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Scritto da Narciso Fumo
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mercoledì 24 gennaio 2007 |
La storia dei cattolici triestini prima della Grande Guerra è quella di una minoranza destinata a soccombere di fronte all’anticlericalismo dei Liberalisti e dei Massoni, presenti in una non molto cospicua fascia della popolazione, ma certo la più evoluta economicamente e culturalmente. Situazione ancor più appesantita dalla grave “questione nazionale”, destinata a dividere i cattolici di parte italiana nei confronti dell’elemento slavo. Non c’è pubblicazione di matrice laica che non sottolinei, con certa soddisfazione, la pretesa inconsistenza culturale della cattolicità giuliana. Ma, pur riconoscendo che in verità gli echi del cattolicesimo italiano di fine secolo giungevano a Trieste e in Istria assai smorzati, va anche detto che non mancarono ne «L’Amico», nella vecchia gloriosa «Unione», nell’«Eco del Litorale» (giornali decisi e battaglieri, nonostante la limitata tiratura) generosi tentativi di educazione del popolo cristiano a leggere il duro contrasto con lo stato liberale (e, parallelamente, con le dottrine socialiste) come «...una lotta contro il culto assoluto ed esclusivo della nazione, l’individualismo economico e politico, l’indifferentismo religioso, l’illimitata sovranità popolare e la nascente dottrina dello stato etico» (cfr. Fonzi). Nell’ottica di una società da “ribattezzare” e da ricondurre a Cristo, va visto il persistente richiamo di «Civiltà Cattolica» e di tutte le altre pubblicazioni cattoliche (persino a livello di bollettini parrocchiali) ad essere cittadini esemplari! Ogni credente viene sollecitato a istruirsi, ad informarsi, a comportarsi come se dal suo “stile” dipendesse il mutamento — in meglio — della società nel suo complesso. Lotta alla bestemmia, alla pornografia, ai comportamenti familiari poco corretti, all’alcolismo, all’oziosità... sono le caratteristiche che contraddistinguono le testate che hanno preceduto Vita Nuova. I cattolici triestini e istriani (e, soprattutto, quelli che si sentivano in dovere di formare — anche attraverso la stampa — le nuove generazioni) scelsero di parlare al popolo con un linguaggio che il popolo potesse capire: optarono per “gli ultimi”, cercando di capirne i sentimenti e le attese, guidandone la maturazione. Stare col popolo significò, allora come oggi, mettersi dalla parte non di un’informe maggioranza numerica, ma condividere una realtà impastata di sofferenze quotidiane, materiali e spirituali, e persino di peccato, ma altresì ricca di fermenti e di valori. Vita Nuova raccoglie quest’eredità, si inserisce in questa tradizione, la continua e la completa, per ottantasette anni, col convincimento di aver combattuto “la buona battaglia”, come dice San Paolo. Si scrive nel primo numero: «... Ecco il nostro programma: consacrare la mente ed il cuore, il corpo e l’anima dell’uomo nella fede che è vita. Programma che... noi cattolici dobbiamo vivere, perché divenga vita del popolo nostro». Davvero — come si diceva allora “uscito di sacristia” — il settimanale cattolico rivendicava a pieno diritto la sua natura di strumento d’informazione tra altri pari. Vita Nuova assunse fin dal principio un “taglio” che la distingueva tra gli altri settimanali diocesani. Infatti, pur dando spazio alle città e ai paesi istriani, dei quali puntualmente riportava in cronaca le attività che testimoniavano le antiche tradizioni e la particolare sensibilità religiosa, puntava decisamente lo sguardo sulla travagliata vita di Trieste. Si possono seguire, con estremo interesse, le battaglie politiche comunali, le opinioni dei vari leader pro o contro la libertà d’insegnamento (la religione a scuola già allora faceva notizia!), le prese di posizione antidivorziste! Si presentano, non senza qualche punta intellettualistica, libri e spettacoli; si dà la cronaca minuziosa di manifestazioni