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I re Magi al London Bridge PDF Stampa E-mail
Scritto da Renato Zilio*   
venerdì 09 gennaio 2009
«Ma allora i re Magi siamo noi!» mi lancia sicuro un emigrato, appena terminata la Messa. Illuminato come da una rivelazione improvvisa, sta traducendo l’omelia — oggi festa dell’Epifania — in termini concreti, quotidiani, con personaggi nostrani.
Avevo spiegato poco prima la dinamica dei re Magi... Venire da lontano, trovarsi perduto, inseguire una speranza luminosa, condividere ciò che si ha di più caro, di tipico e di prezioso, ammirare la vita in qualcosa di povero, di essenziale. Infine, essere un re nel proprio Paese, ma diventare, strada facendo, un nomade qualsiasi.
È vero, mi dico, i nostri emigrati italiani sono stati dei re magi in carne ed ossa per questa terra straniera. Travestiti, tuttavia, da... pastori. Quante umiliazioni! Vita dura, difficile e tormentata agli inizi come ricordava anche l’altro giorno qualcuno di loro: «Sono cinquant’anni che vivo qui, ma i primi tempi erano veramente duri, altro che adesso...». E deve essere stato proprio arduo visto che ancora adesso non è così facile vivere in terra inglese per i tanti giovani italiani che vi capitano...

Allora, i nostri erano chiamati in tanti modi per il mondo: ritals, macaroni, spag, cincali, dongo, negri, mafiosi... Il tono, invece, era sempre lo stesso: sprezzante. «È stata la nostra guerra di resistenza!» ti commenta Mario sulla settantina con un mezzo sorriso da vecchio combattente. «Quando incontri un uomo lo giudichi dai vestiti, quando te ne separi lo giudichi dal cuore!» recita, invece, un vecchio proverbio. E così, all’addio di ogni emigrante sono tanti i volti inglesi che compaiono d’incanto in chiesa per l’occasione...

E i nostri li senti ripetere a volte: «Abbiamo dato il meglio a questa terra, non ci resta più niente se non un po’ di salute...». La giovinezza, i figli, le energie migliori, una grande laboriosità e belle qualità morali... ecco i tesori aperti e condivisi qui con un popolo sconosciuto. Ma anche per la terra di origine i migranti sono sempre una provvidenza con le loro rimesse: un altro tesoro condiviso! Resta, in fondo, per i nostri emigrati solo la gioia di veder contenti i figli e i nipoti, acclimatati ormai alla terra e al clima inglese. E poi questa invidiabile vita fraterna con un’altra gente, con un altro popolo: una scoperta da ammirare come un dono di Dio.

«Per me invece che vengo spesso all’estero i re Magi sono semmai gli altri...» interviene Paola, soffiando vento contrario. È una giovane donna, medico, viene spesso in Inghilterra per stages o per congressi. La ascolto, per capire meglio... «Nel mio campo, per esempio, non si condivide nulla. Ognuno tiene per sé le cose, il proprio sapere come un tesoro geloso».

E porta un esempio: in un recente congresso all’estero ha imparato in soli tre giorni un sacco di cose nuove, mentre invece in un altro, a Genova, tre specialisti giravano attorno agli argomenti quasi non volessero rivelare nulla... «Se chiedo poi qualcosa a qualche studioso all’estero — continua — subito mi ragguaglia, mi spiega con calma le novità, mi trasmette sapere... ma da noi prima mi guardano come per umiliarmi e provano quindi a rispondere qualcosa, pressapoco...»

Tranquilla, poi, mi precisa: «Qui in Inghilterra, è vero, sono freddi, ma nel caso di bisogno sono presenti e concreti. Un responsabile che mi sembrava un po’ distante in un momento di difficoltà si è offerto lui stesso di prestarmi la carta di credito... cosa impensabile con i miei colleghi italiani! Qui trovo che la gente è più pratica, ti aiuta veramente, la nostra invece è calorosa, ma poi...».

Interviene al volo, allora, Giovanna: «In Italia quando protesto o chiedo informazioni mi rispondono anche cortesemente: la richiameremo o prenderemo in conto, ma poi, niente. Qui, invece, al 95% ti richiamano sul serio, condividono il tuo problema!».

Mi sorprendo ad accostare le due realtà come in una strana legge del contrappasso. La vecchia lezione dei nostri emigranti che si spezzavano la vita per gli altri e i nostri connazionali oggi che in un individualismo sorprendente conservano gelosamente i propri tesori... Sarà forse una nuova regola d’oro, mi dico: curare ognuno il proprio interesse, chiudersi nel particolarismo, perdere di vista l’insieme o il servizio a una comunità, tenere stretto il proprio tesoro.

Guardo, così, uscire in stormo dalla chiesa questi nostri italiani, vecchi combattenti ormai dal passo inglese. In fondo, come dei re Magi in cammino hanno sempre capito di non appartenere a nessuna terra: né a quella di origine, né a quella di arrivo. E in quest’ora avanzata della vita sentono che la terra promessa è ancora lontana e tuttavia prossima... Dove sentirsi finalmente dire come a dei veri re Magi alla grotta: Welcome! La parola più rara e più dolce per chi è straniero. Per chi viene come loro da ben lontano...

*missionario scalabriniano
 
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