a tradurre, né ad imparare». Gli adulti vengono, dunque, pienamente chiamati in causa, invitati a mettere in gioco la propria fede («è il primo elemento importante per fare in modo che i giovani la carichino della loro novità e l’accolgano», sottolinea ancora mons. Sigalini), ad essere guide capaci di testimoniare senza imporre, a stare a fianco accettando anche il rischio e la difficoltà di vedere il proprio figlio incastrato in mille dubbi o in scelte sbagliate. «Siamo in grado di sperare, di credere che il giovane uscirà dalla palude in cui a volte si invischia? », domanda la dottoressa Cusin e, ancora, rispetto all’errore «quale impatto ha sulla nostra vita di adulti e quale peso diamo agli errori dei giovani?». Le domande si susseguono durante tutto l’incontro e anche dopo durante le conclusioni a fine giornata nel comune sforzo di comunicarsi le proprie esperienze, caratterizzate dai propri punti di vista così come dalle proprie difficoltà. In questo non facile dialogo tra generazioni anche il tema dell’arte trova il suo spazio. La musica, in particolare, viene indicata quale strumento privilegiato da utilizzare per dare possibili risposte alla frattura esistente nel rapporto adulti-giovani: Adam Seli, diplomato al conservatorio in fisarmonica e consulente psico-sociale presso la Caritas diocesana, sottolinea la necessità di lasciare spazio ai sentimenti, di trovare il modo attraverso cui far emergere quella componente solo apparentemente più debole presente in ciascuno (ma che è anche la più ricca) che va sotto il nome di sentimento, di emozione e che, nell’età adulta, viene fortemente racchiusa nelle spesse maglie del mito della razionalità.
«Si tratta di far emergere il mondo affettivo, di riscoprire la nostra interiorità» di recuperarla, per poter sanare tutte quelle ferite che si porta dietro. Un lavoro certamente rischioso, ma che ancora una volta è un richiamo a mettersi in gioco, ad utilizzare tutte le carte possibili in una “sfida sulla vita” che vale fortemente la pena di affrontare con coraggio e passione. Francesca de Guarrini
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