e scioperi... Tutto ciò fa del nostro settimanale, anche se inevitabilmente impostato su cliché di rubriche fisse (la pagina delle donne, dei giovani, dei bambini...) qualcosa di radicalmente diverso dai confratelli friulani o veneti. Nella lunga notte del fascismo e il tragico dopoguerra Molta strada è stata percorsa dal 1920, e quasi tutta in salita: dalla realtà di una Chiesa appena uscita dalla ventata modernista, per la quale ogni novità appare subito sospetta, ad una Chiesa post-conciliare, ecumenica a tutto campo; da certe intemperanze linguistiche verso gli avversari alla ricerca di un dialogo sempre più sincero ed aperto, nella profonda convinzione che solo un pluralismo vissuto nel rispetto dell’altro senza limitazioni, senza tentazioni integraliste, possa giovare al bene comune. La storia è una severa maestra, ancor più lo è la guerra. Le difficoltà via via crescenti dei “terribili anni Trenta”, il secondo conflitto mondiale, lo straziante nostro dopoguerra che sembrava moltiplicare all’infinito quell’incubo, tutto ciò ha finito per bruciare sull’altare delle difficoltà comuni, delle necessità immediate di sopravvivenza, tutti i formalismi, le piccole polemiche di ogni giorno, depurandoci da molti pregiudizi ed errori. Nella lunga notte del fascismo Vita Nuova, con estrema difficoltà, seppe mantenere — grazie anche al prezioso sostegno di mons. Santin — una notevole autonomia di giudizio e d’intervento, almeno sulle questioni di fondo. Altre volte è stata ricordata la ferma opposizione alle leggi razziali del 1938, mantenuta anche sotto l’occupazione tedesca. Rimandiamo, perciò, a quanto scrive Zovatto in una sua opera. Diciamo soltanto che è ancora viva la memoria dei sequestri e delle minacce ai redattori. La fine del secondo conflitto mondiale non poté essere né per Trieste né per Vita Nuova la fine di ogni difficoltà e sofferenza. Anzi... Il plumbeo governo del Gma, largamente insensibile alle esigenze di libertà e di riconoscimento dell’identità italiana della città, mentre era fin troppo attento ad ogni «stormir di fronda» a livello internazionale, aveva reso l’atmosfera persino “irreale”. La certezza che i nostri destini fossero decisi sulle nostre teste era fattore di pessimismo dal quale ci salvarono solo il vescovo, al quale l’eroico comportamento prima sotto l’occupazione tedesca poi sotto quella titina aveva già conferito un eminente rilievo nelle coscienze di tutti, e il sindaco, Gianni Bartoli (Sindaco, in questo caso, si scrive con la maiuscola): qualunque giudizio si voglia dare sulla sua statura “come politico” resta il fatto che egli capì che l’immane tragedia dell’Esodo, prima che d’ordine politico, era un problema di umana solidarietà. Vescovo e sindaco insieme compirono un reale miracolo: attuarono l’inserimento, in una città immiserita e in crisi, di decine di migliaia di persone, senza alterare sostanzialmente gli equilibri, ma, al contrario, creando occasioni di collaborazione tra gruppi eterogenei, senza rinuncia per alcuno alla propria identità. L’azione svolta dal nostro settimanale va giudicata in un contesto del genere. Esso si trovò ad essere, tra organi di stampa “allineati”, controllati dai vincitori, una voce autenticamente libera. Pur non nascondendo la propensione per una soluzione “italiana” del problema di Trieste, non accettò mai di sposare la causa di un esasperato nazionalismo. Se qualcuno crede il contrario, vada a rileggere quanto altri scrivevano nello stesso periodo, e scoprirà quanto sia labile la frontiera tra patriottismo e sciovinismo! Vita Nuova volle essere — per scelta essenzialmente pastorale — una libera palestra di opinioni. E non di rado questo giovò ad alleggerire momenti di acuta tensione cittadina. A dare un respiro diverso erano gli articoli dell’indimenticabile mons. Edoardo Marzari, che fin dal primo affermarsi della vita democratica, per il cui ideale aveva così crudelmente sofferto, avvertì l’urgenza