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Ordinazione diaconale PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Destradi   
giovedì 11 settembre 2008
Nel tardo pomeriggio di domenica 7 settembre la diocesi di Trieste si è raccolta in Cattedrale attorno al suo vescovo per chiedere a Dio l’aiuto e il dono dello Spirito Santo perché cinque figli di questa Chiesa diventassero diaconi permanenti a servizio del Popolo di Dio. L’originalità della celebrazione di domenica stava nel numero degli ordinandi, ben cinque, tutti sposati e con figli, in qualche caso anche numerosi, provenienti dalle nostre comunità con un cammino di fede alle spalle, condotto nella semplicità di una parrocchia così come nell’Azione cattolica o nel cammino neo-catecumenale.
La liturgia è stata caratterizzata dalla sobrietà che ben si accompagnava con lo stile del servizio diaconale che veniva celebrato.

Nonostante fosse domenica nel tardo pomeriggio, hanno concelebrato con il vescovo Eugenio diversi sacerdoti sia secolari che religiosi. Il canto animato da un gruppo di giovani provenienti dalle parrocchie degli ordinandi ha impreziosito la liturgia, evidenziandone i segni e i momenti, e nonostante qualche piccola incertezza ha contribuito certamente a creare un clima sereno e di preghiera.

Il vescovo nell’omelia — tenuta a braccio con un tono semplice e confidenziale come sempre in occasione delle ordinazioni — si è rivolto dapprima alle famiglie dei novelli diaconi, soprattutto alle mogli e ai figli, per dire il suo grazie e quello della Chiesa triestina tutta per il dono che hanno saputo fare dei loro mariti e padri. Un dono non da poco, se consideriamo che la cosa più preziosa di cui ciascuno dispone è il tempo. Vedersi “privati” del marito e del padre anche nei momenti liberi dal lavoro per un ministero certamente bello ma seriamente impegnativo, chiede una generosità considerevole. Solo chi ha compreso fino in fondo il valore della vocazione matrimoniale può essere pronto ad un dono così grande senza temere di perdere nulla, acconsentendo alla vocazione del loro sposo e padre.

Le parole del vescovo poi sono passate a dare attenzione agli ordinandi, sottolineando in particolare la loro funzione di collaboratori del vescovo, dei sacerdoti e dei parroci in special modo. Il vescovo non ha potuto fare a meno di ricordare a tutti che in questo momento la nostra diocesi sta vivendo un momento di difficoltà nella presenza dei presbiteri nelle parrocchie: diversi sono ammalati e quelli attivi sono spesso impegnati in diversi servizi. Poter contare — per un parroco — sulla figura e la competenza pastorale di un diacono potrà essere certamente d’aiuto, a condizione però che l’impegno dei diaconi e dei presbiteri sia quello di coltivare seriamente un reciproco spirito di comunione e di condivisione dell’impegno pastorale nel rispetto dei reciproci ruoli.

Dopo l’omelia ha avuto luogo la liturgia dell’ordinazione, che partendo dalla elezione e dall’assunzione degli impegni del ministero è giunta alla prostrazione per il canto delle litanie e alla vestizione degli abiti diaconali per un immediato inizio del servizio liturgico all’altare così come proprio del diacono. Il momento centrale di ogni ordinazione è certamente quello dell’imposizione delle mani del vescovo sul capo degli ordinandi dopo le litanie dei santi, gesto che a causa della sua perfetta eloquenza viene accompagnato dal silenzio. Fa venire i brividi la debolezza e la potenza di quel gesto, se pensiamo che le sue radici sono nelle consacrazioni profetiche e regali dell’Antico Testamento e che da venti secoli così Dio garantisce continuità alla sua Chiesa inviando ministri degni della vocazione che portino a tutti il dono della Parola e dei sacramenti.

Il diaconato permanente è certamente uno dei frutti più belli del Concilio Vaticano II: da quando è stato reintrodotto anche nella nostra diocesi sono stati ben sedici gli uomini sposati e non che hanno sentito nel loro cuore il desiderio di consacrarsi a Dio in questo particolare servizio alla Chiesa. Tra i primi ricordiamo anche Enea Obizzi, che ora serve all’altare del cielo. Tutti i diaconi, compresi quelli neoordinati, sono impegnati nelle parrocchie nei settori della carità, della formazione, della liturgia, così come in altri servizi diocesani. Tutti portano o hanno portato la loro testimonianza di fede e servizio nei loro ambienti di lavoro.

Potremmo essere tentati dal non comprendere fino in fondo l’originalità di questa vocazione, sminuendola. È una tentazione cui dobbiamo resistere per dare nelle nostre comunità e nel nostro presbiterio piena dignità a questa figura ministeriale che per molti può essere nuova. In effetti il diacono — tanto più se sposato — porta una notevole ricchezza nell’insieme del clero di una Chiesa locale, perché accanto alla propria vocazione ministeriale offre il prezioso tesoro della sua vocazione matrimoniale, paterna e lavorativa, a stretto contatto con il variegato e complesso panorama di questa nostra società, che pur considerata nella sua “fluidità” è e rimane il campo in cui Dio ci chiama oggi ad annunciare il Vangelo.

Molti di noi certamente domenica erano già con il cuore proteso alla prossima occasione che ci vedrà nuovamente in Cattedrale attorno al vescovo per la beatificazione del servo di Dio don Francesco Bonifacio; chissà se un domani nella nostra Chiesa diocesana ci saranno non solo sacerdoti o laici, ma anche dei diaconi che vedranno riconosciuta dalla Chiesa la loro vita santa nell’esercizio del ministero loro proprio? Confesso: questo è il pensiero che ho avuto domenica uscendo dalla Cattedrale.


 
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