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India nord-orientale crogiolo di genti PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Mazzoli   
giovedì 04 settembre 2008
Le cronache dell’altra settimana ci hanno narrato di una regione dell’india — l’Orissa — dove chiese e missioni cristiane sono state oggetto di assalti e di devastazioni da parte di elementi fondamentalisti indù, con un pesante corollario di linciaggi e ferimenti. In verità è tutta l’India nord-orientale che è un vero crogiolo di etnie e di religioni solitamente abituate a convivere in un clima di grande tolleranza, ma che si presentano anche come un facile oggetto di manipolazione da parte di quanti — soffiando sul fuoco — pensano di utilizzarle al fine di portare avanti i loro torbidi interessi.
L’India delle quattro religioni
Ne sa qualcosa l’Arunachal, l’appartata regione nord-orientale dell’India, punto d’incontro fra il mondo indù, quello tibetano e quello delle tribù animiste, che si estende senza soluzione di continuità fin oltre il confine della vicina Birmania, con un potente vicino — la Cina — pronto a sfruttare queste diversità per i propri fini geopolitici e militari. Per questo fino a pochi anni fa questa regione era chiusa ai turisti e ancora oggi è difficilmente visitabile, soggetta com’è a spinte indipendentiste che spesso sfociano in guerriglia. Anche qui le missioni cristiane hanno trovato un terreno fertile per le conversioni, soprattutto — come nell’Orissa — nelle zone animiste e indù, dove masse di diseredati possono finalmente aspirare a non essere più considerati gli ultimi degli ultimi.

Giunti in aereo a Guwahati, nell’Assam, ci dirigiamo in fuoristrada verso nord, attraverso immense piantagioni da tè che un tempo fecero la fortuna degli inglesi. Giunti al parco naturale di Kazirunga una breve escursione a dorso di elefante ci consente di ammirare alcuni stupendi esemplari di rinoceronte bianco, anche se l’impressione è che sian stati messi lì a uso e consumo dei turisti. Ben più interessante è invece il contatto con la popolazione del luogo, dal momento che nella vasta piana del Bramaphutra vi sono diversi villaggi di popolazioni originarie delle zone più interne dell’Arunachal, qui giunte per sfuggire alle razzie e alle guerre che spesso hanno funestato quelle regioni di confine. Le case in bambù si alzano su palafitte (nella stagione dei monsoni tutta la zona diventa un acquitrino), la popolazione indossa volentieri il suo abito tradizionale e spesso la troviamo impegnata in feste e danze, dal momento che in questo periodo premonsonico si tengono i riti propiziatori del raccolto. Al ritmo scandito dai tamburi le donne mimano il loro giornaliero lavoro nei campi e nella casa, con una grazia tipica orientale. Vediamo pure degli elefanti al lavoro, ed è incredibile come questi sappiano eseguire con precisione e delicatezza quanto viene loro comandato.

Il secondo “Piccolo Tibet” indiano
Tutti i viaggiatori sanno che nel nord-ovest dell’India c’è una regione, il Ladakh, chiamata il “Piccolo Tibet” perché, di fatto, è una parte del Tibet compresa nei confini dell’India. Un meno conosciuto “Piccolo Tibet” si trova pure nell’Arunachal, che nella sua parte occidentale è abitato da popolazioni tibetane che vi hanno impiantato il loro mondo fatto di Stupa, bandierine di preghiera, monasteri buddisti e tanta pace. Per questo, dopo essersi annessa il Tibet, la Cina ha preso a rivendicare i propri diritti pure su questa regione strategicamente di grandissima importanza, che nel 1962 riuscì pure ad occupare dopo una guerra sanguinosa. I cinesi poi si ritirarono, ma i 20.000 uomini che ancora oggi si fronteggiano silenziosamente accampati un po’ ovunque ci ricordano che l’Arunachal è, al pari del Khasmir, la zona più militarizzata dell’India.

Imboccata la Tawan Walley, iniziamo a risalirla lungo una stretta strada tutta a curve che si fa via via più vertiginosa, alta su un baratro che nubi cariche di pioggia e nebbie fanno sembrare senza fondo. Di tanto in tanto incrociamo qualche mezzo militare e più avanti, dove la valle si allarga in quello che potrebbe essere un bel paesaggio alpestre, iniziano i primi campi militari indiani, che proseguono per chilometri e chilometri, quasi senza soluzione di continuità.

