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Omelia del vescovo per la vita consacrata |
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Scritto da mons. Eugenio Ravignani
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venerdì 06 febbraio 2009 |
Sorelle e fratelli,
a voi che il Signore ha chiamato perché foste suoi per sempre in una vita interamente a Lui donata ed ha consacrato nell’amore,
a voi – insieme con fratelli e sorelle che partecipano a questa liturgia - rivolgo l’augurio di grazia e di pace.
1. “Verrà l’angelo dell’alleanza che voi sospirate” (Ml 3, 1).
1.1. Non so se leggo bene le parole di Malachia. So che erano un severo ammonimento dal profeta rivolto alla comunità ebraica, rimpatriata dall’esilio in Babilonia, perché era venuta meno l’intensità dell’attesa che un messaggero annunziasse l’alleanza d’amore di Dio con il popolo che era suo. Il cuore doveva ardere nel desiderio che tale evento si compisse. “L’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, eccolo venire: entra nel suo tempio il Signore (CFR ML 3, 1). E’ insieme il compiersi di un’attesa e l’avverarsi di una promessa.
1.2. La pagina del vangelo secondo Matteo dice di un uomo giusto che visse i suoi lunghi anni nella speranza che la promessa si compisse. Quando sarebbe venuto colui che sarebbe stato la consolazione di Israele, si chiedeva.
Lo Spirito che era su Simeone ne confortava l’attesa. E fu lo stesso Spirito che gli fece mnuovere una volta ancora i suoi passi per recarsi al tempio. Forse non immaginava ciò che sarebbe accaduto: egli, l’atteso, Messia del Signore, entrava nel tempio. Era come entrare nella storia di quel popolo per stringere con esso una nuova alleanza d’amore. E Simeone nelle stanche braccia l’accoglieva, benedicendo Dio.
1.3. Sorelle e fratelli miei, non vorrei lasciar cadere un invito a pensare. Ma com’è entrato nella mia, nella vostra, vita il Signore? E come ho saputo riconoscerlo? E come l’ho accolto? Lo dico così, con semplicità: forse potrei saperlo per me, ma non posso sapere chi l’abbia fatto conoscere a voi e abbia tenuto desto in voi il desiderio che entrasse nella vostra storia come è entrato nella mia. Forse un sacerdote a cui avevamo aperto il cuore ci fece capire che non avrebbe avuto senso vivere se non fossimo vissuti per lui.
Posso chiedervi ciò che chiedo a me stesso: non cessi mai la stupita gratitudine per chi ci ha svelato la nostra vocazione? E nella fede rendiamo insieme grazie a Dio che con il suo Spirito ci ha guidato all’incontro con lui per consacrarci a lui ed ogni giorno ravviva di nuova freschezza la nostra gioia di essere suoi. Che non si possa dire che il Signore che sospiravamo è entrato in quel tempio suo che siamo noi?
2. “Che io possa vedere il suo volto!”
2.1. Un parola ancora voglio cogliere dal vangelo secondo Matteo. Simeone aveva vissuto i suoi lunghi anni nel desiderio, che era ancor più viva speranza, di vedere il Messia che attendeva. L’aveva desiderato tanto: poter fissare, anche per un momento solo, lo sguardo su di lui. E in lui cogliere finalmente l’attuarsi del disegno d’amore di Dio che all’uomo dona salvezza.
