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Tra Italia e Argentina PDF Stampa E-mail
Scritto da Tiziana Melloni   
venerdì 09 gennaio 2009
Tra Italia e Argentina c’è un flusso di arrivi e partenze che non s’interrompe ormai da più d’un secolo. Il 60% degli argentini ha origini italiane. Anche con le nostre terre il legame è forte: i Circoli giuliani sono una ventina, di cui quattro solo a Buenos Aires.
Abbiamo intervistato un argentino-triestino di seconda generazione, Duilio Ferlat, nato a Buenos Aires, ed un’argentina, Marina Radicella, nata a Tucumàn, nel Nord del Paese, che vive a Trieste da vent’anni, ed abbiamo scoperto una delle tante cose che i due popoli hanno in comune: il gusto del ricordare e del raccontare.  Il papà di Duilio Ferlat emigrò in Argentina nel 1947. Suo fratello era già a Buenos Aires e così trovò subito un lavoro. In quegli anni in Argentina c’era un “boom” economico straordinario, il Paese era considerato il granaio del mondo. Il signor Ferlat padre diventò in breve dirigente d’azienda, dove lavorò più di 40 anni insieme a sua moglie.

Duilio Ferlat, avvocato, è vicepresidente della Federazione dei Circoli giuliani argentini. «Buenos Aires è una città molto caotica. Quando vengo a Trieste vi trovo una gran tranquillità — racconta. — Viviamo alla periferia sud e per andare al lavoro, che è in centro, impiego un’ora d’automobile, in un traffico pazzesco».

Il signor Ferlat conosce l’Italia per la prima volta nel 1988, attraverso un viaggio di studio organizzato dai Circoli giuliani. «Sentiamo molto vive le nostre origini italiane. In famiglia cerchiamo di parlare la lingua italiana, a casa si mangia la pasta, tutte le volte che viene qualcuno dall’Italia ci facciamo portare il caffé triestino... Vengo spesso a Trieste, dove abbiamo ancora qualche parente e tanti amici conosciuti attraverso i Circoli. Ma non tutte le famiglie provenienti dall’Italia trasmettono allo stesso modo la propria identità. Così tra i giovani si fa più fatica a mantenere le tradizioni, la lingua».

Duilio Ferlat ha due figlie, Agostina e Giuliana, che vanno al liceo. «A scuola studiano il latino, una materia che qui s’insegna in poche scuole. L’italiano poi si può imparare solo con dei corsi privati. Tutti studiano l’inglese ed è un peccato che non venga mantenuto vivo il legame con l’Italia. Dal punto di vista lavorativo, per i nostri giovani il contatto con l’Italia potrebbe essere un’opportunità in più. La Regione, da parte sua, con l’attuale giunta non ha rinnovato la cooperazione economica con l’Argentina. Anche questo poteva essere un modo per mantenere i contatti. Le associazioni culturali non bastano, anche perché ci sono sempre meno fondi per sostenerle».

L’Argentina, racconta il signor Ferlat, da tempo sembra non uscir mai da uno stato di crisi. «Le dittature, i cattivi governi, il grande tracollo economico del 2001-2002 ci hanno sempre tenuto nell’insicurezza. Anche se tra il 2004 ed il 2006 c’è stata una ripresa, oggi con la crisi globale siamo di nuovo preoccupati». L’inflazione è a due cifre, solo da maggio i prezzi sono leggermente scesi. La benzina costa comunque meno che da noi, circa 80 centesimi di euro, ma i salari sono più bassi.

«Le persone che migrarono dall’Italia nel dopoguerra in generale non se la passano male, ma ci sono anziani che hanno delle pensioni miserrime. Attraverso i Circoli cerchiamo di aiutarli». Com’è la vita di tutti i giorni? «Molto caotica, Buenos Aires è enorme e la quantità di automobili è triplicata dal 2002. La criminalità è in crescita, soprattutto nell’ambiente della droga. Nelle periferie si sono moltiplicate le “villas de miseria”, quelle che in Italia si chiamano baraccopoli».

Chiediamo a Duilio Ferlat qual è la situazione della comunità cattolica: «Le vocazioni sono in calo, ci sono pochi sacerdoti, molti sono anziani. Ma nelle parrocchie di periferia spesso ci sono giovani sacerdoti molto impegnati in contesti sociali difficili. Le chiese sono affollate specialmente in occasione delle festività; tuttavia dai tempi dei nostri genitori è diminuito parecchio il numero di coloro che frequentano assiduamente la parrocchia. La vita frenetica della città spesso impedisce di tenere i contatti con la comunità. In ambito non cattolico, sono nate molte sette, sul modello statunitense, che attraggono parecchie persone specie nelle “villas”».

Ringraziamo l’avvocato Ferlat, che si gode il periodo di vacanza (a gennaio in Argentina è come da noi ad agosto) e passiamo la parola a Marina Radicella, a Trieste da 20 anni insieme a suo marito Sandro, ricercatore italiano che ha vissuto a lungo sia in Argentina che negli Usa.

Marina e Sandro Radicella hanno curato per tre anni la rubrica della Parola sul nostro settimanale.

«Mi trovo a casa qui a Trieste come in Argentina — esordisce la signora Radicella — con Sandro accanto è bello vivere in ogni Paese. E veramente ci sentiamo cittadini del mondo, anzi, abitare in luoghi diversi è stata una grande scuola. La lezione più grande è quella del rispetto dell’altro in tutte le sue espressioni, culturali, sociali, religiose. Sento molto vere per la mia vita le parole del messaggio, “Non più stranieri né ospiti ma della famiglia di Dio”».

Cosa ricorda dell’Argentina? C’è un po’ di nostalgia? «Ho vissuto l’infanzia e la giovinezza a Tucumàn, un luogo splendido, pieno di verde e di fiori: è chiamato “il giardino dell’Argentina”. Ci torniamo tutti gli anni, ho tanti parenti, nipoti, cugini, la nostra è una grande famiglia. Nostalgia? Non direi. La vita qui non è poi tanto diversa dall’Argentina, siamo tutti e due popoli latini, condividiamo molte tradizioni. Ci sentivamo più a disagio negli Stati Uniti, per quanto anche quella è stata un’esperienza che ci ha arricchito molto. Ma è così, gli Usa sono un Paese profondamente diverso. L’Argentina tutto sommato ha guardato sempre all’Europa come riferimento culturale».

Anche a Marina Radicella chiediamo qualche particolare di vita quotidiana: la cucina, per esempio... «Non mangiamo proprio all’argentina, non sarei più capace di mangiare sempre carne, qualche volta lì si prepara sia a pranzo che a cena! Preferiamo la dieta mediterranea, della pasta non ci stanchiamo mai».

L’esperienza di fede tra Italia ed Argentina? «C’è una grossa differenza nel rapporto con i laici. In Argentina, come in tutta l’America latina, i laici sono fortemente coinvolti nella pastorale. Un missionario qualche tempo fa ci raccontava che in una grossa parrocchia (80 mila abitanti), assieme agli otto sacerdoti ci sono 500 collaboratori laici. Le scuole di formazione dedicate ai laici sono numerose, attive e frequentate e i fedeli battezzati che offrono la loro disponibilità a collaborare con la Chiesa 24 ore su 24 sono molti e sono parte integrante della comunità ecclesiale. Veramente in Sud America si realizzano nei fatti le parole del Papa: “Ogni battezzato è in effetti membro vivo dell’unico corpo di Cristo”. Qui le cose sono abbastanza diverse».
 
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