di un’universalità di prospettive che, per lui, si concretizzava nella scelta per l’Europa, e attraverso l’Europa, in una scelta mondialista fondata sulla pace e sulla giustizia per tutti. Tale posizione è rimasta eredità di Vita Nuova mai smentita, ma anzi, oggi più che mai, ispiratrice di una linea “politica” in cui l’intera redazione si riconosce. Ulteriori difficoltà vennero con le polemiche del dopo-Osimo! La crisi di rappresentanza della Dc triestina e, in generale, di tutti i partiti, ebbe ripercussioni precise sul settimanale. Vita Nuova rischiò di perdere la sua riconosciuta equanimità di giudizio e di “sposare” la causa d’una parte soltanto dei cattolici triestini. Si potranno sottolineare positivamente, o meno, le scelte che il giornale fece negli anni in cui — in qualche modo — si chiudeva il contenzioso dei confini con la Jugoslavia, ma va riconosciuto che la divisione negli anni, l’amarezza per certe soluzioni, c’era veramente, ed era fortissima. Poteva il giornale far finta di niente? Restare fuori dalla mischia? Dare giudizi diversi? Diciamo che c’è stata una forte ventata di passione, e che il bene che si vuole alla nostra gente, alla nostra città, non è mai venuto meno, quale fosse l’orientamento assunto in un frangente che rischiava di spaccare in due ogni istituzione, ogni famiglia... Fondato fino a pochi anni fa sul puro volontariato dei suoi direttori e redattori, e di tutto il personale amministrativo che li affianca, e senza il quale Vita Nuova non avrebbe mai potuto vedere la luce, il nostro settimanale ha rinnovato di numero in numero il proprio impegno a farsi interprete della comunità dei credenti e della cittadinanza nel suo complesso in uno spirito di dialogo e di disponibilità completi, alla luce del Vangelo, in sintonia con il Pastore della diocesi e dell’intera Chiesa universale. «Siamo davvero l’espressione di tutta la comunità?» si chiedeva mons. Ravignani, allora direttore di «Vita Nuova», celebrando — il 9 giugno 1979 — il tremillesimo numero. Onestamente ci sembra di no, o almeno non ancora. Esserlo rimane la mèta del nostro impegno e rappresenta un obbligo a cui non vogliamo rinunciare. Il nostro settimanale, che nel frattempo si è in parte professionalizzato, è venuto via via crescendo e consolidandosi nella sua credibilità, anche presso i non-cristiani e i non credenti. La linea editoriale si delinea con notevole precisione. C’è una maggior attenzione ai giovani e ai giovanissimi, con le problematiche (per nulla semplici) di cui sono latori, dalla scuola al tempo libero, dall’integrazione con il “foresto” alla loro presenza nel tessuto parrocchiale. Si nota, poi, un costante impegno per la pace, a costo di pestare qualche callo. Dopo l’attacco alle Twin Towers la storia del mondo non può più essere uguale a quella di prima, ma gli Stati Uniti per combattere il terrorismo internazionale non possono rinunciare a certi criteri di correttezza e di giustizia, se non vogliono somigliare ai loro aggressori. Bisogna non cessare di ricordarglielo, tutte le volte che serve. E certo vicende come quella della Sgrena e del povero Calipari non aiutano! Si dà maggior spazio alle tematiche culturali, anche andando controcorrente. Si legga, per esempio, quanto è stato scritto sullo “strombazzatissimo” «Codice Da Vinci». E, infine, c’è una rinnovata attenzione per le Associazioni e i Movimenti all’interno della vita della Chiesa. Essi sono la linfa di cui si nutre la pianta intera! Una volta si diceva, ironizzando sui settimanali cattolici, che erano ottimi per tener su le fondamenta dei campanili. Oggi non lo dice più nessuno, e in particolare di Vita Nuova si parla con rispetto, magari in certi ambienti per combatterlo, perché dà fastidio. Speriamo che continui a dar fastidio, almeno per il resto del secolo. I direttori di Vita Nuova
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 27 aprile 2007 )
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