Lo Spirito gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte prima di aver veduto il Cristo del Signore. Ed egli aveva atteso il giorno in cui “i suoi occhi avrebbero visto la salvezza” (LC , 2, 26). Aveva tanto bramato di vederlo; lo vide con i suoi occhi. E dopo averlo veduto, benedicendo il Signore disse di poter andare in pace. 2.2. Vederlo il Signore. E’ anche il nostro desiderio, il sospiro dell’anima nostra. Forse non ci è dato ora, ma un giorno lo sarà. E non dimentichiamolo mai. Se è sincera, come dev’essere, la nostra preghiera, non diciamo spesso al Signore: quando vedrò il tuo volto? quando i miei occhi potranno contemplarti non più da lontano, come da straniero (CFR GB 19, 25-27)? Quando potrò vederti così come sei? Talora mi trovo a pensare che la vostra vita consacrata lasci perplessi coloro che non hanno il dono di leggerla nella fede. Pare non riescano a capire come si possa amare una persona senza vederne il volto che ne rivela il cuore. E perciò forse non comprendono nemmeno come possiamo vivere i nostri giorni nell’attesa che la nostra speranza si compia e possiamo finalmente vedere il volto del Signore. Certamente ciò avverrà. E colui che abbiamo amato pur senza averlo veduto e senza vederlo abbiamo creduto in lui (CR 1PT 1, 8), noi lo vedremo faccia a faccia, così come egli è (CFR 1GV 1GV 3, 2)..
Non vi sorprenderà se una giovanissima suora, che stava consumandosi per un tumore che la devastava, aveva il coraggio di chiedere – in una preghiera dei fedeli – che il Signore facesse crescere in lei il desiderio del cielo. Ma forse vi stupirà che un amico, non credente, un intellettuale di riconosciuta rettitudine e rigorosamente laico nel pensiero, nella vita consacrata intensamente vissuta percepisse l’anticipazione di una realtà futura. E mi diceva: voi siete per noi annuncio di un mondo che verrà. Non deludete le nostre attese. Se non sarete voi a dircelo, chi mai ce lo potrà far sperare?
3. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (GAL 2, 20).
3.1. Vedere Lui, il Signore, anche oggi. In quest’anno dedicato al bimillenario paolino il messaggio dei vescovi italiani ci rimanda a Paolo e al suo incontro con Cristo. Sulla via di Damasco una grande luce l’abbaglia ed egli non ci vede più, tanto che i suoi dovranno prenderlo per mano per accompagnarlo da Anania. Sarà quest’uomo, osservante e retto a dirgli “torna a vedere”, restituendogli la luce degli occhi. (CFR AT 22, 11-13). Gli si svelò allora solo la missione che avrebbe dovuto compiere, oppure scoprì davvero chi fosse colui che doveva annunciare?
Credo si possa dire che crebbero insieme l’ansia di sapere tutto di lui e il bisogno di parlarne a tutti. Tutto egli considerava una perdita e tutto lasciava perdere considerandolo spazzatura di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo” (cfr Fil 3, 8). Ma all’amore non bastava ancora. A Cristo che gli si era dato egli doveva appartenere per sempre. Nulla mai avrebbe potuto separarlo dall’amore di Cristo Gesù (CFR RM 8, 38). Né la morte, né la vita. Nulla. Ed affermava: “non sono nemmeno io che vivo, ma è Cristo che vive in me” (GAL 2, 20).
3.2. Ai consacrati i vescovi offrono l’esempio di Paolo. Davvero non basta il desiderio, non basta uno sguardo nella fede. L’amore esige di più, esige tutto. In uno scambio di amore che rende Cristo intimo a noi più di quanto non lo siamo a noi stessi, che fonde la nostra volontà con la sua in un dono di totale libertà, che con lui non respinge la croce ma la trasfigura nello splendore della risurrezione.
Sorelle e fratelli miei, sia vissuta così la nostra vita nella comunità ecclesiale e diventi appello anche ad altri fratelli e sorelle a perdersi per amore di Cristo donandosi ai fratelli. Ed anche chi non avesse il dono della fede, incontrandoci, possa chiedersi se non vi sia vera quella realtà soprannaturale, che supera i limiti e i valori di un’esistenza terrena e di cui la vita consacrata è segno e promessa.
E’ questa la mia preghiera per voi, lo sia anche la vostra per me che sempre benedico il Signore per ciò che siete tra noi ancor prima di rendergli grazie per ciò che fate, in spirito di fraterna collaborazione e di generoso servizio.
*** 13° GIORNATA DELLA VITA CONSACRATA
CATTEDRALE DI SAN GIUSTO, 2 FEBBRAIO 2009.
ML 3, 1-4; EB 2, 14-18; LC 2, 22-40.
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 06 febbraio 2009 )
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