Ben presto i villaggi che incontriamo si presentano nel classico stile tibetano, con le loro pareti bianche, il tetto piatto, le finestre dalle tendine colorate e i portoni con sopra incise le svastiche. A Bomdila alloggiamo presso il monastero — che è un seminario pieno di studenti — dove il mattino assistiamo ad una suggestiva funzione religiosa. Ripreso il viaggio, ci fermiamo a visitare l’antica cittadella di Dirang per proseguire infine verso Tawang, dominata dal suo famoso monastero. Prima di arrivarci dobbiamo valicare l’alto passo di Se La, a 4.300 m. di quota. Qui trincee, camminamenti e strade d’arroccamento s’intersecano sulle cime circostanti ricordando certi ambienti delle nostre Alpi dove si combatté la Grande Guerra, e i cippi disseminati attorno al passo parlano dei reparti indiani che in quella sorta di Termopili si sacrificarono fino all’ultimo uomo, nel tentativo di fermare la valanga cinese che tutto travolgeva.

A Tawang abbiamo modo di visitare il complesso monastico che ha fama di essere il secondo monastero buddista — in ordine di grandezza — del mondo; quindi un monastero femminile arroccato sulle pendici della montagna e infine la casa dove nacque il 6° Dalai Lama. L’alta valle di Tawan verdeggiante, aperta, soleggiata e circondata da montagne si presenta come un vero paradiso, che contrasta con l’aridità del vero Tibet. È senz’altro per questo, credo, che dei saggi monaci tibetani devono averla prescelta per edificare uno dei loro più importanti monasteri.

Le “spaccapietre”
Lungo la strada in gran parte scavata nella roccia che porta a Dawang, avevamo potuto notare numerose montagnole di pietrisco, accanto alle quali gruppi di persone — formati quasi esclusivamente da donne e bambini — erano intenti a spaccare pietre a suon di martellate. Dapprima non avevamo capito, ma infine la realtà ci era parsa evidente ed agghiacciante: quel lavoro che noi lasciamo alle mine nelle cave, ai caterpiller che rimuovono i massi e ai macchinari che tritano la roccia, qui viene eseguito tutto a mano! Per una paga da fame, i più poveri dei poveri vengon qui anche da lontano adattandosi a passare le giornate sotto il sole o la pioggia, spezzettando con grossi martelli massi talvolta dalle proporzioni gigantesche, che pian piano si riducono a pietrisco che l’esperienza riesce a fare dalle dimensioni tutte uguali.

Periodicamente un camion passa per la zona, carica il pietrisco e paga con una manciata di rupie quei lavoratori che non conoscono assistenza sanitaria, pensione e diritti sindacali. Accanto a queste improvvisate cave gli spaccapietre hanno eretto i loro villaggi, con le case — se così si possono chiamare — fatte con le lamiere aperte dei barili. Visto il caldo che c’è fuori mi chiedo quale debba essere, in piena estate, la temperatura all’interno di quei tuguri arroventati dal sole. Forse, però, per queste persone la sofferenza è un elemento scontato della loro vita, destinato a seguirli dalla nascita fino al momento della morte, e l’accettano in attesa di una nuova vita che sperano sarà migliore.

Tra sciamanesimo e cristianità
Ridiscesa la Tawan Walley dirigiamo verso nord inoltrandoci nell’Arunachal centrale, quello abitato dalle decine di tribù animiste che la situazione politica dell’area, unita all’isolamento delle valli, ha mantenuto quasi intatte. Nei villaggi abitati da tribù di etnia Nisci e Apa Tani, spesso immersi in un paesaggio formato da splendide risaie, il tempo sembra essersi fermato al medioevo. Le capanne in bambù s’alzano su palafitte, e sono raggiungibili tramite assi intagliate che per salirle richiedono una certa dote di equilibrio. Presso l’ingresso ci sono complessi talismani destinati a tenere lontani gli spiriti maligni, talismani presenti pure sui tetti delle case. La gente veste per lo più gli abiti tradizionali, gli uomini sono armati di spada e molte donne — quasi tutte però anziane — portano nelle narici dei piattelli e hanno il volto tatuato. Al centro delle loro capanne disadorne il fuoco viene acceso su un letto di sabbia al fine di evitare incendi, le foglie servono da piatti e, ovviamente, si mangia con le mani. Le funzioni corporee vengono fatte “a caduta” sul sottostante porcile, dove i maiali attendono golosi.

In un villaggio sta per avere inizio una cerimonia propiziatoria per il raccolto. La vittima sacrificale è un bue, che lo sciamano abbatte con un solo colpo di spada inflitto sul collo del povero animale. Mentre tre anziani cantano delle litanie, lo sciamano raccoglie in un contenitore il sangue che zampilla dal collo della vittima ancor viva, quindi lo sparge su un alcuni fasci di spighe di grano predisposti tutt’intorno all’area del sacrificio. È un rito antico, per noi occidentali non abituati a veder uccidere una bestia anche brutale, ma molto suggestivo.

Un più approfondito esame indica però che pure quella società sta cambiando: i tetti delle capanne iniziano ad essere in lamiera; sta facendo la sua timida comparsa il mattone e quasi ovunque è arrivata l’elettricità. Quel che più colpisce è che queste persone, apparentemente ferme a un tempo ormai remoto, saltando tutto quello che è intermedio hanno adottato due tra i maggiori simboli della nostra modernità: il televisore e il telefonino, che sono ormai onnipresenti.

