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intervista al vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo |
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Scritto da Federico Citron
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venerdì 09 gennaio 2009 |
La domenica prima di Natale il vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo era a
Gaza per celebrare la festa della natività di Gesù con la comunità
cristiana. «Ho colto subito un clima elettrizzato, una tensione che si
tagliava con il coltello» racconta Marcuzzo, da 15 anni vescovo
ausiliare di Gerusalemme. Mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo è nato a San
Polo di Piave (diocesi di Vittorio Veneto, provincia di Treviso) il 24
aprile 1945, è stato consacrato vescovo nel 1993. È ausiliare di
Gerusalemme dei Latini.
Monsignor Marcuzzo aveva scelto come filo conduttore per l’Avvento e il Natale 2008 le parole dell’annuncio dell’angelo ai pastori: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore». «Fino a qualche settimana fa, infatti, si respirava un’atmosfera di novità, di speranza, di luce per l’avvenire anche per merito di Anneapolis e dell’elezione di Barack Obama — racconta Marcuzzo —. Era da 8 anni che non avevamo tanta speranza». Nel giro di poche ore, le speranze sono raggelate.
Quali sono le cause profonde di questa nuova esplosione di violenza? Le ragioni sono tre: la divisione del popolo palestinese e l’intransigenza di Hamas; il bisogno di sicurezza di Israele; e la più importante, l’occupazione israeliana di Gaza. Ma alla base di tutto, come ha giustamente osservato il Papa, vi è l’odio, la diffidenza reciproca, uno spirito e una cultura di violenza. Nell’appello per la pace firmato da 13 patriarchi e capi delle Chiese cristiane si chiede esplicitamente ai palestinesi di “cancellare” le divisioni interne.
Le divisioni tra palestinesi sono di ostacolo alla soluzione della crisi. Si sapeva che era un’utopia l’obiettivo di Anneapolis di arrivare, prima della fine dell’anno, a una soluzione dei contrasti tra Israele e Palestina, se prima non si trovava una soluzione al problema interno palestinese. Purtroppo c’è chi ha interesse a mantenere questa divisione. A mio parere bisogna coinvolgere Hamas nel processo di pace piuttosto che isolarlo. Ricordo che nel 2006, dopo la vittoria elettorale in elezioni democratiche, Hamas venne isolato dalla comunità internazionale e questo ha spinto il movimento tra le braccia delle forze più intransigenti, Iran ed Hezbollah.
Israele sostiene che Iran e Hezbollah hanno armato Hamas. Ci sono dei mezzi che Hamas non aveva e adesso ha. Hamas è collegato con Iran ed Hezbollah, che hanno fornito quello che ora Hamas usa. Ma questa violenza, questi attacchi non potranno mai essere la soluzione, né nell’immediato né alla lunga. Noi condanniamo le violenze di entrambe le parti.
Come se ne viene fuori? Gaza è solo una parte di un problema più generale. Togliere l’occupazione è la priorità fondamentale, ma richiede sicuramente del tempo. Nell’immediato, come suggerito dal Papa e da noi che viviamo in Terra Santa, bisogna stoppare la violenza e gli attacchi, metterci a dialogare direttamente o tramite un mediatore. A Gaza abbiamo tante persone che soffrono: le vittime sono intorno alle 500, i feriti più di 2 mila, mancano luce, acqua e medicinali. A Gaza noi abbiamo un parroco, quattro comunità di suore e tre scuole.
Quanto pesano le vicine elezioni politiche sulla posizione di Israele? La stampa sostiene che la campagna di guerra in atto ha anche una motivazione elettorale. Infatti nei sondaggi il Likud perde qualche punto, pur restando in testa, mentre i Laburisti guadagnano terreno.
Ci sono iniziative di pace comuni tra cristiani, musulmani ed ebrei? Domenica 4 gennaio si sono svolti incontri tra musulmani e cristiani per invocare insieme il dono della pace. Con gli ebrei la situazione è più complessa, ma non mancano i segnali positivi. Il 29 dicembre noi leader cattolici abbiamo incontrato il presidente della Repubblica Peres, che ci ha manifestato la sua sofferenza per quanto stanno vivendo sia gli israeliani che i palestinesi.
Fra qualche giorno sarà in Vaticano per la prossima visita del papa in Terra Santa. La visita è confermata? La visita del Papa a maggio per il momento rimane una notizia confermata ma non ufficiale. Perché il Papa possa venire in Terra Santa bisogna che gli scontri terminino. Adesso come adesso le circostanze non lo consentono. Sicuramente la presenza di Benedetto XVI contribuirebbe a rasserenare il clima, ma deve avvenire nelle circostanze opportune.
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