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Missione diocesana Iriamurai PDF Stampa E-mail
Scritto da Tiziana Melloni   
giovedì 16 ottobre 2008
Nella missione diocesana di Iriamurai il lavoro non manca e neppure le difficoltà. Prima di tutto i fattori climatici: da marzo non piove ed il caldo imperversa; in queste condizioni solo chi dispone di una pompa per portare acqua dal fiume riesce a coltivare pochi ortaggi per assicurarsi la sopravvivenza.
Anche la situazione politica non aiuta. Dopo le turbolente elezioni dello scorso anno, la riconciliazione nazionale è ancora lontana ed il conflitto tra i gruppi è una minaccia incombente. Dal punto di vista ecclesiale, dalla fine di giugno la diocesi di Embu — nel cui territorio si trova la missione di Iriamurai — è vacante. Mons. Anthony Muheria (lo abbiamo visto il 4 ottobre a Trieste per la beatificazione di don Bonifacio) è stato nominato vescovo di Kitui e nel frattempo è rimasto amministratore di Embu. Il clero locale è ancora molto giovane e in questa situazione ha bisogno del sostegno dei missionari.

Raggiungiamo don Piero Primieri mentre è in viaggio sul fiume Tana, per recarsi in visita ad una nuova cappella sorta sulle sue rive, ad una sessantina di km dalla parrocchia di Iriamurai: «In queste zone sta arrivando tanta gente, hanno bisogno di tutto, vivono in condizioni molto precarie. Stiamo costruendo dei piccoli centri in cui si trova una scuola, una cappella, dei servizi per l’agricoltura. Fino ad ora sono quattro».

Chiediamo a don Piero se ha tempo per raccontarci qualcosa di più e dall’eco del satellitare arriva la sua voce allegra: «In questo momento stiamo aspettando che si cuocia il pranzo, a base di cavolo africano. Ci metterà un bel po’! Oggi offro io, siamo una quarantina, ci sono i genitori dei bambini che frequentano la scuola elementare». Don Piero ride ancora: «Non c’è un edificio vero e proprio! Abbiamo due classi in una capanna divisa alla meglio, a gennaio servirà una terza classe, dobbiamo decidere come organizzarci. Iniziamo con la scuola, poi si costruisce la cappella e da questo piccolo nucleo nascono altre attività comunitarie: una specie di Far West!».

Don Piero non ci nasconde la complessità del lavoro: «Chi arriva magari appartiene a gruppi etnici diversi, la collaborazione è tutta da costruire, ma sempre con discrezione e con tanta pazienza. Quando sono in giro passo tutta la giornata con la gente che si raduna, lo scopo è quello di fare una riunione operativa, ma tutti i momenti sono importanti: mangiare, dare una mano nei lavori, incontrare i bambini e i genitori... magari alla fine della giornata un gruppetto si avvicina e chiede se si può organizzare una cappella per incontrarsi e pregare la domenica».

Non celebrerà la Messa ogni domenica in tutte le cappelle? «Questo è impossibile! Abbiamo un gruppo di catechisti laici, che formiamo nella parrocchia di Iriamurai, nel Centro pastorale, dove ci incontriamo una volta al mese con loro per due o tre giorni. Sono loro che la domenica raggiungono le cappelle e trascorrono la giornata con la gente».
Condividere le fatiche e le speranze, offrire l’istruzione per un domani migliore, costruire un rapporto di fiducia con i fedeli locali, rendere autonome le loro giovani Chiese: questo è lo stile di evangelizzazione dei nostri missionari in Kenya. Uno stile in cui la gioia di stare insieme ed il gusto dell’amicizia hanno una parte essenziale.
 
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