In questo contesto il cristianesimo s’è inserito con discrezione creando molti proseliti, e le capanne con affissi i simboli del Redentore sono numerose. Accanto ai villaggi ecco così sorgere le prime chiese e, stando alle numerose immagini di don Bosco affisse al loro esterno e nelle capanne che abbiamo visitato, sembra che in quest’opera di evangelizzazione i salesiani siano in prima fila. Che succederà in futuro? Gli sciamani, di fatto i veri padroni dei villaggi, cederanno il potere spirituale ai missionari o cercheranno di contrastarli anche sobillando alla violenza? È un interrogativo che dopo i recenti fatti dell’Orissa si fa molto inquietante e al quale non tarderemo ad avere una risposta.

Calcutta
Calcutta, meta finale del nostro viaggio, è una città difficile da descrivere. Bisogna viverla. Quel che più impressiona l’occidentale è certamente l’estrema povertà di buona parte dei suoi quasi 15 milioni di abitanti. Una folla che non fa distinzione di sesso e età vive letteralmente sulla strada: di giorno queste persone, proprietarie soltanto dell’abito che indossano e talvolta di un cartone che serve loro da giaciglio — i più ricchi possiedono un carretto —, s’impegnano in improbabili lavori che permettano loro di guadagnare qualche rupia indispensabile per la sopravvivenza quotidiana. Ci colpiscono delle donne che, inginocchiate sulla strada, cercano di pulirla armate soltanto di uno spazzolone, quindi uomini che raccolgono a mani nude manciate di putride immondizie gocciolanti e anziani costretti nonostante l’età a trascinare pesanti carri o i risciò, perché da loro non si va in pensione.

La sera quest’umanità si ferma e dorme lì dov’è, il più delle volte sul suo semplice cartone, altre volte in improvvisati tuguri fatti di sacchetti di plastica, immondizie, e quant’altro la strada sa offrir loro. Non è che di questi barboni ve ne siano uno qua e uno là come accade anche nelle grandi metropoli europee attorno alle stazioni; qui tutti i marciapiedi ne son pieni! Se qualcuno però pensa di vedere scene di disperazione si sbaglia: come già per gli spaccapietre, qui ognuno vive la sua estrema povertà con tranquillità e rassegnazione, evidentemente convinto che quello, e solo quello, è il posto che gli spetta in questa vita.

Calcutta, la città della sanguinaria dea Kalì immortalata nei romanzi salgariani, è ricca di templi dedicati a questa divinità che tutto distrugge, perché tutto possa poi risorgere. Attigua al principale di questi templi, tanto da confondersi con questo, c’è la “Casa dei moribondi” fondata da Madre Teresa di Calcutta. Se da una parte ci sono il sangue dei sacrifici, la folla eccitata ed accalcata e le immagini mostruose della dea, dall’altra tutto è silenzio, solidarietà e pace. Volontari di tutto il mondo qui assistono i ricoverati, malati gravi che non possono permettersi il lusso di una cura, e che qui arrivano sperando in una guarigione o in una morte dignitosa.

Non è questo un ospedale, e pertanto solitamente non vi sono medici, e per questo è stato anche criticato. È un luogo, però, dove la solidarietà e la carità si esprimono ai loro massimi livelli e per i ricoverati, che altrimenti morirebbero su un marciapiede tra l’indifferenza dei passanti, è un grandissimo sollievo. Due mondi diametralmente opposti, quello della sanguinaria dea Kalì e quello del Cristo redentore, a Calcutta convivono pertanto fianco a fianco. Sarà così anche in futuro o pure qui, come nell’Orissa, si arriverà allo scontro?

Conclusioni
Questo viaggio, conclusosi da poco, non è stato un viaggio facile: lunghi percorsi su strade dissestate, il caldo afoso premonsonico di maggio, il pernottamento nelle capanne dei villaggi mangiando quel che mangiano loro (da quelle parti ristoranti e alberghi hanno ancora da venire), sforzandosi poi di prender sonno dopo aver visto vagare per la capanna ragni grandi come pugni. Alla fine c’è stato il contatto con la deprimente — per noi occidentali — povertà di Calcutta, contatto che certamente lascia il segno. Quel che maggiormente ci ha colpito è stata l’apparente tranquilla coesistenza di due mondi — l’uno basato sulla diseguaglianza fra le caste, l’altro fondato sulla fratellanza universale — che convivevano pacificamente. Ora quell’illusione è caduta, e subentra la preoccupazione per quel che potrà accadere. Consola comunque la certezza che quella fiamma che Madre Teresa ha saputo accendere continua a illuminare tuta l’India, e nessuna violenza potrà più spegnerla.

 
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